I 10 migliori film sulla Seconda Guerra Mondiale

I migliori film sulla seconda guerra mondiale: ora che Midway è arrivato nelle sale ripercorriamo assieme i 10 più bei film del cinema bellico, quelli da vedere assolutamente.

CLASSIFICA di GIULIO ZOPPELLO 29/11/2019

La Seconda Guerra Mondiale è senza alcun dubbio quella che più volte è stata ricreata al cinema, a cui sono collegati un numero incredibile di capolavori, che di volta in volta ci hanno guidato sulle spiagge della Normandia, nei deserti del Nord-Africa, nelle isole del Pacifico o nell'Europa occupata dalla svastica.
Roland Emmerich ha raccolto la sfida di riportare sul grande schermo la Battaglia di Midway, scontro aereo-navale che sancì l'inizio della riscossa statunitense contro il nemico giapponese. Il film fu un grande successo di pubblico, per quanto la critica fu alquanto discorde nei giudizi.

Ma allora quali sono stati i migliori film sulla Seconda Guerra Mondiale? Ecco di seguito non solo i più belli e famosi ma anche quelle pellicole di assoluto valore da vedere che ci hanno mostrato il punto di vista dei tedeschi e dei giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale.

10. Il Giorno Più Lungo (1962)

Una scena de Il giorno più lungo
Una scena de Il giorno più lungo

Senza ombra di dubbio il kolossal bellico hollywoodiano per eccellenza, la punta di diamante della cinematografia americana in fatto di seconda guerra mondiale per moltissimo tempo, tributo all'Operazione Overlord, al D-Day, l'evento bellico più famoso del conflitto. Il giorno più lungo è un film ancora oggi da considerarsi monumentale per concezione e realizzazione, vantava un cast forse senza precedenti per l'epoca, che annoverava John Wayne, Robert Mitchum, Richard Burton, Sean Connery , Henry Fonda, Peter Lawford, Jeffrey Hunter, Rod Steiger e tanti altri nei ruoli dei vari soldati e generali dei due fronti, che in quell'alba del 6 giugno 1944, furono protagonisti de Il Giorno più Lungo, dello sbarco in Normandia.
Molto spesso diversi tra gli attori avevano realmente combattuto durante la guerra, alcuni addirittura su quelle stesse spiagge normanne.

Diretto contemporaneamente da Darryl F. Zanuck, Ken Annakin, Bernhard Wicki, Andrew Marton, Gerd Oswald, può vantare scene di massa di enorme impatto, un lavoro a dir poco fantastico dal punto di vista delle varie maestranze, nonché una ricerca storiografica e biografica da far invidia a gran parte dei film storici.

In gran parte è basato sull'omonimo saggio storico di Cornelius Ryan, forse il più importante testo mai scritto sulla seconda guerra mondiale e vi rimane fedele nel mostrarci un iter narrativo incentrato sulle persone, dai generali chiamati a prendere decisioni gravissime ai singoli soldati di entrambi i fronti, persi nel mare della storia. Dallo sbarco sulle cinque spiagge all'attacco al ponte Pegasus, dagli inganni reciprochi prima dell'attacco ai lanci dei paracadutisti, il film si erge a simbolo di ciò che di meglio e di più elevato la Mecca del Cinema poteva creare, pur con i distinguo del caso, dovuti alla censura e al clima da Guerra Fredda. Un'opera che merita di stare tra i primi dieci senza se e senza ma.

9. Il Grande Uno Rosso (1980)

La locandina di Il grande uno rosso
La locandina di Il grande uno rosso

Esattamente agli antipodi della mega-produzione inerente_ Il Giorno Più Lungo_ vi è Il grande uno rosso soprannome dato alla Prima Divisione di Fanteria dell'Esercito Americano protagonista di alcune delle operazioni belliche più importanti del secondo conflitto mondiale. Il film altro non è che il racconto di ciò che Sam Fuller e lo stesso Lee Marvin avevano vissuto durante il conflitto sulla propria pelle di soldati di fanteria: Marvin come marine nel pacifico, Fuller proprio nella divisione da cui prendeva i titolo questo film, di sicuro quello di maggior successo dell'arcigno regista.

