The Mountain

2018, Drammatico

Recensione The Mountain: lobotomia, portami via

La recensione di The Mountain, con Tye Sheridan e Jeff Goldblum: il regista Rick Alverson approda in concorso alla Mostra di Venezia con una bizzarra commedia surreale.

The Mountain Tye Sheridan

Non è impresa facile raccontare sul grande schermo la solitudine e il malessere: la messa in scena di un "male oscuro", quali che siano la sua natura e i suoi effetti, si può realizzare seguendo le strade più diverse, ciascuna con i relativi vantaggi e i relativi rischi. In The Mountain, Rick Alverson tenta di aderire quanto più possibile al punto di vista soggettivo del personaggio principale, Andy, che ha il volto spento e lo sguardo chiuso e imperscrutabile del ventunenne Tye Sheridan (l'eroe dello spielberghiano Ready Player One).

Approdato per la prima volta in concorso alla settantacinquesima edizione della Mostra di Venezia, Rick Alverson, classe 1971, originario dello Stato di Washington, proviene dal circuito del cinema indipendente americano e si era già fatto notare nel 2015 con il suo penultimo lavoro, Entertainment. The Mountain, che a Venezia ha diviso la critica, si propone come un altro progetto ambizioso, in cui Alverson tende ad intrecciare il registro della commedia surreale con una materia narrativa inesorabilmente drammatica.

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Lezioni di lobotomia con Jeff Goldblum

The Mountain Tye Sheridan Jeff Goldblum

L'Andy di Tye Sheridan è un ragazzo silenzioso e introverso che, in uno scenario assimilabile all'America degli anni Cinquanta, subisce la presenza/assenza del padre Frederick (Udo Kier), insegnante di pattinaggio sul ghiaccio. L'improvvisa morte di Frederick porterà Andy ad affidarsi alle 'cure' del dottor Wallace Fiennes, l'ambiguo luminare che offre i propri servizi presso diversi istituti di igiene mentale: una figura che, nel film, assume l'espressione serafica e l'atipico carisma di Jeff Goldblum. Per Andy, il dottor Fiennes diventa l'obbligato modello di riferimento, tanto che Fiennes assumerà Andy come assistente e fotografo all'interno delle cliniche in cui, da una tappa all'altra del suo percorso, offre disinvolte dimostrazioni dell'atroce pratica della lobotomia.

The Mountain Jeff Goldblum Hannah Gross

A scuotere Andy dal suo stato di apatia e dalla sua sudditanza nei confronti del dottor Fiennes, nonché a stimolare nel giovane incontrollabili pulsioni sessuali, sarà una paziente di uno di questi istituti, Susan (Hannah Gross), in grado di innescare la 'miccia' che potrebbe risvegliare il ragazzo dalla propria condizione di zombie privo di volontà. La lobotomia, dunque, come aspetto-cardine del film: a livello letterale e, su un piano metaforico, come coercizione sociale volta a reprimere la libera espressione dell'individuo. O perlomeno, questo sembra essere il tema a cui allude un film che, tuttavia, rinuncia ad un reale approfondimento, così come a uno sviluppo significativo dei suoi personaggi, protagonista incluso.

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Scalando la montagna della solitudine

The Mountain Denis Lavant

Si potrebbe provare a leggere The Mountain anche come un'amara riflessione sull'America e sul suo anelito all'ordine e alla perfezione, tanto da voler 'correggere' o sopprimere qualunque forma di allontanamento dalla norma (quale appunto la malattia mentale, nelle sue molteplici declinazioni). Eppure si tratta di semplici spunti, di vaghe suggestioni che non prendono mai veramente forma all'interno di una narrazione fiacca e sfilacciata; e affidate, semmai, a grottesche e ridondanti parentesi, come le 'esibizioni' di Denis Lavant, volto simbolo del cinema di Leos Carax, nel ruolo dell'istrionico Jack, padre di Susan e guru un po' squilibrato, che sproloquia a più riprese e a ruota libera a proposito del potere dell'eros.

The Mountain

Per il resto l'approccio di Alverson, con il suo stile straniante e surreale, potrebbe ricordare quello di Roy Andersson, ma senza raggiungere gli stessi esiti del cineasta svedese. The Mountain rimane comunque un'opera dotata del potenziale per affascinare gli spettatori disposti ad abbandonarsi ai suoi ritmi compassati e a lasciarsi avvolgere dal peculiare mood del film, mood a cui contribuiscono vari elementi: le scenografie spoglie, la predominanza cromatica del bianco, la composizione anomala di alcune inquadrature. Il rischio, però, è che il film di Alverson possa apparire come un esercizio di stile volutamente respingente, fin troppo compiaciuto delle proprie stranezze e immerso in una freddezza che si rifiuta di concedere lampi di autentica emozione.

Recensione The Mountain: lobotomia, portami via
Stefano Lo Verme
Redattore
2.0 2.0
Cinecittà World
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