Mentre l'Odissea continua la sua corsa al box office globale con ottimi risultati, Christopher Nolan prosegue a far parlare di sé. Questa volta non per gli incassi o i diversi aneddoti emersi dal set, ma per un'intervista dai toni profondamente filosofici rilasciata durante la tappa cinese del tour promozionale. Ospite a Pechino del podcast condotto dalla docente di filosofia politica Zhong Shu (pubblicato sulla piattaforma Bilibili), infatti, il regista britannico si è allontanato dalle classiche domande dei press junket.
Nessun gioco da talk show o domande veloci sui retroscena con gli attori: Zhong attraverso le sue domande ha indagato a fondo nella visione del mondo di Nolan e su come la sua filosofia personale abbia plasmato l'adattamento del poema omerico. L'intervista è diventata rapidamente virale, offrendo così uno sguardo raro e affascinante sul pensiero del regista.
Il legame diretto con Oppenheimer
L'intervista è cominciata con quella che poteva essere a tutti gli effetti una provocazione: se il poema antico celebrava la guerra e la vittoria, il film di Nolan sembra muoversi nella direzione opposta, riflettendo le inquietudini del presente. Alla domanda se si consideri l'aedo, ovvero il cantore di una "civiltà al tramonto", Nolan ha risposto: "Se la si guarda da una prospettiva storica, ciò che mi ha entusiasmato nell'adattare l'Odissea è che Omero scriveva di un'epoca passata di secoli, che il suo pubblico considerava più avanzata della propria. Era una civiltà in ascesa, ma che cercava di tornare al punto in cui si trovava 400 anni prima. Quindi l'idea del ciclo, l'idea di una civiltà al tramonto, credo sia già presente nel poema, seppur in modo sottile. Quando riportavano alla luce le mura dei vecchi palazzi crollati, le chiamavano "mura ciclopiche" perché pensavano che solo un gigante avrebbe potuto costruirle: avevano questa concezione della grandezza della civiltà passata. Mi ha affascinato quel crollo, quella che chiamano la 'catastrofe dell'Età del Bronzo', ciò che accade tra gli eventi della Guerra di Troia e Omero."
L'autore ha quindi collegato direttamente questa visione al suo film precedente: "Dal punto di vista moderno si tratta di temi spaventosi ma affascinanti. Per me questa sensibilità deriva in parte dall'aver lavorato a Oppenheimer subito prima, che è fondamentalmente un film sulla fine del mondo e sul collasso definitivo della civiltà. Credo di aver assolutamente portato quel tipo di sensibilità in questo adattamento dell'Odissea."
La presunta "cristianizzazione" del mito
Un altro nodo centrale del dialogo ha riguardato il concetto di espiazione e pentimento. la studiosa ha fatto notare come l'espiazione non appartenesse alla cultura o al linguaggio della Grecia antica, chiedendo direttamente a Nolan se avesse "cristianizzato" l'Odissea: "Non ero del tutto consapevole di come la stessi affrontando filosoficamente, se non per il fatto che mi sono concentrato moltissimo sull'idea della xenia. Nel film la chiamiamo 'La Legge di Zeus' per semplicità, ma è quel concetto di rispetto reciproco: ti tratto come vorrei essere trattato io. Nella loro teologia, questo derivava dal fatto che l'ospite avrebbe potuto essere una divinità travestita."
Il regista ha poi continuato dicendo: "Ho scavato a fondo su questo punto e ho iniziato a capire che, per me, ciò che rende interessante l'interazione tra storia e mitologia è l'idea dei Popoli del Mare, coloro che si ritiene abbiano causato il crollo dell'Età del Bronzo. È uno dei grandi misteri della storia: chi erano? Ma la vera idea è che sia stata la violazione della xenia - della Legge di Zeus, ovvero ciò che compiono i Proci nel palazzo - a causare quel danno e quella rovina."
Il limite della critica amatoriale e il valore dei meccanismi narrativi
Proseguendo la riflessione sul rapporto tra autore e spettatore, Nolan si è poi soffermato su come l'analisi cinematografica contemporanea tenda spesso a fraintendere la funzione e la bontà delle strutture narrative: "Quando si parla di narrazione, si è sempre in dialogo con le aspettative del pubblico. Si tratta di un'energia portata dagli spettatori tanto quanto di un'energia scaturita dalla storia stessa. Quando si caratterizza un personaggio la critica che viene spesso rivolta al cinema in generale è di rendere quel personaggio forzatamente empatico, manipolandolo in vari modi. Questo è un difetto fondamentale della critica cinematografica moderna, perché riuscire a identificare il meccanismo non significa invalidarlo. È un vero problema nella critica di oggi: la gente pensa che 'siccome ho capito perché la storia mi sta emozionando, allora la storia non è efficace'. Non è così che funziona il racconto."