The Post

2017, Drammatico

The Post: Spielberg celebra la libertà di stampa con un film appassionante ed attualissimo

Il racconto della vicenda legata ai cosiddetti "Pentagon Papers" avrebbe al suo interno già tutti gli elementi adatti per diventare un classico. Ma è l'intelligenza e la bravura di un regista come Spielberg a fare in modo che diventi molto di più. Che lo trasforma in uno specchio della società di oggi.

The Post: Tom Hanks, Meryl Streep e Steven Spielberg sul set del film

"Journalism is the first rough draft of history". Ovvero il giornalismo è la prima bozza della Storia. Questo era il motto di Philip Graham, stimatissimo editore del Washington Post che nel 1946 aveva ereditato il giornale dal suocero. Col tempo la moglie, Katharine Graham, divenne a sua volta a capo del Post e quindi dell'azienda della sua famiglia, ma soltanto molti anni dopo e il suicidio del coniuge. Nei decenni successivi la sua figura sarebbe diventata ancor più leggendaria di quella del padre e del marito. Ed è proprio lei al centro di questo bellissimo The Post.

Ma se un regista come Steven Spielberg ha deciso di realizzare un'intera pellicola sulla sua figura e sulla difficile scelta che si trovò ad affrontare all'inizio degli anni '70, non è per gli allori e le onorificenze (tra cui un Pulitzer) ricevuti nel prosieguo della sua carriera. Ma proprio perché, alla morte del padre, il Washington Post non finì in mano sua in quanto erede naturale. Ma al suo compagno. C'è una scena particolarmente significativa in cui i membri del consiglio di amministrazione parlano appunto della scelta di lasciare le redini del giornale al genero e non alla figlia e la commentano come una scelta saggia e sensata, lasciando intuire che questa scelta la direbbe tutta sulla mancanza di carattere della donna. Al che interviene però Ben Bradlee, il direttore del giornale interpretato da Tom Hanks, che dice semplicemente: "Io ho sempre pensato che fosse solo un segno del tempo in cui viviamo".

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C'era una volta oggi

The Post: Tom Hanks e Sarah Paulson in una scena del film

La forza di un film come The Post è il riuscire a raccontare un avvenimento importante, se non addirittura storico, come quello presente nell'ottima sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer (già premio Oscar per Il caso Spotlight), senza per questo limitarsi al passato. Il racconto della vicenda legata ai cosiddetti Pentagon Papers e il susseguente braccio di ferro tra il governo Nixon e due dei principali quotidiani USA, avrebbe al suo interno già tutti gli elementi adatti per diventare un classico. Per rimanere nella storia del cinema come un altro ottimo esempio di film ambientato nel mondo del giornalismo. Ma è l'intelligenza e la bravura di un regista come Spielberg a fare in modo che diventi molto di più. Che lo trasforma in uno specchio della società di oggi.

The Post: Matthew Rhys e Bob Odenkirk in una scena del film

Perché sebbene The Post sia un film molto classico e perfettamente inserito in un filone tradizionale ben definito del cinema statunitense, è impossibile non notare come proprio oggi, in cui si è chiamati ad affrontare sia il problema delle fake news che le legittime richieste del movimento femminista Time's Up, sia soprattutto un film necessario e dall'urgenza ben precisa. Non solo un film che racconta la Storia quindi, ma un film che in qualche modo si mette al servizio di quello che sta tuttora avvenendo. E così facendo ne alimenta il dibattito. Non è un film femminista, ma in qualche modo dice più cose sul (neo)femminismo di quanto siano riusciti a fare opere ben più politicizzate e pubblicizzate. Non è nemmeno un film propriamente politico, perché non ha una sua agenda se non quella di ricordare l'indiscutibile e insindacabile necessità di mantenere la stampa libera da ogni condizionamento.

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Fare la Storia, non solo una bozza

The Post: Tom Hanks e Meryl Streep in una scena

Se poi una valenza politica la assume non è "colpa" di Spielberg, che anzi tratta argomenti difficili e scottanti con grande eleganza e delicatezza. Mette al centro gli uomini e non la politica. I diritti e non l'abuso di potere. E ci regala infatti un bellissimo e consolatorio finale in cui semplicemente vediamo un quotidiano essere stampato e poi distribuito. Non è vendetta, non è giustizia, non è un messaggio politico. È semplicemente un gioioso inno alla libertà, ma anche un ammonimento a ricordare il peso e la responsabilità di quel che ogni giorno viene scritto e "stampato". A volte con troppa leggerezza.

The Post: Meryl Streep in un momento del film

Leggerezza che in questo film non c'è mai. C'è un po' di ironia, ci sono due ore che scorrono con grande piacevolezza così come maestose interpretazioni. Ma ogni attimo di The Post trasuda il senso di enorme responsabilità che pesa su ognuno dei personaggi e la devozione, quasi sacra, verso un lavoro che è quasi una missione. Proprio per questo a brillare è soprattutto la solita divina Meryl Streep, che si porta a casa la ventunesima candidatura all'Oscar grazie ad un personaggio che inizialmente sembra spaurito e costantemente a disagio. Perché lo è davvero fuori posto, fuori dal suo elemento, ma semplicemente perché così le è stato insegnato a comportarsi, così la società le ha costantemente ricordato di dover essere.

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The Post: Meryl Streep e Alison Brie in una scena del film

Da grande attrice qual è, la Streep regala al suo personaggio una crescita esemplare e, nel corso di una semplice conversazione, con un banalissimo "however" veramente da Oscar, trasforma la sua interpretazione e fa sì che la sua Katherine cominci a brillare. Così tanto da diventare un simbolo per tutte le donne americane solo grazie alle sue azioni, senza necessità di fare discorsi o retorica alcuna. Semplicemente dimostrando di saper fare il suo lavoro come e meglio di tanti altri. Un po' come, se vogliamo, continua a fare Spielberg da diversi decenni a questa parte.

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Luca Liguori
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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