Dal Nord-Africa alla Sicilia, dallo sbarco ad Omaha alle foreste di Bastogne, Il Grande Uno Rosso, pur senza un budget particolarmente alto, riuscì a donarci uno sguardo dall'interno di grande efficacia, ci descrisse una guerra atroce, ributtante, ancora oggi chiaro prototipo per ciò che successivamente Spielberg e serie Tv come Band of Brothers o The Pacific ci avrebbero mostrato.

Perché protagonista fu un piccolo gruppo di giovani soldati, che combattevano in prima linea contro i tedeschi, pieni di paura e senza alcun controllo sulle loro vite. Di loro alcuni moriranno, altri ce la faranno ma verranno cambiati per sempre, e scopriranno la terribile realtà della Shoah nel campo di concentramento di Falkenau. Il cast, a parte un granitico Lee Marvin, era un piccolo mix tra esordienti e future star del calibro di Mark Hamill (appena lanciato nel firmamento con Star Wars) e Robert Carradine,

Duro, cinico, anti-militarista, ha nella figura del ricorrente Sergente Tedesco Schroeder (Siegfried Rauch) un alter ego del personaggio di Marvin, simbolo perso tra i simboli di un film che non mette sullo stesso piano gli ideali ma gli uomini, vittime di quella gigantesca fucina che è la Storia. Che si ripete sempre allo stesso sanguinoso modo.

8. Roma Città Aperta (1945)

Roma, città aperta: un'immagine tratta dal capolavoro di Roberto Rossellini
Roma, città aperta: un'immagine tratta dal capolavoro di Roberto Rossellini

Capolavoro del Neo-realismo per eccellenza, Roma Città Aperta di Roberto Rossellini ci mostra ancora oggi la realtà terribile del periodo della Guerra Civile in un'Italia devastata, impoverita e disperata, in una Roma fatiscente e bellissima. Il film immerge i suoi umanissimi protagonisti nel periodo storico più tragico e confuso del nostro paese, ed è a conti fatti, un piccolo riassunto di cosa fu la Resistenza: l'opera di uomini e donne che nonostante tutto e tutti, lottarono contro l'occupante tedesco.

Concepito nelle terribile giornate successive i fatti di Via Rasella e del massacro delle Ardeatine (mai nominate ma sempre presenti nella memoria collettiva), è una magnifica opera di racconto di quei mesi tragici e dei suoi protagonisti, che rivive metaforicamente in nomi, gesti, personaggi fittizi ma ispirati a coloro i quali caddero sotto la falce nazista.

La corsa verso la morte di Anna Magnani, il coraggio con cui Aldo Fabrizi accetta la condanna a morte, le torture subite da Pagliero, il coraggio di andare avanti nonostante la paura, i lutti e il dolore di Francesco Grandjaquet e degli altri... era solo pochi mesi prima che tutto questo era quotidianità, ovunque in Italia. Forse anche per questo il pubblico italiano non lo accolse positivamente. La guerra era solo ieri, si voleva dimenticare, fortuna volle che all'estero invece la sua potenza arrivasse in modo totale, inequivocabile.

Film politico, melodrammatico, metaforico dell'unione di intenti che contraddistinse mondi completamente distanti nel fine ultimo di liberare il paese dal nazi-fascismo, Roma Città Aperta si erge nella sua potenza espressiva, nel demolire ogni retorica, nel ricordarci che quella guerra fu la tragedia non solo di soldati, ma innanzitutto di civili, di un mondo i cui principi venivano smantellati in men che non si dica.

7. La Croce di Ferro (1977)

La croce di ferro: poster originale
La croce di ferro: poster originale

La croce di ferro può essere considerato uno dei film più coraggiosi del genere, uno dei più arditi e che per primo portò con un certo successo e incisività sul grande schermo ciò che scrittori del calibro di Willi Henrich e Sven Hassell avevano riversato nei loro libri e romanzi. La guerra per Sam Peckinpah è la guerra del fronte dell'est, dove l'esercito tedesco è ormai in rotta, sopravvive grazie al valore di uomini come il maresciallo capo Steiner (James Coburn) che comanda un piccolo drappello di valorosi tagliagole.

Non vi è onore né speranza, non vi è gloria ma solo morte, tristezza, in mezzo ad un caos che anticipò dal punto di vista visivo ciò che Spielberg e Scott avrebbero mostrato anni dopo; registi del calibro di Tarantino e Welles non smisero mai di sottolinearne importanza e grandiosità.

