Dopo l'incredibile accoglienza del 2023, il live-action di One Piece torna il 10 marzo 2026 con otto episodi dedicati all'ingresso nella Grand Line. Tutto fila liscio finché un dettaglio nel trailer su Nico Robin accende il dibattito e spacca i fan tra approvazione e perplessità.
La Seconda stagione di One Piece e l'ingresso nella "tomba dei pirati"
La seconda stagione del live-action targato Netflix si intitola One Piece: Into the Grand Line e promette di proseguire l'ambizione produttiva che aveva stupito persino i fan più intransigenti. In queste nuove puntate, la ciurma di Luffy attraversa quegli archi che nel manga rappresentano una vera transizione dall'avventura "di formazione" al cuore del viaggio: Loguetown, Reverse Mountain (Twin Cape), Whiskey Peak, Little Garden e Drum Island, prima di approdare alla saga di Alabasta che verrà completata nella futura terza stagione.
Chi ha letto il manga o seguito l'anime sa che da questo momento in poi il materiale narrativo assume toni più politici, tragici e mitologici, con un crescente focus sui Baroque Works, su Crocodile, sulla geopolitica del mondo di Eiichiro Oda e sulla mitologia dei Poneglyph. Ed è proprio qui che la figura di Nico Robin si rivela cruciale: un personaggio amatissimo dagli appassionati di lunga data e che, fin dagli anni 2000, si porta dietro una delle backstory più dure dell'intera opera, legata a persecuzioni, stermini e segreti linguistici.
Mentre i fan del live-action stanno per incontrarla davvero per la prima volta, Netflix ha diffuso un trailer con focus su Robin. Tutto regolare, fino all'inquadratura dell'avambraccio.
Perché la "N" vista su Netflix fa discutere
Il trailer mostra Nico Robin con un bracciale recante l'iniziale "N", come il suo nome. Fin qui nulla di strano, se non fosse che nel manga quel bracciale porta la sigla "BW", abbreviazione di Baroque Works, l'organizzazione criminale guidata da Crocodile di cui Robin è il braccio destro. Una differenza apparentemente minore che, per i lettori più attenti, cambia un tassello fondamentale del suo percorso identitario.
Nel manga, Robin trascorre vent'anni a nascondersi dal Governo Mondiale, costretta a vivere sotto falsa identità dopo la distruzione della sua isola natale e la diffusione del suo wanted da bambina, con una taglia astronomica che la rende una preda globale. Lavora per i Baroque Works sotto lo pseudonimo Miss All Sunday, e il suo vero nome viene svelato soltanto in seguito. Il punto è che, all'altezza narrativa degli archi adattati in questa stagione, Robin non ha alcun motivo per esporsi usando la propria iniziale, anzi, l'opposto.
Il testo originale sottolinea infatti come il dettaglio sia incoerente con la sua psicologia: "Considerando quanto Robin fosse disperata per evitare di essere catturata dal Governo Mondiale, non ha senso che indossi le iniziali del suo nome". Ed è difficile non concordare: si tratta di un cambio che banalizza il peso del suo passato e dei suoi traumi, soprattutto perché l'arco di Enies Lobby, dove si scava nel suo dramma personale, arriva molti anni dopo nella timeline del manga.
Perché Netflix abbia optato per questa versione non è chiaro: potrebbe essere una semplificazione visiva per il pubblico nuovo, o una scelta che verrà gestita narrativamente più avanti. Per ora, però, il fandom si è diviso tra chi vede un dettaglio estetico innocuo e chi invece legge una riduzione del sottotesto che ha reso Robin quella che è.
In ogni caso, resta evidente che la Stagione 2 del live-action sta camminando su un terreno sacro per i fan di Oda: e ogni cucitura, anche microscopica, rischia di essere osservata con la precisione di un archeologo di Ohara.