Quando si parla di Martin Scorsese, il mondo del cinema tende ad ascoltare. Proprio per questo motivo la sua recente collaborazione con una società specializzata in intelligenza artificiale ha acceso una discussione che va ben oltre la tecnologia. A lanciare la prima stoccata è stato Boots Riley, regista e musicista statunitense, che non ha usato mezze misure nel commentare la scelta del collega.
Le accuse di Boots Riley e il sospetto dietro la scelta di Scorsese
Il dibattito sull'intelligenza artificiale nel cinema si arricchisce di un nuovo capitolo e, questa volta, coinvolge due autori molto diversi tra loro. Da una parte Martin Scorsese, uno dei cineasti più influenti degli ultimi cinquant'anni. Dall'altra Boots Riley, autore noto per il suo sguardo provocatorio e per la sua critica ai meccanismi economici che regolano l'industria culturale.
La scintilla nasce dall'annuncio dell'ingresso di Scorsese come consulente di Black Forest Labs, azienda che sviluppa strumenti basati sull'intelligenza artificiale generativa. Il regista di Taxi Driver e Quei bravi ragazzi ha spiegato di voler contribuire all'evoluzione di nuovi strumenti capaci di supportare il processo creativo, in particolare nella realizzazione di storyboard e nella visualizzazione preliminare delle idee. Una posizione che Riley ha accolto con evidente scetticismo.
Attraverso X, il regista ha ipotizzato che dietro la decisione possa esserci soprattutto una questione economica. "La mia ipotesi è che, a 83 anni, abbiano dato alla sua famiglia una montagna di soldi. Queste aziende distribuiscono decine di milioni con estrema facilità. Forse voleva garantire loro un'entrata e pensa che l'IA finirà comunque per schiantarsi da sola", ha scritto.
Il tono si è fatto ancora più duro subito dopo. Riley ha aggiunto che, qualora la sua interpretazione fosse sbagliata, il giudizio nei confronti di Scorsese diventerebbe persino più severo. Parole che hanno rapidamente alimentato la discussione online, soprattutto perché arrivano in un momento storico in cui Hollywood continua a interrogarsi sui confini tra innovazione tecnologica e creatività umana.
Il vero nodo: l'influenza di Scorsese sul futuro del cinema
Curiosamente, il punto più interessante della critica di Riley non riguarda l'utilizzo diretto dell'intelligenza artificiale. Il regista ha infatti precisato che non avrebbe particolari problemi nel vedere Scorsese sperimentare nuovi strumenti durante il proprio lavoro. A preoccuparlo sarebbe piuttosto il peso simbolico della sua adesione al progetto. "Il problema non è che la utilizzi. Quello lo liquiderei con una scrollata di spalle. Il problema è usare il proprio prestigio per promuoverla e spingere l'industria in quella direzione", ha scritto.
Secondo Riley, le aziende che operano nel settore dell'IA avrebbero bisogno proprio di figure come Scorsese per legittimare una tecnologia che, almeno per ora, non avrebbe ancora prodotto quella rivoluzione promessa dai suoi sostenitori. Da qui l'affondo finale: "È stato investito oltre un trilione di dollari nell'intelligenza artificiale generativa e ancora non sta salvando nessuno né sta cambiando il cinema."
Scorsese, dal canto suo, ha adottato un approccio completamente diverso. Nella nota diffusa da Black Forest Labs, il regista ha ricordato come il cinema sia un linguaggio relativamente giovane, con poco più di un secolo di storia alle spalle. Proprio per questo motivo, secondo lui, il settore dovrebbe mantenere una certa apertura verso le trasformazioni tecnologiche. "Il cinema è un mezzo giovane, ha circa 125 anni. Dobbiamo essere aperti al modo in cui può evolversi", ha spiegato.
Al momento il regista ha appena concluso le riprese di What Happens At Night, nuovo progetto con Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence, mentre Riley continua a promuovere il suo I Love Boosters, satira dedicata al capitalismo contemporaneo.
Più che uno scontro personale, quello tra i due autori assomiglia a una fotografia perfetta del momento che sta vivendo Hollywood: da una parte la curiosità verso strumenti che promettono di accelerare il lavoro creativo, dall'altra il timore che la tecnologia finisca per occupare spazi che molti considerano ancora profondamente umani.