Vibrante, malinconico, con una fotografia ed un montaggio magnifici, La Croce di Ferro è un omaggio ai tanto a lungo vituperati combattenti tedeschi, a quegli uomini che si trovarono sovente senza colpa a servire l'ideale più sbagliato della storia dell'umanità e che nell'est europa furono contrastati da altre anime infelici, schiave del comunismo stalinista. Ma il film, oltre che anti-militarista, spettacolare nelle scene di combattimento in modo incredibile per quel 1977, con personaggi mai banali ed anzi molto curati, è anche un'opera molto politica, che si ricollega in modo chiaro alle tematiche che Joseph Heller affrontò nelle pagine del suo Catch 22.

In guerra non vi è ordine o disciplina, non vi è bene o male, vi è il ripetersi di una lotta di classe caotica e disumana, vi è il caos legalizzato, la negazione dell'uomo come essere intelligente. E quell'incomunicabilità continua, quei telefoni che non funzionano, quelle strategie che naufragano, quella mancanza di certezze che è anche visiva, di raccordo è, pure nella sua maestosa atmosfera di adrenalina, una delle migliori prove della verità nelle antiche e sempre moderne parole di Erasmo da Rotterdam: "La Guerra è bellissima per coloro che non l'hanno vissuta"

6. U-Boot 96 (1981)

La locandina di U-Boot 96
La locandina di U-Boot 96

Gli U-Boot tedeschi sono ancora oggi avvolti da una leggenda che li vuole tra gli assoluti protagonisti della storia della marina. Questi sommergibili nei primi anni di guerra furono un vero e proprio incubo per le flotte alleate, in loro riviveva il mito del Nautilus di Jules Verne, la tradizione dei pirati d'appendice ma anche il futuro tecnologico ed avveniristico.

U-Boot 96, uscito nel 1981, è ancora oggi considerato uno dei più grandi film tedeschi di tutti i tempi ed uno dei film sulla seconda guerra mondiale più riusciti di sempre. Scritto e diretto da Wolfgang Petersen, ispirato all'omonimo romanzo di Lothar-Günther Buchheim, mostrò al mondo la terribile, monotona ed insieme angosciante vita di quei marinai a bordo dei "lupi del mare" (com'erano soprannominati), costretti sovente all'estremo sacrificio.

Claustrofobico, concentrato sull'essere umano lasciando da parte ogni discorso politico od ideologico, ebbe un successo straordinario e meritatissimo, dal momento che non fece né del revisionismo storico, né seguì l'iter di un facile pietismo. La guerra, in tutta la sua drammaticità, si intrecciò con l'atmosfera marinara, sulla paura dell'ignoto, sull'attesa, sull'immedesimazione dello spettatore con un questi ufficiali e marinai, condannati ad un fato tragico che li fece assomigliare diverse volte ai protagonisti di antichi miti, leggende sull'inferiorità dell'uomo verso l'abisso. Su tutto e tutti domina il caso, la fortuna, la totale incapacità di decidere della propria esistenza, della propria fine, ed il legame tra uomo e macchina, uniti più che mai.

Dalla regia, alla fotografia, U-Boot 96 (Das Boot il titolo originale) rimane ancora oggi un'opera ineguagliabile nel descriverci l'inferno di acciaio, fumo e sudore che fecero di quelle lunghe scatole di acciaio delle tombe per chiunque ne incrociasse il cammino, ma anche per chi vi stava dentro.

5. Patton, Generale d'Acciaio (1970)

La locandina di Patton
La locandina di Patton

Sette Premi Oscar, tra cui Miglior Film, Regia, Attore Protagonista, Sceneggiatura, Montaggio e Scenografia e un posto conquistato di prepotenza in questa ed i molte altre classifiche. Se Il Giorno più Lungo aveva mostrato la grandezza di Hollywood nel portare sul grande schermo un evento corale, più storie connesse ad uno specifico evento, ricreato con fedeltà e mestiere, Patton, Generale d'Acciaio invece fu l'esatto opposto, un film biografico potente, profondo e molto meno patriottico di quanto si possa pensare inizialmente. Mattatore e assoluto protagonista fu George C. Scott, diventato icona del cinema in una scena introduttiva dove elogiò ma sottotraccia in realtà sferzò il militarismo dilagante negli Stati Uniti di quei primi anni 60, e ci mostrò il miglior ritratto mai fatto del militare statunitense, del militare in generale.

