House of the Dragon 3, recensione episodio 7: possedere un drago cambia le persone

"Il drago d'inverno" è uno degli episodi migliori della stagione: mentre un drago torna a colpire e altri quattro si affrontano in un duello selvaggio, House of the Dragon racconta così il vero potere delle creature dei Targaryen

Rhaenyra con Syrax nella scena di lotta tra i quattro draghi

C'è una domanda che attraversa il penultimo episodio di House of the Dragon 3 dall'inizio alla fine, ed è Helaena a formularla nei primi minuti de Il drago d'inverno. Quando Rhaenyra le chiede perché non abbia mai cavalcato Dreamfyre, la sorellastra le risponde con un'altra domanda: "Tu adesso hai parecchi draghi. Non ti senti forse diversa?".

È una battuta apparentemente marginale, ma racchiude uno dei punti centrali della puntata e dell'intera serie. Perché dopo tre stagioni House of the Dragon sembra finalmente voler chiarire che i draghi non sono soltanto la più devastante arma di Westeros. Sono il simbolo del potere assoluto e, come ogni forma di potere assoluto, finiscono inevitabilmente per trasformare chi lo possiede.

È questo il filo conduttore di quello che, probabilmente, è anche il miglior episodio della stagione (almeno fino a qui). Un'ora di televisione che riesce finalmente a bilanciare spettacolo, strategia politica e sviluppo dei personaggi, mettendo in scena due sequenze destinate a entrare fra le più spettacolari dell'intera serie.

Attenzione! Da qui in poi ci sono molti spoiler dell'episodio

Il vero potere dei Draghi è l'illusione del controllo

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House of the Dragon 3: Helaena e Rhaenyra nell'episodio 7, Il Drago d'inverno

La battaglia fra Syrax, Caraxes, Seasmoke e Sheepstealer è destinata a diventare una delle scene simbolo di House of the Dragon. Non tanto per la qualità della regia o degli effetti visivi, ma perché racconta perfettamente il rapporto fra i Targaryen e le creature che credono di aver addomesticato.

La serie, fin dal titolo, si basa proprio sull'illusione che alimenta le rivendicazioni di onnipotenza della dinastia: essere una famiglia eletta perché capace di dominare ciò che nessun altro essere umano potrebbe controllare, le creature più spaventose del mondo conosciuto. Ma il problema è proprio questo: i Targaryen non hanno mai davvero dominato i draghi. Hanno soltanto convissuto con loro abbastanza a lungo da convincersi del contrario.

Ogni volta che la situazione sfugge di mano emerge la stessa verità: i draghi non obbediscono davvero. E allora diventa difficile capire chi stia dominando chi. È proprio questo, se vogliamo, che legittima la visione che Ormund Hightower ha sulla famiglia rivale: i Targaryen sono selvaggi quanto le creature a cui affidano il proprio potere, perché hanno costruito la loro intera identità sulla convinzione di poter dominare qualcosa che per natura non può essere controllato.

Lo avevamo già capito con Vhagar e la morte di Lucerys e Arrax, lo avevamo intuito con Sheepstealer durante la Battaglia del Gullet, ma qui il concetto viene portato alle estreme conseguenze. Rhaenyra non riesce a fermare Syrax, Daemon fatica a controllare Caraxes, Sheepstealer continua a comportarsi come l'animale selvaggio che è sempre stato. I cavalieri possono impartire ordini, ma quando quattro draghi si ritrovano uno di fronte all'altro è il loro istinto a prendere il sopravvento.

Ed è proprio questo a rendere la sequenza così terrificante. Non è soltanto uno scontro fra cavalieri, ma fra predatori che decidono autonomamente quando combattere, quando fermarsi e quando risparmiare il nemico. Per qualche minuto i Targaryen sembrano quasi semplici spettatori di uno spettacolo mostruoso e maestoso.

Cavalcare un drago significa essere invincibili? L'esempio di Aegon e Ulf

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Se le creature alate rappresentano un potere che nessuno riesce davvero a controllare, il loro effetto più evidente è forse proprio questo: convincono chi li possiede di essere diventato qualcosa di più grande di ciò che era prima (e di ciò che mai sarà).

