Arrow, Flash, Gotham e Supergirl: bilancio delle serie DC nella stagione 2016-17

In occasione della messa in onda italiana dei finali di stagione delle quattro serie di punta della DC Comics, tiriamo le somme dell'annata appena conclusa, tra ritorni, crossover e promesse per un futuro non tanto prevedibile.

Arrow: un'immagine tratta da Legends of Yesterday
Arrow: un'immagine tratta da Legends of Yesterday

La DC Comics occupa indubbiamente una posizione di rilievo in ambito televisivo, così come al cinema, con ben otto serie live-action attualmente in programma sui vari network: Arrow, The Flash, Supergirl, Gotham e Legends of Tomorrow per quanto riguarda i supereroi (con l'eccezione di Gotham, sono tutte legate tra di loro) e, in territorio Vertigo, per un pubblico leggermente diverso, Preacher, Lucifer e iZombie. Recentemente è anche andato in onda Powerless, cancellato dopo una stagione come già accaduto alcuni anni addietro con Constantine, mentre nei prossimi mesi l'espansione è destinata a continuare con prodotti come Krypton e Black Lightning. Una line-up di successo, anche in Italia nonostante alcune scelte di programmazione bizzarre (nel blocco di supereroi in onda il sabato seria su Italia 1 è stato inserito Gotham al posto di Legends of Tomorrow, rendendo monco il crossover in quattro parti Invasion!), e proprio in occasione della messa in onda nostrana dei finali di stagione dei quattro show di punta della casa editrice abbiamo pensato di fare un bilancio collettivo, riflettendo al contempo sulle forze e debolezze dei singoli programmi e sul palinsesto catodico DC in generale. N.B. L'articolo contiene spoiler per le stagioni intere.

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Chiusura del cerchio

Il punto di partenza ideale è rappresentato dal tandem Arrow-The Flash, le due entità che, nel bene e nel male, hanno definito l'evoluzione dell'approccio DC sul piccolo schermo procedendo in parallelo con il cinema. Quando Oliver Queen ha debuttato nella nuova veste creata da Greg Berlanti, dopo sei anni come comprimario in Smallville, andava per la maggiore il Batman di Christopher Nolan, dal quale gli showrunner hanno attinto a piene mani per le atmosfere e le storyline dei primi anni dello show (la seconda stagione, incentrata sul conflitto fra Oliver e Slade Wilson, è sostanzialmente un ibrido di Batman Begins e Il cavaliere oscuro - Il ritorno in termini di trama). Dopo le critiche a L'uomo d'acciaio e il suo Superman eccessivamente dark è invece arrivato Barry Allen, supereroe allegro e spensierato, simbolo ideale - soprattutto in sede di crossover - della coesistenza possibile tra atmosfere cupe e divertimento (cosa già messa in atto da Nolan, sebbene una fazione dei fan tenda ad ignorare questo particolare). Poi c'è stata una graduale mutazione, con Arrow che è andato incontro ad un alleggerimento non indifferente man mano che Oliver rinunciava ai metodi brutali degli inizi mentre The Flash si è progressivamente incupito fino ad arrivare alla terza stagione, inaugurata da Flashpoint e segnata da una trama orizzontale legata alla futura morte di Iris West, la compagna di Barry, e alla minaccia di Savitar, un velocista che in realtà è... Barry, votato al male dopo un lutto di troppo. Un colpo di scena che voleva essere scioccante e invece era soltanto telefonato: al terzo giro, con l'ennesimo Big Bad che ha gli stessi poteri del protagonista, era inevitabile che fosse letteralmente Flash passato al Lato Oscuro della Forza (di Velocità).

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Un'immagine promozionale per la serie tv Arrow
Un'immagine promozionale per la serie tv Arrow