"Gli americani amano un vincente" dice il Generale di fronte ad una platea invisibile, con la gigantesca bandiera alle spalle. Vi è forse qualcosa di più profondamente critico e sferzante verso il "Magnifico Paese"? Il film, diretto da Franklin J. Schaffner, e scritto nientemeno che da Francis Ford Coppola e Edmund H. North, portò lo spettatore dentro la vita e la visione del mondo di uno dei più grandi Generali di tutti i tempi, di certo del più grande che la patria di George Washington avesse mai avuto.

Ciò che ne uscì fu il ritratto di un uomo d'arme innamorato dell'universo sanguinolento e vibrante di cui faceva parte, una creatura fatta di volontà e acciaio, esemplare umano da utilizzare solo ed esclusivamente in tempo di guerra. Fuori da quella, era pressoché inutile. La Seconda Guerra mondiale, sovente descritta dal basso, nel microcosmo dei soldati e civili che ne vennero schiacciati, fu però soprattutto gigantesca macchina guidata dalle scelte, gesta ed errori di singoli uomini, di politici e generali, di personaggi come Patton. Gli errori di Paulus, l'energia di MacArthur, la spietata strategia di Zukhov, il coraggio di Rommell... fu anche grazie o a causa di questi uomini, dei "colleghi" di Patton che la guerra è stata ciò che è stata.

George Patton mano a mano che si va avanti nel film, perde la sua baldanza, ma non la fiducia in sé stesso, nei suoi uomini, né nella crociata per liberare l'Europa o nelle sue qualità che vede sempre e comunque superiori a quelle degli altri suoi colleghi. Ed il bello è che il film ci fa capire quanto la Storia, quella vera, sia stata sovente plasmata da uomini del genere, narcisi, egoisti, intrattabili, ma dotati di energie, di una visione differente delle cose, inarrestabili.
Ed è ad uomini come Patton, sanguinari, innamorati di sé stessi, guidati da una forza che neppure loro comprendono ma a cui non sanno resistere, che dobbiamo oggi la nostra libertà. E c'è, ci sarà sempre un Patton come vi fu un Giulio Cesare, un Annibale o un Napoleone a plasmare il mondo, perché la Storia è scritta col sangue versato da uomini come loro, come lui, Patton, il Generale d'Acciaio.

4. Lettere da Iwo Jima (2006)

La locandina di Letters from Iwo Jima
La locandina di Letters from Iwo Jima

Se con il bellissimo Flags of Our Fathers l'anno prima Clint Eastwood aveva de-costruito il mito hollywoodiano e propagandistico del paese perfetto e in un certo senso anche della Generazione Gloriosa, con Lettere da Iwo Jima, l'ex Straniero Senza Nome fece qualcosa di ancora più rivoluzionario e riuscito: ci mostrò come nessun altro prima il punto di vista del "nemico", degli odiati "musi gialli".

Neppure i nativi americani, nei vecchi western d'annata, erano stati raffigurati in modo così negativo e terribile quanto gli avversari dell'America nel teatro di guerra del Pacifico. Ma in questo caso vi è la necessità di essere comprensivi. L'attacco a tradimento a Pearl Harbor, le atrocità e crimini di guerra di cui si macchiarono i giapponesi versi civili, prigionieri e soldati nemici, tutto questo unito al fanatismo da samurai con cui i soldati dell'Imperatore erano soliti combattere e sacrificare le loro vite li rese odiati dagli americani anche più dei nazisti.

La distanza culturale fece il resto, e benché film come Tora!Tora!Tora!, La battaglia di Midway o Duello nel Pacifico avessero cercato di offrire al pubblico un diverso punto di vista, alla fin fine a predominare erano sempre stata la visione classica: i giapponesi erano demoni, più bestie che uomini, infidi, sanguinari, folli. Un qualcosa che persino in tempi moderni film come Un qualcosa che persino in tempi moderni film come Windtalkers, Unbroken o La battaglia di Hacksaw Ridge non hanno voluto contraddire.

