La 36^ edizione del Romics ha visto tra i suoi protagonisti anche Victor Perez, una delle voci più autorevoli e influenti nel panorama degli effetti visivi a livello internazionale. Con oltre ventotto anni di carriera alle spalle, l'artista nel corso degli anni ha saputo unire sensibilità artistica e rigore tecnico, fondendo fotografia, cinematografia e post-produzione in una visione completa e profondamente orientata alla narrazione.
Premiato con il David di Donatello per il suo lavoro nel film Il ragazzo invisibile - Seconda generazione, Perez ha inoltre collaborato ad alcune delle più grandi produzioni hollywoodiane, come Il cavaliere oscuro - Il ritorno di Christopher Nolan, Rogue One: A Star Wars Story, Harry Potter e i Doni della Morte e Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare.
Una nuova sfida per Victor Perez
Riconosciuto internazionalmente come guru del compositing VFX, Perez ha tenuto masterclass sul compositing fotorealistico di CGI presso i più importanti Studi del settore come Pixar Animation Studios o Dneg per citare alcuni, e presso i più prestigiosi istituti educativi come Escape Studios e The Animation Workshops.
Accanto al lavoro cinematografico, Victor Perez è attualmente impegnato anche in un importante progetto artistico-espositivo internazionale. La mostra, intitolata Steely Dreams, aprirà a Tokyo nel corso di quest'anno. Il progetto è una serie fotografica fine-art che rielabora l'immaginario dei grandi mecha della tradizione manga e anime giapponese - da Gundam a Evangelion - trasformandoli in presenze monumentali e silenziose, integrate in paesaggi urbani reali.
In occasione della sua partecipazione all'evento che si è svolto a Roma, durante il quale è stato premiato con il Romics D'oro, abbiamo avuto modo di realizzare un'intervista con l'artista, ripercorrendo le tappe più importanti della sua carriera e scoprendo le sue opinioni sul futuro degli effetti visivi.
Che significato ha essere premiato con il Romics d'oro a questo punto della tua carriera?
Sembra una coincidenza, ma i fumetti, i manga e tutto questo mondo a cui è legato il Romics hanno influenzato moltissimo il fatto che io faccia questo lavoro e l'estetica che lo contraddistingue. C'è poi una coincidenza perché ogni anno io inizio a pensare a cosa posso fare di nuovo per 'complicarmi la vita', visto che non me la sono complicata abbastanza... Il lavoro dell'artista è proprio quello: se ti senti troppo a tuo agio vuol dire che c'è qualcosa che non va. Sapevo che quest'anno era il trentesimo anniversario della serie Evangelion, che ha avuto su di me una grande influenza perché negli anni novanta era una serie che parlava ad esempio della salute mentale, della depressione, di bambini che non vogliono essere eroi, ma che vogliono avere una vita, che vogliono essere normali... Era una cosa molto nuova e mi aveva colpito come venissero usati robot giganti e una mitologia pseudo cristiana, un insieme di tante cose...
Come sei tornato a ispirarti a Evangelion?
Io sto collaborando con una società chiamata Wacom, che crea le tavolette grafiche che usiamo noi artisti, e parlando con loro durante un viaggio in Giappone avevo condiviso il mio amore per Evangelion, e mi hanno detto: 'Perché non fai dei lavori fotografici, visto che tu hai iniziato in quel settore?'. E da lì ho sviluppato l'idea di realizzare una serie di lavori fotografici ispirati alla serie, ottenendo la possibilità di avere un'esposizione a Tokyo.
Si tratta del progetto a cui sto lavorando ora: sono fotografie di molti posti diversi nel mondo e per me è un linguaggio totalmente nuovo perché non è il mio. Ho un grande rispetto per i fotografi e mi sono voluto mettere alla prova. Quando ho realizzato la prima immagine è stata una gioia pazzesca perché ho potuto creare qualcosa di nuovo, dando forma a qualcosa che avevo dentro. E tutto questo è avvenuto nello stesso momento in cui mi hanno chiamato per comunicarmi che volevano conferirmi questo premio. Ed è stato molto provvidenziale.
Quale è stata la tua reazione alla notizia che avresti ricevuto il Romics d'oro?
Mi sono sentito un po' di nuovo alle prese con la sindrome dell'impostore, chiedendomi: 'Perché mi danno un premio? Che ho fatto per fare tutto questo?' Per cui questo riconoscimento rappresenta tanto amore, è ricevere tanto amore dall'Italia, e questa è una cosa che mi riempie di gioia, perché l'Italia per me è una seconda casa, è un posto dove io sono cresciuto a livello professionale, per cui mi sento molto made in Italy, anche se sto all'estero.
Essere riconosciuto per il proprio lavoro, essere riconosciuto in Italia e essere riconosciuto da questa comunità di artisti per me è una tripla gioia, per cui che posso dire? Mi sento onorato e spero che abbia un'influenza su i progetti che farò, che sto ancora sviluppando. Spero che questo premio mi ricordi che alla fine è l'amore che ci muove a ci spinge a fare questo lavoro; è l'amore per tutti gli artisti che sono venuti prima di me e che verranno dopo di me, e uno cerca di lasciare una piccola traccia in tutto questo, per cui sì, è un bel modo per ricordarselo, me lo metterò là per ricordarmi che devo fare il meglio per meritare questo premio ogni giorno.