Due evoluzioni parallele che quest'anno raggiungono un capolinea: da un lato, Arrow si congeda definitivamente dai flashback che hanno caratterizzato le cinque stagioni andate in onda finora tornando un'ultima volta sull'isola di Lian Yu, luogo della rinascita di Oliver Queen, sede di quello che diventa un lungo best of di quanto visto finora (vedi il ritorno di Slade) e punto di partenza per un nuovo corso della serie poiché questo Purgatorio in mezzo al nulla viene distrutto per sempre lasciando incerto il destino di tutti i comprimari e ribadendo quanto la vita di Oliver sia dettata dalla solitudine e dal dolore; dall'altro, Barry ritrova finalmente la speranza di un tempo, ma per salvare la propria città è costretto ad autoesiliarsi all'interno della Forza di Velocità la quale, assumendo le sembianze della defunta madre del protagonista, dice apertamente che "la corsa è finita". Due esempi di tabula rasa apparente, che nel caso di The Flash in particolare può far pensare a pressioni aziendali (con il debutto del Barry Allen cinematografico alle porte è possibile che si decida di mandare in vacanza quello televisivo, eventualità però poco probabile perché Wally West non ha ancora la tempra drammatica necessaria per sostituire a tempo pieno il mentore), ma è anche un segnale incoraggiante dopo eventuali timori da parte del pubblico sul presunto circolo vizioso in cui erano scivolate entrambe le serie. Il prossimo autunno (negli USA) Arrow sarà senza flashback - e forse senza gran parte del cast storico - e The Flash avrà finalmente un antagonista diverso (con l'augurio che il nuovo corso non produca altre occasioni sprecate come il doppio episodio ambientato a Gorilla City).

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Kara Zor-El e l'ottimismo inscalfibile

Supergirl: David Harewood e Melissa Benoist in una foto dell'episodio L'Ultimo Sacrificio
Supergirl: David Harewood e Melissa Benoist in una foto dell'episodio L'Ultimo Sacrificio

La seconda stagione di Supergirl è stata segnata dal passaggio da CBS a CW, con conseguente diminuzione del budget, trasferta di cast e troupe in Canada, crossover più frequenti (e riusciti) con le serie dell'Arrowverse e dipartita di Calista Flockhart dagli interpreti fissi. Ha anche abbastanza deluso la trama orizzontale legata a Mon-El e al popolo di Daxam, gestita in modo abbastanza approssimativo e talvolta a discapito del vero punto di forza dello show che è l'esplorazione psicologica della protagonista, simbolo di un eterno ottimismo di cui ha bisogno non solo la DC, ma anche tutta l'America. Non a caso il finale della seconda stagione, che si chiude su una nota di speranza pur facendo presagire l'arrivo di una creatura che forse è Doomsday, è intitolato Nevertheless, She Persisted (Nonostante tutto lei persiste), recente motto femminista negli USA derivato da una frase del senatore repubblicano Mitch McConnell dopo un dibattito con una collega donna. Certo, in questo mondo gli eroi non devono fare i conti con Donald Trump (anzi, a interpretare il Presidente degli Stati Uniti è Lynda Carter, la mitica Wonder Woman televisiva), ma nel contesto di uno show fortemente interessato al ruolo delle donne nella società odierna (vedi l'ammissione sincera di Superman sulla superiorità fisica della cugina) un tale uso della forza allegorica della fantascienza è più che benvenuto.

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E alla fine arriva Batman?

Gotham: il protagonista Ben McKenzie in Better To Reign in Hell
Gotham: il protagonista Ben McKenzie in Better To Reign in Hell

Dal mondo colorato di alieni e velocisti passiamo quindi a quello più grigio di Gotham, un prodotto intrigante e allo stesso tempo frustrante per la sua volontà di esplorare la mitologia di Batman sul piccolo schermo senza mai decidere se essere un poliziesco ambientato nella città di Bruce Wayne o un vero e proprio prequel delle avventure dell'Uomo pipistrello, con le origini dell'eroe ancora adolescente e dei suoi numerosi avversari (quest'ultimo è il dettaglio che ha fatto storcere il naso a molti fan storici, poiché tradizionalmente questi villain nascono come reazione all'avvento di Batman). La scelta di dare agli ultimi episodi della terza stagione il titolo collettivo Heroes Rise suggeriva una svolta nella gestione creativa della serie, e così è stato: dal ritorno di Jerome Valeska in poi è stata abbracciata pienamente la dimensione pulp del materiale di base, accantonando ogni pretesa di realizzare un crime drama serio sulla falsariga dei vari procedurali che impazzano sugli schermi americani. Un messaggio rafforzato dall'immagine di chiusura, in attesa della quarta stagione che è già stata confermata: Bruce su un tetto, con un costume preliminare, dopo aver sventato una rapina simile a quella che costò la vita ai suoi genitori. Una rivisitazione iconografica che due anni fa avremmo considerato un gesto gratuito in nome del fan service, ma che dopo tre annate discontinue lancia un segnale forte sull'identità che il programma intende avere d'ora in poi. Proprio come in Arrow e The Flash, siamo giunti a una specie di capolinea, un punto dove il vecchio Gotham può morire e risorgere in versione più stramba, esattamente come uno dei suoi personaggi che, a sorpresa, è stato identificato come l'alter ego umano di Solomon Grundy. La DC è morta, lunga vita alla DC!

Movieplayer.it

4.0/5