Anika Morrison si guadagna da vivere come agente penitenziaria presso il carcere di Holloway. Incinta e abbandonata dal padre del bambino, cerca di conciliare il lavoro con le responsabilità familiari e le cure da prestare alla madre, malata di un cancro terminale. La ragazza sogna inoltre di frequentare una scuola per infermieri per poter aiutare gli altri, anche se la sua ambizione va incontro alle ristrettezze economiche sempre più preoccupanti. Ma per la protagonista di Doing Life, un nuovo inizio è alle porte, nonostante il trauma dal quale è scatenato.
Quando una rivolta esplode all'interno del carcere, Anika rischia la propria incolumità nonché di perdere il bambino ed è soltanto grazie all'intervento di un detenuto, tale Carousel White, che vengono evitate conseguenze peggiori per lei e la nascitura, che viene gioiosamente alla luce poco tempo dopo. Nel frattempo la ragazza comincia a iniziare una corrispondenza, prima epistolare e poi telefonica, col suo salvatore e quando questi esce dal carcere per aver finito di scontare la sua pena ha inizio tra i due una relazione, resa difficile dagli inevitabili pregiudizi sull'uomo.
Doing Life: vite da ricostruire
Non impressiona che nell'ennesimo film di Tyler Perry realizzato per le piattaforme streaming, stavolta Netflix, la protagonista debba andare incontro a una serie assortita di "sfighe" più o meno debilitanti, prima di trovare una parvenza di felicità. E anche in Doing Life, come avrete potuto intuire dalla sinossi sopra esposta, il percorso che la Nostra deve affrontare nel corso dei cento minuti di visione è irto di ostacoli e contrattempi, a cominciare proprio dalla brutale rivolta iniziale tra le mura della prigione, scatenata da un errore di valutazione.
Errore quanto mai forzato e necessario per innescare il relativo incontro tra i due futuri innamorati, che scambiano tra loro il primo sguardo in un momento di tensione estrema tra quelle celle potenzialmente fatali. Un incontro quanto mai "galeotto" - perdonate la battuta - al quale segue un'estenuante, e altrettanto improbabile, comunicazione a distanza, prima su carta scritta e poi a voce, con il telefono del penitenziario che viene monopolizzato dal novello spasimante.
Una confezione di routine
Il tutto accompagnato da un buon numero di canzoni pop e RnB che enfatizzano l'ambientazione afroamericana - l'unico personaggio bianco, per altro limitato a una fugace apparizione, è un poliziotto razzista - e sottolineano l'indole retorica di questa storia di rivincite, dove la buona volontà e un pizzico di fortuna daranno una mano. A tratti la sceneggiatura vorrebbe provare a farsi più profonda, con il discorso sulle colpe pagate e sul riscatto sociale da guadagnarsi con le unghie e con i denti, ma cede poi a soluzioni gratuitamente strappalacrime che afflosciano sul nascere quegli spunti potenzialmente interessanti.
Il punto, come accade praticamente in tutti i film di Tyler Perry, è che ogni problema viene gonfiato all'eccesso, andando a caricarsi su altre tragedie presenti in sceneggiatura: tutta la sottotrama legata alla madre malata, e al relativo complesso rapporto di amore e odio con le sorelle - tocca picchi emotivi esagerati e stucchevoli, alla ricerca di una continua commozione che più viene calcata e meno arriva a intaccare le ghiandole lacrimali dello spettatore.
Davanti e dietro la macchina da presa
Naomi Baker e Jay Reeves ci provano a infondere credibilità ai personaggi principali, due persone segnate da esperienze diverse ma accomunate da una sensazione di perenne marginalità e dalla voglia di ricominciare da capo. Ma anche in questo caso viene meno l'immedesimazione con loro in quanto sono arrivati a punti tali per sbagli commessi, anche gravi, e il motto "chi è causa del suo mal, pianga se stesso" ben si adatta a suddetti caratteri.
Tyler Perry non va mai per il sottile, non possiede la giusta sensibilità per raccontare una storia che in altre mani avrebbe potuto trovare appigli migliori per arrivare al cuore di chi guarda, senza affidarsi a questo tran-tran di disgrazie assortite che finisce così per farsi involontaria, surreale, parodia.
Conclusioni
Lui appena uscito dal carcere, dove ha scontato una condanna per tentato omicidio; lei ragazza madre costretta a crescere da sola la figlioletta. Proprio dietro le sbarre è avvenuto il "fatidico" primo incontro e ora, all'aria aperta, può svilupparsi la loro love-story, intrisa di tragedie più o meno strappalacrime in pieno stile Tyler Perry. Il regista e sceneggiatore afroamericano firma un melodramma all-black che carica di forzature l'impianto emotivo del racconto, tra malattie incurabili e pregiudizi da combattere, fino a quell'epilogo che arriva come un lieto fine non tanto per la conclusione effettiva degli eventi, ma per aver messo termine a un tale supplizio.
Perché ci piace
- La trama ha qualche spunto potenzialmente interessante...
Cosa non va
- ...che viene inghiottito dai preponderanti eccessi melodrammatici del racconto.
- Personaggi poco interessanti e involontariamente caricaturali.
- Sviluppi estremamente telefonati.