I passi in avanti della tecnologia
Hai anche modo di insegnare, spiegare gli effetti visivi alle nuove generazioni e a avvicinarti a realtà come quella dell'Intelligenza artificiale. Cosa pensi accadrà in futuro?
Io lo trovo affascinante, prima di tutto. Io lavoro con la tecnologia, per cui i tre pilastri del mio lavoro sono scienza, tecnologia e arte.
E ogni anno la tecnologia cambia, costringendoti ad adattarti, perché si potranno fare le cose in modo più o meno diverso. Tutte queste critiche all'Intelligenza artificiale mi ricordano un po' quello che diceva mia madre quando mi vedeva mentre stavo creando al computer: "Smettila di giocare". Io rispondevo: "Mamma, io non gioco, sto creando". In passato tutti dicevano "Che bello quello che fa il computer", ma io ribadisco che il computer non fa niente da solo, senza di me è il niente. Ora c'è un po' di confusione: è vero che c'è l'Intelligenza Artificiale e fa delle cose da sola, ma questo è capitato anche prima.
Come abbiamo affrontato i cambiamenti in precedenza?
In passato basta pensare all'uso del green screen, usato per realizzare di tutto, c'era una certa estetica come ad esempio quella del videoclip Don't stop 'til you get enough di Michael Jackson: c'era lui davanti a un green screen su cui poi avevano spazio degli sfondi psichedelici, perché era la moda degli anni '70, era un'estetica specifica. In questo momento tecnologia, scienza e arte si incontrano e influenzano a vicenda, dando però vita a un periodo di altissima confusione che tra qualche anno verrà studiato. Attualmente stiamo vivendo in un periodo all'insegna della grandissima confusione, che verrà studiato in futuro tra molti anni, visto che viviamo l'apocalisse ogni anno, pensiamo al COVID, alla guerra, agli scioperi a Hollywood...
Perché secondo te l'IA è considerata in modo così negativo?
Abbiamo l'idea dell'Intelligenza Artificiale come cosa terrificante perché abbiamo visto Terminator, i film che ci hanno detto che dovremmo averne paura. Ed è vero che ha tante potenzialità brutte, ma anche i coltelli ne hanno. Cosa facciamo, quindi? Togliamo i coltelli allo chef così siamo tutti in salvo? No. E poi ci sarà sempre qualcuno che userà la tecnologia per fini poco nobili, ma al tempo stesso ci fa crescere. La tecnologia, in particolare, cresce a un ritmo molto più elevato rispetto alla nostra capacità di assimilarla.
Cosa ti rende ottimista pensando alle nuove tecnologie?
Nell'arte io la uso, o ho studiato l'intelligenza artificiale all'università di Oxford, per cui so molto bene quello che si parla... Se devo dire la verità, usando l'intelligenza artificiale ci sono certi task che sono molto noiosi e che a me non piace fare, e ora posso usare la nuova tecnologia e farlo rapidamente, dedicandomi ad altro. Io voglio fare arte non per guadagnare soldi, ma perché mi diverto. E, certo, mi pago le bollette e va molto bene, ma non è solo una questione economica. L'arte non è produzione, non è produttività, non è solo quello, è riuscire a toglierti qualcosa che c'hai dentro e che non può stare in silenzio, che non puoi lasciare. Per cui io sono molto ottimista.
Cosa pensi potrebbe accadere in futuro?
La gente comune quando pensa all'intelligenza artificiale pensa a Skynet, a Terminator che ci finirà il mondo, ma io quando penso all'intelligenza artificiale penso al papà del Luke Skywalker cioè a Darth Vader, che nel primo film era cattivissimo, ma nell'ultimo è quello che salva il figlio, trova una sua redenzione. Si tratta tutto di una questiona narrativa: io non metterò in discussione la tecnologia certo, non mi sottometto alla tecnologia, sarà sempre tutto in equilibrio e quello si raggiunge perché abbiamo la capacità di adattarci. Prima o poi qualcuno si renderà conto che devono esserci delle regole. Sono sicuro che si tratta attualmente solo di una moda e che la situazione si normalizzerà e useremo l'IA in un modo più etico. Si penserà al passato e ci renderemo conto che c'era una certa follia.
In molti progetti si punta molto l'attenzione sulla scelta di limitare il più possibile gli effetti speciali...
Io sono arrivato a un punto in cui non mi interessa come fanno il film, a me interessa la storia, come viene raccontata. Christopher Nolan, ad esempio, quando può girare qualcosa dal vero lo fa, ma è qualcosa che può permettersi lui, non tutti i registi. Non penso che un film sia meno nobile se usa in maniera più importante gli effetti speciali. Non si possono fare realmente paragoni nell'arte. Ad esempio Bansky come lo si paragona ad altri artisti, come Dalì? In che termini? Ognuno è nato in un posto, in un periodo storico preciso, bisogna contestualizzarlo.