Per fortuna è arrivato Eastwood a ripianare le cose, scegliendo Ken Watanabe, sicuramente l'attore nipponico più famoso del mondo, per interpretare il valoroso e caparbio Generale Tadamichi Kuribayashi, colui il quale rese quel cumulo di sabbia, rocce e zolfo un incubo per i marines lanciati all'attacco. Il resto del cast (Kazunari Ninomiya, Tsuyoshi Ihara, Ryô Kase e Shido Nakamura) contribuisce in modo perfetto a darci la perfetta immagine di un esercito moderno ed insieme ancorato a principi medievali, schiacciato da un nemico preponderante.

Nessuna speranza, nessuna vittoria, la morte arriva per propria mano o per quella di nemici rotti ad ogni atrocità, eppure lo spettatore prova, grazie ad Eastwood, una profonda empatia e pena per questi ragazzi piccoli, magri, disperati, attaccati alla vita ma costretti ad una morte che persino dopo anni di propaganda temono e cercano di sfuggire. Alla fin fine lo sguardo neutrale del grande regista americano, ci dona uno spaccato umano, malinconico, desolante dove però è ancora possibile scorgere speranza per il genere umano, nei piccoli gesti, nelle piccole storie piene di contraddizioni, piccole zattere perse in quel mare in tempesta che è la battaglia.
E resiste, per quanto possa sembrare contraddittorio, l'amore per la propria patria, quella fatta di persone, di sentimenti, di qualcosa di diverso dal fanatismo che lanciò il Giappone verso il disastro.

3. Salvate il Soldato Ryan (1998)

La locandina di Salvate il soldato Ryan
La locandina di Salvate il soldato Ryan

Al terzo posto della classifica dedicata ai film sul secondo conflitto bellico mondiale, troviamo forse il più famoso, il più celebrato, il film che tutti ricordiamo e di certo uno dei più riusciti di sempre di Steven Spielberg. Senza ombra di dubbio un film che ha cambiato tutto, anche dal punto di vista tecnico, per ciò che è il ricreare un battaglia sul grande schermo, ma che ha anche comportato una nuova dimensione semiotica per il cinema, permesso di uscire da una impasse per la quale a molti sembrava che dal punto di vista espressivo il war movie, la Seconda Guerra Mondiale, avessero fatto il loro tempo.

Salvate il soldato Ryan arrivò come un meteorite nel firmamento cinematografico, colpì con una violenza emotiva che ha ben pochi pari il pubblico e la critica, fu così efficace nel creare un'immediato legame empatico da non far vedere persino alcuni difetti. L'epopea del Capitano John Miller (un Tom Hanks fantastico) che dall'orrenda spiaggia di Omaha, dal massacro per sfondare il Vallo Atlantico, si trova coinvolto con il suo piccolo gruppo di uomini in una ricerca di salvataggio, ancora oggi non smette di appassionare, dopo 20 anni.

Una fotografia magnifica, trucco, scenografie ed effetti sonori che fecero scuola, una colonna sonora sontuosa firmata dal solito John Williams anch'essa al servizio di uno Spielberg ispirato come poche altre volte, guidarono lo spettatore in una guerra oscena, senza limiti, senza pietà, che distruggeva e de-costruiva (ma solo in parte) il war movie hollywoodiano, con i primi 20 minuti che ancora oggi sono la più realistica guerra mai creata da un regista.

Poi il viaggio, l'odissea animata da una tensione che non lascia mai lo spettatore, in cui vengono poste domande senza dare una risposta: quanto vale una vita umana? Quella di questo Ryan, a cui sono morti i fratelli, e che lo Stato Maggiore rivuole a casa, vale forse più di quella del Capitano, o del Sergente o di uno qualsiasi delle migliaia di ragazzi sbarcati sulle spiagge o lanciati tra i frutteti normanni? Davvero si può trovare un senso nell' "orrendo casino di merda" che è la guerra? Non vi è una risposta in questo war-movie, ma la risposta in realtà l'ha data Spielberg cinque anni prima, con il suo Schindler's List: Chi salva una vita, salva il mondo intero. Restare umani in guerra non è facile, ma si può tentare, si può provare, anche se ciò spesso comporta dei rischi, senza però illudersi che ciò faccia la differenza, se non per noi stessi.
I difetti si diceva. Ve ne sono. I civili francesi sono assenti, i tedeschi sono nemici senza umanità, armati di un valore spietato, la piccola "Alamo" finale, nella sua ributtante brutalità, è comunque elogio all'"Amerika" che per decenni mostrava i suoi divi trionfare al segnale di "arrivano i nostri!".

