La saga che ha rivoluzionato il modo di vedere i non morti al cinema nasce dall'idea di uno degli sceneggiatori più talentuosi del panorama britannico e internazionale. Stiamo parlando di Alex Garland e del suo 28 giorni dopo, pellicola del 2002 alla quale hanno fatto seguito altri tre film, l'ultimo dei quali uscito a inizio 2026: 28 anni dopo: Il tempio delle ossa.
Un lungometraggio che, come il precedente capitolo del 2025, ci mostra un Regno Unito piegato dal contagio e riportato a uno stato primitivo, dove i sopravvissuti vivono in piccoli gruppi, braccati dagli infetti in una realtà senza morale né speranza.
Ora anche questa pellicola è finalmente disponibile dal 23 aprile in Home Video con Eagle Pictures, in Dvd, Blu-ray, 4K e in una attesissima edizione Steelbook 4K, per la gioia di tutti i fan che vogliono rivivere dal divano di casa la tensione e l'orrore del tremendo e incontrollato contagio (potete acquistarli su Film&More).
Ma perché questa saga è così importante, sia dal punto di vista cinematografico che per tutti gli amanti del genere horror? Ovviamente, per scoprirlo vale la pena recuperare i quattro film che la compongono: opere talvolta dai toni differenti, ma sempre incisive.
Nel caso non vi avessimo ancora convinto, ecco qualche motivazione più concreta che ci permette di raccontare l'importanza di questo franchise.
L'evoluzione: dal soprannaturale alla scienza
Il primo motivo che vi sottoponiamo riprende il discorso iniziato nelle prime righe di questo articolo: 28 giorni dopo (e i titoli che sono seguiti) ha fatto la storia del genere horror in quanto primo a discostarsi dalla visione classica di George Romero o dallo zombie mosso da forze sconosciute.
Al posto di cadaveri lenti e barcollanti, ci vengono proposti infetti veloci e reattivi, un pericolo letale per i personaggi perché aggressivi, forti e difficilissimi da seminare. Leggenda vuole, infatti, che Alex Garland, sceneggiatore del primo film e dei due più recenti, si sia ispirato non al cinema ma ai videogiochi. L'autore è un gamer appassionato e l'idea dietro la sorprendente motilità degli infetti gli sarebbe venuta giocando a Resident Evil e osservando i terrificanti cani zombie.
Il mondo videoludico sarebbe stato d'ispirazione anche per un'altra formidabile idea: quella di eliminare la componente soprannaturale per trovare una giustificazione più vicina al sentire comune. Nasce così il virus della "Rabbia", un patogeno realmente esistente in natura, riconoscibile, che qui muta, sfuggendo a ogni controllo e infettando la popolazione su vasta scala.
Garland, non accontentandosi mai del "già visto", reinterpreta questi elementi in chiave originale, dando vita a un mondo alternativo: una distopia che ci terrorizza proprio perché, in qualche modo, spaventosamente plausibile.
Lo specchio di una società in frantumi
È proprio questa vicinanza al mondo reale che costituisce un altro enorme punto di forza della saga. 28 giorni dopo e i titoli successivi non servono solo a intrattenere il pubblico con momenti ad alta tensione, ma puntano a farlo riflettere su tematiche complesse e fondamentali.
Se il primo film anticipava le paure di una pandemia globale, mostrando quanto sia fragile la società in cui viviamo, con 28 anni dopo e il suo sequel Garland scava ancora più a fondo nell'attualità. Quella che ci viene proposta è un'allegoria calzante (e un'aperta critica) della Brexit e delle crisi internazionali contemporanee. In un Regno Unito completamente isolato, la società collassa e i Paesi stranieri diventano una presenza aleatoria, l'eco distante di una normalità perduta.
Ovviamente si parla anche di molto altro: di affetti, di senso di comunità, di malattia e, più in generale, di tutto ciò che ci rende umani. Un argomento ampiamente sviscerato ne Il tempio delle ossa, dove il rapporto che si instaura tra il Dottor Ian Kelson e l'Alpha traccia un'importante linea di demarcazione tra l'uomo e il mostro, esplorando un confine sottile in cui i ruoli sono tutt'altro che scontati.
L'impronta d'autore: tre registi per l'apocalisse
Se cercate un motivo ulteriore per recuperare la saga, lo troverete nei registi che vi hanno preso parte, tutti con il proprio stile ma sempre al servizio della narrazione.
Il più iconico è di sicuro Danny Boyle (dietro la macchina da presa del lungometraggio capostipite e di 28 anni dopo) che con la sua inconfondibile cifra stilistica iperdinamica ha settato in alto l'asticella della suspense e dell'azione.
Juan Carlos Fresnadillo, alla direzione di 28 settimane dopo, ha proposto invece una regia forse meno frenetica ma più metodica, utile a restituire visivamente l'inesorabile espandersi dell'infezione.
Ultima, ma non certo per importanza, Nia DaCosta. Nel portare in scena Il tempio delle ossa, la regista ha abbandonato l'approccio ipercinetico di Boyle (che per il capitolo precedente aveva persino fatto un massiccio uso di iPhone come action cam) per prediligere inquadrature dal forte impatto pittorico, talvolta solenni e talvolta delicate, dando così maggiore respiro alla componente emotiva e drammatica della storia.
Lasciatevi quindi incantare e terrorizzare da una saga che travalica i rigidi confini dell'horror: un franchise evolutosi nel tempo, composto da opere profonde e mai banali. Oltre a vantare cast tecnici e artistici di prim'ordine (il Jim di Cillian Murphy rimarrà per sempre nei nostri cuori, così come il recente Dr. Kelson di Ralph Fiennes), questo universo ci ha regalato attimi di altissimo cinema. Ha ridefinito la figura del "non morto" in modo intelligente ed efficace, ricordandoci costantemente che il pericolo più grande, alla fine, risiede sempre nella razza umana e in noi stessi.