Lo stesso Nolan usan molto gli effetti visivi ed è un po' imbarazzante quando senti parlare di film come Top Gun e sostengono che sia stato tutto girato dal vero. E quelle 2000 persone nei titoli di coda impegnate negli effetti visivi? Ci sono film che hanno migliaia di inquadrature modificate con i VFX. C'è questo ritorno un po' naif che prova a far credere nella 'magia', come se un regista fosse quasi un illusionista che fa dei trucchi... Anche Almodovar ha usato moltissimi affetti in La pelle che abito per far sembrare l'epidermide come se fosse plastica. Esiste una società in Spagna, El Ranchito, che ha lavorato moltissimo e in silenzio perché così si crea l'illusione.
Quale pensi potrebbe essere la chiave per affrontare la situazione?
Il cinema non è migliore o peggiore se usa l'Intelligenza artificiale o la tecnologia. Credo che ognuno debba trovare il suo linguaggio, che debba essere personale, e che la cosa più personale possa diventare molto universale. Magari in futuro, grazie ai telefonini troveremo 'modi verticali' per raccontare storie che avranno un significato, ma è quello che trasmette che è importante.
Artisti come Nolan non credo si preoccupino realmente dell'Intelligenza Artificiale, e a me affascina come le cose funzionano, penso ad Anthony Dod Mantle che ha lavorato a 28 giorni dopo e lui usa anche i cellulari per raccontare, le macchine fotografiche... Si deve trovare il proprio linguaggio, cosa ti rende felice e ti aiuta a realizzare la tua arte.
Alle volte ci sono molti dibattiti su cosa si possa definire arte, come accaduto con Martin Scorsese e la sua opinione sui film Marvel...
Sì, ormai Scorsese poverino è associato a questa cosa abbastanza terribile... E lui ama il cinema! ma è vero che c'è questo problema con gli effetti visivi che sono un po' come l'anello di Frodo: c'è la tentazione di usarlo per il bene e dopo cadere nel male è molto facile e si rischia di esagerare usandolo.
Il problema che penso abbiamo oggi con gli effetti visivi è che abbiamo tolto il mistero al cinema. In passato era tanto importante quello che vedi come quello che non vedi. E oggi invece si fa vedere tutto. Spielberg in Lo squalo non mostra quasi mai la creatura e quello ha creato la suspense, l'orrore, la tensione in qualsiasi posto... Ed è geniale. Se quel film venisse fatto oggi si vedeva lo squalo che salta e mangia la gente per aria, diventando un altro tipo di film. E oggi manca proprio un po' il mistero, lasciare il compito al pubblico di fare la sua parte del lavoro.
Quale dovrebbe essere l'approccio giusto?
Il film deve essere il 50%, tu crei il film nella tua testa per l'altra metà, ed è quella immagine che crea una narrativa, per cui quando tu ti ricordi il film, non ti ricordi la saga, non ti ricordi le persone con cui stai, ti ricordi una storia che è stata elaborata con parole visive con immagini, con quadri, per cui quello è un linguaggio. Raccontare troppo è come mettere troppo zucchero nel dolce e renderlo immangiabile, per cui è la stessa cosa devi avere la giusta dose e attualmente invece siamo un po' 'barocchi'.
Parlando della Marvel, tu hai lavorato a I Fantastici 4: Gli Inizi, come è stato collaborare con lo studio?
Questo film è il primo 'Fantastic' Four che è Marvel Studios. In più quello precedente sui personaggi era andato piuttosto male. C'era la pressione di farlo bene. Io ho studiato i fumetti, mi sono immerso in una vera propria masterclass leggendo, vedendo cose. Personalmente, come lavoro, quello che mi ha messo in difficoltà è che sono abituato a lavorare con meno risorse, quindi a cercare sempre di ottimizzare. Qui, invece, si pensava in modo completamente diverso, bisognava essere sicuri perché non si aveva un'altra chance con questi personaggi. In più loro sono il golden standard di questa tipologia di cinema per cui potevi osare. C'erano limiti, ma se avevi un'idea la si faceva e fino in fondo, non solo a metà per vedere come potrebbe venire. Non esiste proprio il concetto di fare qualcosa a metà, o la fai o non la fai.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Quello che mi ha dato è che mi ha spinto a sviluppare tante tecnologie di cui non posso parlare. Non posso entrare nei dettagli, ma ho lavorato molto nell'unità che ha creato Franklin, il bimbo, e ho sviluppato delle cose che mai avrei sognato di poter fare in altre realtà, proprio per realizzarlo nel modo migliore. In più c'è molto amore che circonda questi film, tutta la gente che lavora con la Marvel ama veramente i personaggi, i fumetti, c'è molto rispetto.
Personalmente, poi, era molto strano per me ritrovarmi davanti i Fantastici 4 come persone normalissime e poi, appena dicevano 'azione', vederli come i personaggi! Ed è un po' come giocare, ma in più è il nostro mestiere e ci pago pure le bollette!