Elogio e decostruzione, appunto. Ma rimane la grazie della costruzione, la nobiltà dell'intento realizzato di rendere per 170 minuti ogni spettatore pacifista, di dare il giusto tributo a chi da quella Francia non torno più, battendosi per sopravvivere ma non per questo soltanto.

2. Va' e Vedi (1985)

Va E Vedi
Va' e vedi: un'immagine del film

Al grande pubblico questo film forse non dirà molto, ma registi del calibro di Spielberg, Coppola, Stone e Scorsese lo hanno sempre indicato come uno dei più potenti, visionari e terrificanti film di guerra che abbiano mai visto. Sicuramente Va' e vedi di Elem Klimov, ebbe una grossa influenza su diverse delle loro opere, Spielberg non fece mai mistero di quanto ne fosse rimasto colpito nella sua dimensione allucinata, folle eppure proprio per questo assolutamente perfetta nel descrivere quell'atroce inferno che fu l'Europa dell'est negli anni della guerra.
Forse il peggior posto del pianeta nella storia del pianeta.

Protagonista è un giovanissimo e talentuoso Aleksei Kravchenko (rivisto quest'anno a Venezia nell'altrettanto disturbante The Painted Bird) nei panni del giovane Florya, adolescente bielorusso il cui unico sogno è quello di unirsi ai partigiani che lottano contro l'invasore nazista. Ma nel momento in cui riesce nel suo intento, si ritroverà dentro un'Odissea oscena e sanguinolenta, tra bombardamenti, massacri, linciaggi, stupri e tutto il campionario di allucinante orrore che lo porteranno ad un passo dalla follia. Solo nel finale, la sua mente ritroverà un parziale equilibrio, in una Bielorussia in fiamme, devastata, ma dove il giovane protagonista capirà che lottare per fermare l'orrore nazista è giusto, ma non deve diventare il naufragio della sua anima, della sua empatia verso gli altri esseri viventi.

L'orrore visto con gli occhi di un ragazzino, la guerra come percorso che distrugge ogni forma di umanità, come spelonca di orrori troppo enormi per essere pensati in tempo di pace. Incentrato sui massacri e le distruzioni che coinvolsero più di 628 villaggi nella Bielorussia che in realtà non vedeva l'ora di liberarsi dal giogo di Stalin, Và e Vedi non concede alcuna tregua ed alcuna protezione allo spettatore.
Universo fatto e finito delle miserie umane, questo film ha il merito di non proporre alcun antidoto al male se non la sua stessa origine: l'uomo. I tedeschi assetati di sangue, i paesani superstiziosi, i partigiani ingrati, non sono mostri, sono uomini, siamo noi come siamo sempre stati nei secoli addietro e saremo in quelli a venire. Cambiano armi, ideologie, ma non cambia il fatto che l'uomo passi gran parte del suo tempo storico a massacrarsi, salvo poi piangere i risultati di tali misfatti.

Iperrealista dissero in molti, surrealista obiettarono altri, ma la realtà è che dietro la fotografia naturale di Klimov e Rodionov, si nasconde l'eco della tragedia greca, dei massacri cantanti da Omero. Più che un film di storia, un film sulla storia, quella dell'uomo, fallace e sanguinaria creatura, di cui ci mostra uno degli abissi meno perdonabili.
Un capolavoro visivo e concettuale.

1. La Sottile Linea Rossa (1998)

La locandina di La sottile linea rossa
La locandina di La sottile linea rossa

Ebbene si. In vetta ai migliori film sulla seconda guerra mondiale sta il progetto di Terrence Malick, "oscurato" in quel 1998, dal successo di Shakespeare in Love ai botteghini e dal più accessibile Salvate il Soldato Ryan presso la critica, ma che negli anni si è nettamente guadagnato la considerazione e il plauso che meritava.

