The Walking Dead

2010 - ....

Recensione The Walking Dead 9x01: andare avanti guardando indietro

La recensione di The Walking Dead 9x01: la stagione si apre con A New Beginning, episodio che pone le basi per un futuro incerto, pieno di malumori e scontri.

The Walking Dead:  Andrew Lincoln e  Melissa McBride nell'episodio Indifferenza

Stagione quattro, episodio quattro. Forse tra le sequenze più memorabili e significative di The Walking Dead. Rick abbandona Carol al suo destino, obbligandola a lasciare il resto del gruppo per colpa di un gesto imperdonabile. Lui non è più l'uomo diplomatico di un tempo, ma un leader costretto a scelte drastiche per il bene del gruppo. Lei non è più la donna debole di qualche tempo fa, ma una sopravvissuta ispessita da una vita balorda che ormai badare a se stessa. Mentre va in scena questo distacco dolente, in sottofondo sentiamo la voce di Sharon Van Etten cantare Serpents. Una canzone che parla di rettili in mutazione, di evoluzione, di persone che cambiano. Cinque stagioni dopo, The Walking Dead 9 impara la lezione dei serpenti e prova a cambiare pelle. Almeno, questo è l'intento emerso dal primo episodio della nona stagione, A New Beginning

Ce ne accorgiamo sin dalla sigla d'apertura di questo The Walking Dead 9x01, che sì, aveva subito tanti piccoli ritocchi negli anni, ma ora ci appare del tutto rivoluzionata. All'interno ci sono armi iconiche (balestre, spade), indizi (elicotteri) e gli zombi di nuovo al centro della scena. Senza dimenticare uno stile animato quasi cartoonesco, degno del book trailer di un fumetto. Che sia una dichiarazione di intenti? Che le tavole di Robert Kirkman possano servire da esempio per la nuova vita della serie? Forse. Però quello che colpisce di questa serie in tumulto, con il bisogno viscerale di uscire dalle sabbie mobili nelle quali stava sguazzando da tempo, è la strada intrapresa per cambiare.

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Con gli addii già annunciati di Rick e Maggie (non sappiamo ancora se i loro personaggi moriranno o semplicemente abbandoneranno le comunità), era lecito sperare in una lenta rivoluzione radicale. Quello che possiamo dirvi dopo aver visto Un nuovo inizio è che The Walking Dead vuole andare avanti guardando indietro. Trasformarsi e diventare qualcos'altro semplicemente tornando com'era. D'altronde i serpenti amano aggrovigliarsi attorno a se stessi.

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Preparare la scacchiera - Il ritmo del racconto

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Pannelli solari, tranquillità apparente, la piccola Judith che disegna suo fratello tra le materne braccia di Michonne. Un Rick diverso, più quieto e meno iracondo, segnato del lutto guarda la scena da lontano. Adesso sembra godersi ogni cosa con un sapore nuovo, perché quel mondo in rovina gli ha ricordato che si può perdere tutto nel tempo di un morso. È chiaro che non siamo dove eravamo rimasti. The Walking Dead riprende 18 mesi dopo la guerra vinta contro i fetidi Salvatori capitanati da Negan (fuori dai giochi in questa premiere). Lo fa con un episodio dal familiare passo cadenzato, tutt'altro che rivoluzionario nel ritmo del racconto; un episodio assai preparatorio che prepara la sua scacchiera nella più classica quiete prima della tempesta. Senza crogiolarsi troppo nella pace ritrovata, Greg Nicotero inizia subito a seminare malumori tra le quattro comunità dello show, tra le quali sembra vigere una tollerante convivenza. I Salvatori, guidati da Daryl, sono quelli che se la passano peggio (e ci sembra il minimo); il Regno è guidato dalla nuova coppia di regnanti composta da sua maestà Ezekiel e Lady Carol (sempre più risoluta e allergica alle smancerie del suo amato), Hilltop prospera nelle mani di Maggie, affiancata dal piccolo Hershel (dopo la morte di Scott Wilson quel nome fa ancora più effetto, va detto), mentre Alexandria è sotto il vigile controllo di Rick e Michonne.

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Però con la pace, l'allegria e la soddisfazione, The Walking Dead non avrebbe motivo di esistere. E allora ecco serpeggiare malumori sia interne alla comunità sia dentro i leader, coloro che iniziano a sentire il fardello del comando e la responsabilità della guida. Dopo l'anarchia (di Rick), la dittatura (di Negan) e la monarchia (di Ezekiel), la serie sembra ritrovare un nuovo assetto politico basato su rapporti diplomatici labili e crescenti tensioni. The Walking Dead trasuda insofferenza, come se l'umanità non fosse più abituata a covare altruismo, rispetto e misericordia.

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Domani come ieri - Ritorno alle origini

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Noi, invece, coviamo una speranza. Quella di rivedere al centro della storia personaggi ormai familiari, conosciuti, apprezzati e odiati nel corso di otto lunghi anni. Perché la coralità di The Walking Dead, da sempre il suo punto di forza, era diventato il suo punto debole. Colpa di personaggi incolori (e a tratti insopportabili) come Enid, padre Gabriel e Gregory; gente della quale, per colpa di dialoghi scialbi e sequenze svuotate di senso, non importa ormai niente a nessuno. Per fortuna questa nona stagione sembra averlo capito, così si sbarazza di qualcuno e rimette al centro l'amato quintetto composto da Rick, Michonne, Carol, Maggie e Daryl. Con l'addio di Andrew Lincoln a The Walking Dead che si profila all'orizzonte, sembra proprio che il testimone possa passare nelle mani del motociclista balestrato, qui al centro di due confronti (quasi due confessioni) molto significativi con il signor Grimes e l'amata (?) Carol, dove il buon Daryl mette al nudo il disagio di un uomo d'azione istintivo e solitario messo a capo di un gruppo. Siamo anche felici di notare anche i segni tangibili di una sopravvivenza sempre più difficile.

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Mancano le risorse: la benzina è un lusso, i proiettili anche. Si va avanti tornando indietro, con cavalli, carrozze, aratri e armi rudimentali per uccidere degli zombie finalmente di nuovo capaci di far sobbalzare (anche solo per un attimo) sulla sedia. In generale tutta la sequenza iniziale, ambientata in una suggestiva Washington ridotta a brandelli, ci ha ricordato le spedizioni esplorative di gruppo delle prime stagioni. Insomma, The Walking Dead promette di cambiare, ma ci sembra che voglia soltanto recuperare la sua antica natura andata perduta nel tempo. Un tempo sprecato da due stagioni (le ultime due) in cui si è girato troppo attorno senza affondare il colpo. E allora, non resta che accodarci a Michonne quando, nella sequenza più romantica dello puntata, dice: "Abbiamo perso abbastanza. È ora di vincere un po'". La serie, per ora, sembra accontentarsi di partecipare come si deve.

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Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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