È quello che accade ad Aegon. Il cambiamento del re potrebbe sembrare improvviso (o ci si potrebbe illudere che sia la diretta conseguenza del "viaggio di formazione" intrapreso con Larys). Dopo settimane trascorse a fuggire, ferito e umiliato, decide di affrontare un intero esercito pur di non morire nell'ombra e rivendicare ancora una volta il proprio status di sovrano. La comparsa di Sunfyre rende però questa trasformazione molto più interessante.

House of the Dragon 3, la "resurrezione" inattesa stravolge la trama del penultimo episodio House of the Dragon 3, la 'resurrezione' inattesa stravolge la trama del penultimo episodio

La serie non lo spiega apertamente, ma lascia intendere che il legame fra cavaliere e drago sia qualcosa di più profondo di un semplice rapporto fra padrone e arma (d'altronde in questo il libro è molto più preciso). È impossibile non chiedersi come Aegon avesse, qualche episodio fa, percepito che il suo drago era ancora vivo.

Che si tratti di un legame quasi mistico o semplicemente dell'istinto di due creature profondamente unite, la conseguenza è la stessa: Sunfyre restituisce ad Aegon qualcosa che aveva perso, la possibilità di sopravvivere ma la convinzione di essere ancora il prescelto.

Lo stesso meccanismo si ripete con Ulf il Bianco. Nella scorsa stagione era soltanto un uomo comune diventato improvvisamente importante per caso, un ubriacone rumoroso incapace di comprendere davvero il ruolo che gli era stato affidato. Dopo aver reclamato Silverwing, però, inizia a guardare sé stesso in modo completamente diverso. Non vuole più soltanto essere riconosciuto: in quanto cavaliere di draghi, ora pretende potere, ricchezza e un posto nella storia.

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Ed è proprio su questo che fa leva quella vecchia volpe di Ormund Hightower. Molti continuano a considerarlo (non a torto!) un fanatico ossessionato dalla grandezza della propria casata (compresi il cugino e il nipote), ma episodio dopo episodio sta dimostrando di essere uno dei giocatori più lucidi rimasti sulla scacchiera. Tiene nascosti i propri piani perfino a Daeron e Gwayne, utilizza Lord Corlys non come un semplice ostaggio da scambiare, ma come uno strumento di pressione per evitare la discesa in campo dell'esrcito Velaryon, e soprattutto fiuta immediatamente il punto debole tra le fila di Rhaenyra.

Non prova a convincere Ulf con la politica (non la capirebbe), non gli offre un ideale (perchè non sembra averne al di là dei piaceri terreni e di se stesso). Gli dona ciò che un uomo appena diventato cavaliere di un drago desidera più di ogni altra cosa: la conferma (che, ricordiamo, è solo illusione) della propria superiorità. E nessuno più di Ormund può sapere quanto la sensazione sia appagante.

Gli promette rispetto, gli promette Driftmark, gli promette una grandezza che non ha alcuna intenzione, nè possibilità di concedergli. Perché Ormund ha capito quello che gli stessi Targaryen continuano a ignorare: un drago cambia il potere di chi lo cavalca e cambia il modo in cui quella stessa persona si percepisce.

Qualcuno tolga Harrenhal dalle mani di Ryan Condal

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Se quasi tutto l'episodio funziona, continuano invece a convincere poco alcune storyline della stagione. Le principali remore riguardano ancora una volta Harrenhal. Il castello maledetto sembra ormai essere diventato la soluzione narrativa preferita di Ryan Condal ogni volta che un personaggio particolarmente complesso entra in una fase di stallo. Era successo con Daemon nella seconda stagione e succede nuovamente con Aemond, che trascorre tutte le 7 puntate imprigionato (fisicamente e narrativamente) tra le mura di Harrenhal mentre il resto della trama continua ad avanzare.