Ancora oggi ci si divide sulla sua essenza, come nel caso del film di Klimov: un film di guerra o un film sulla guerra? Difficile rispondere, ma di certo rispetto al film russo del 1985, l'opera di Malick abbraccia un tono maggiormente filosofico, universale, meno surrealista e più trascendente. Basato (ma solo in parte) sull'omonimo romanzo di James Jones, La sottile linea rossa può vantare un cast sensazionale persino nei ruoli di contorno, con diverse star che accettarono anche minuscole parti pur di apparirvi.
Sean Penn, Nick Nolte, Jim Caviezel , John Travolta, John Cusak, Elias Koteas, Adrien Brody, Jared Leto, Woody Harellson, John C. Reilly, Ben Chaplin, George Clooney, John Savage, Tim Blake Nelson, Dash Mihok, Nick Stahl... l'elenco dei non accreditati o non apparsi è altrettanto lungo e glorioso, visto che delle sei ore, alla fine ne arrivarono solo tre nelle sale.

L'uomo e la natura, l'uomo ed i suoi simili, il conflitto, la lotta, la società degli uomini, tutto questo è fuso insieme, incatenato in un iter narrativo dove è palese e continuo lo scontro-confronto tra il roccioso e cinico Sergente Welsh (Sean Penn) ed il mite e generoso Soldato Witt (Jim Caviezel), agli opposti per ciò che riguarda la visione del mondo e della vita, e sopratutto cosa voglia dire trovarsi lì, a Guadalcanal, nel 1942, dove la Guerra del Pacifico cambiò per sempre.

Malick guida con una regia sontuosa lo spettatore in un viaggio dentro l'animo umano, reso epico dalle musiche di Hans Zimmer, e dalla selvaggia bellezza di una natura che assiste quasi attonita allo scempio che si consuma. Persino all'inferno si può rimanere uomini, fino alla fine, e il fatto di stare in guerra non ci assolve dal non seguire le leggi umani e divine, uccidere è sempre e comunque un crimine, aiutare il prossimo pur se il nemico fino a pochi istanti prima, l'unico modo di rimanere vivi. Malick non commette l'errore però di donarci una linea guida universale, si accontenta di una traccia, rimane convinto che ognuno deve misurarsi con la guerra (con il conflitto che essa genera dentro di noi) in modo autonomo poiché in ognuno è diverso l'effetto che essa provoca. E che si perisca in tale iter o che ci si salvi, la risposta arriverà sempre, così come un cambiamento, totale, estremo, pari all'immobilità di una natura portatrice di vita, contenitore di un uomo che ignaro si agita, si dispera, dimenticandosi di essere polvere che respira.

Siamo parte di un tutto, la guerra tende a farci allontanare da questo status,ci costringe a fare i conti con la società e le sue costrizioni sociali, i suoi obblighi spesso in antitesi con l'ordine naturale. La Sottile Linea Rossa, oltre che di guerra, parla di ciò che quindi essa rappresenta dal punto di vista concettuale, ricollegandosi alla visione del mondo e del suo ordine propria di Schopenhauer, basata sulla volontà che plasma il mondo.

La guerra è quindi rappresentazione, fenomeno, non la cosa in sé, quella è solo la volontà, o come scrisse il filosofo a suo tempo "...è volontà quella che appare nella forza naturale e cieca, ed è ancora volontà quella che si manifesta nella condotta ragionata dell'uomo". La volontà dell'uomo si manifesta anche nella guerra, mediante la quale l'autodeterminazione si palesa, ma che tramite il personaggio di Welsh, il suo mutamento causato dal sacrificio di Witt, smette di seguire un'autoreferenzialità egoistica per la quale la vita umana in guerra non ha nessun valore.

Il film di Malick combatte forse una battaglia perduta? Quel cinismo che le memorie di Remarque o Hassel o O'Brien davano per scontato nell'uomo in divisa portatore di morte nella sua e nelle altrui vite? No. Non nega l'incidere del dolore e del male, non si illude sulla natura umana, mostrandoci il naufragare di amori spezzati dalla guerra, ma sottolinea l'importanza dei momenti di umanità e profonda gioia che sono esistiti, che vanno preservati, nulla è per sempre e nulla è solo per noi, neppure l'amore. Perché la scelta, e ciò che rappresenta, è sempre valida. E perché in quanto umani siamo e restiamo una grandiosa unione di luci ed ombre.