Solitamente, la serialità ci ha abituati alla figura del "Prescelto": colui che, investito di un potere o di una missione, deve farsi carico del destino del mondo. Ma cosa accade se, al centro del racconto, troviamo invece coloro che sono stati "scartati" o che, peggio, devono lottare per non essere più ritenuti "degni" da un'autorità divina autoimposta?
È questo il cuore pulsante di Unchosen, la nuova serie Netflix che ha scalato rapidamente in Top 10 grazie a una lente d'ingrandimento drammaticamente attuale puntata sul fenomeno dei culti religiosi britannici. A guidare il progetto troviamo un cast solido, capitanato da una vecchia conoscenza della piattaforma: quell'Asa Butterfield che, smessi i panni dell'adolescente di Sex Education, si mette alla prova con un ruolo decisamente più ambiguo, il futuro leader Adam.
Unchosen: fuori dal mondo, dentro il dogma
L'incipit ci trascina in un'atmosfera che ricorda le suggestioni di The Village di M. Night Shyamalan, ma declinate in un contesto moderno e suburbano. La Confraternita del Divino è una comunità isolata alle porte di un centro abitato britannico, un microcosmo che rigetta il presente per rifugiarsi in un passato distopico: uomini e donne vivono separati, la tecnologia è bandita e il peccato viene estirpato con la violenza. L'estraniamento dal mondo esterno è presentato come l'unica via per la salvezza, ma la domanda che la serie pone è chiara: l'ignoranza è davvero un antidoto ai mali della società?
La serie Netflix è un dramma psicologico moderno
L'elemento horror, qui, è squisitamente psicologico e terreno. Nei suoi sei episodi il serial indaga la struttura gerarchica delle sette che, nel Regno Unito, proliferano paradossalmente a ridosso delle grandi città, facilitando il proselitismo ma rendendo altrettanto precari i confini del controllo. La scintilla della ribellione parte da Rosie (una convincente Molly Windsor), cresciuta sotto l'egida dei genitori, leader spirituali della comunità. In questo ruolo ritroviamo un inquietante Christopher Eccleston - che dopo l'esperienza in The Leftovers si conferma straordinariamente a proprio agio nelle vesti di una guida carismatica quanto spietata - e Siobhan Finneran - che trova un diverso modo di "subire" il proprio destino rispetto a Downton Abbey.
Il percorso di Rosie subisce una scossa quando la figlia Grace scompare nella foresta, portandola a scontrarsi con il mondo esterno e con Sam (Fra Fee), un "indegno". Parallelamente, seguiamo il dramma di Isaac (Aston McAuley), il fratello di Adam. La disperazione dell'uomo, torturato con un brutale waterboarding a base di whisky per aver smesso di amare la propria moglie, diventa il catalizzatore per la presa di coscienza della protagonista. È qui che Unchosen dà il meglio di sé, raccontando il passaggio dal dogma al dubbio: l'emancipazione di una donna che smette di accettare risposte preconfezionate per iniziare, finalmente, a porsi delle domande.
Una regia intima per una scrittura incerta
Dietro la macchina da presa siede Jim Loach (figlio di Ken), che conferisce alla serie una direzione creativa intima e claustrofobica. La regia predilige i primi piani strettissimi e i silenzi eloquenti, contrapponendo l'ascetica semplicità della Confraternita al caos visivo della città vicina. Sebbene la ricostruzione d'ambiente sia frutto di una ricerca accurata tra le testimonianze di ex adepti - come dichiarato dallo stesso regista - è proprio nella gestione del racconto che la serie mostra il fianco.
Il limite principale di Unchosen risiede in una sceneggiatura che fatica a mantenere la rotta. Nonostante le premesse solide e le interpretazioni centrate, l'intreccio tende a sfilacciarsi in sottotrame secondarie e scorciatoie narrative per giungere all'epilogo. Il desiderio di denuncia sociale è evidente, ma lo sviluppo della trama non sempre sostiene il peso tematico dell'opera, finendo per perdersi in passaggi un po' troppo didascalici che smorzano la tensione emotiva costruita nella prima parte. Alla fine qui non si brilla di certo per l'effetto novità.
Conclusioni
Unchosen è una serie che tenta di declinare un tema ormai abusato - quello delle sette religiose - in un contesto geografico e culturale meno battuto come quello britannico. Sebbene manchi di una struttura narrativa ferrea e di un guizzo di originalità assoluta, resta un prodotto interessante per come analizza la necessità del dubbio. È un invito a non accettare passivamente le realtà precostituite, ribadendo che la vera libertà nasce dalla forza di interrogare l'autorità.
Perché ci piace
- L'inedito ed inquietante contesto rurale britannico (vicino a quello urbano).
- Un cast convincente, in particolare Windsor, Eccleston e Butterfield.
- La regia intima di Jim Loach, capace di restituire il senso di isolamento.
Cosa non va
- Una sceneggiatura che perde mordente nella seconda metà.
- Sviluppi narrativi non sempre convincenti e funzionali.
- Non aggiunge elementi davvero nuovi alla mitologia dei culti sul piccolo schermo.