E il paradosso è che proprio Aemond sarebbe uno dei personaggi più adatti a esplorare il tema centrale della serie: il modo in cui il potere altera chi lo possiede. È un uomo che ha costruito la propria identità attorno alla conquista di Vhagar e alla convinzione di essere diventato finalmente invincibile. Per questo la sua permanenza a Harrenhal avrebbe potuto essere un'occasione straordinaria per mostrare cosa accade quando quella sicurezza viene messa in discussione.

L'idea di mostrare Alys mentre manipola psicologicamente Aemond, sfruttando il complesso edipico nei confronti di Alicent, ha sicuramente un potenziale interessante. Il problema è che la scena punta soprattutto a sorprendere lo spettatore, senza approfondire davvero il rapporto irrisolto fra Aemond, sua madre e il bisogno di approvazione che lo ha sempre definito.

Il tentativo di Alicent di uccidere il figlio resta poi uno degli sviluppi meno convincenti della stagione. Non soltanto perché rappresenta una svolta estrema per un personaggio costruito per anni attraverso il conflitto fra dovere, amore materno e senso di colpa, ma soprattutto perché manca il percorso necessario per rendere credibile una decisione così definitiva.

Aemond resta uno dei personaggi più affascinanti di House of the Dragon: proprio per questo è un peccato vederlo ancora una volta relegato in una trama sospesa, mentre il conflitto principale procede altrove.

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Resta poi irrisolta la gestione di Mysaria, uno dei punti più deboli nel Gran Consiglio e nella trama di Rhaenyra. Anche qui il problema non è il personaggio in sé, una donna arrivata dal basso, sopravvissuta grazie all'astuzia e capace di comprendere le dinamiche del potere meglio di molti nobili di Westeros (non è un caso la sua continua contrapposizione a Daemon).

Il problema è che la serie non sembra aver ancora trovato una direzione precisa da farle seguire. Nel corso della stagione la "Larva Bianca" è stata consigliera strategica, manipolatrice, "sfogo" emotivo (e anche carnale) per la Regina dei Draghi e voce vicina alle esigenze del popolo. Tutti questi aspetti potrebbero convivere, ma manca un filo conduttore capace di trasformarli in un percorso coerente. Il risultato è che spesso Mysaria sembra più una figura utilizzata per spostare la trama dove serve che un personaggio guidato da una propria evoluzione.

Conclusioni

Nonostante i difetti, Il drago d'inverno finalmente rimette al centro ciò che rende speciale House of the Dragon. Le scene con le creature alate sono certamente il suo elemento più spettacolare: lo scontro fra Syrax, Caraxes, Seasmoke e Sheepstealer è una delle sequenze più impressionanti mai viste nella serie, mentre il ritorno di Sunfyre regala ad Aegon uno dei momenti più potenti dell'intera guerra civile. Ma la vera forza dell'episodio sta nella consapevolezza che queste creature non rappresentano semplicemente un'arma più potente delle altre. Sono il simbolo di un potere assoluto la cui più grande illusione è proprio quella di poter essere controllato. Aegon non torna a combattere perché ha improvvisamente trovato il coraggio di essere re, Ulf non tradisce Rhaenyra soltanto per avidità e poca lungimiranza. Mentre Rhaenyra, Daemon e gli altri cavalieri continuano invece a ripetere lo stesso errore: confondere la possibilità di cavalcare un drago con la capacità di dominarlo. Helaena aveva già capito tutto fin dall'inizio: i draghi non distruggono soltanto col fuoco ma hanno la capacità di deformare l'essenza più profonda delle persone, barattandola con l'illusione dell'onnipotenza. Ed è proprio questa la vera tragedia della "Casa del Drago".

Voto medio
4.8/5

Perché ci piace

  • La riflessione sul rapporto fra draghi e cavalieri
  • Le due grandi sequenze d'azione con i draghi
  • La strategia di Ormund Hightower

Cosa non va

  • La gestione di Harrenhal, ancora una volta diventata un punto di stallo
  • La storyline Aemond-Alys-Alicent
  • La gestione "a convenienza" di Mysaria
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