The Color of the Sun, intervista a Xavier Tera: "In Giappone ho imparato a rispettare la mia voce di autore"

Xavier Tera, regista di The Color of the Sun presentato in Alice nella Città ci parla della genesi del film a Okinawa, i due anni di casting, il legame con il Giappone e i prossimi progetti.

Un'immagine di The Color of the Sun

Cosa significa difendere la propria identità quando la lingua e la memoria rischiano di essere cancellate da una cultura dominante? È da questo interrogativo universale, intimo e profondamente radicato nel proprio vissuto personale, che prende vita The Color of the Sun, l'opera d'esordio del regista canadese Xavier Tera. Cresciuto a Montreal come francofono all'interno di una realtà a maggioranza anglofona, Tera ha fatto della ricerca identitaria la bussola del proprio percorso umano e artistico, lasciando il Canada giovanissimo per vivere a Londra e New York prima di stabilirsi definitivamente a Tokyo. Non è un caso che la storia del film racconti di due adolescenti cresciuti su fronti opposti, Kamei e Colin, e della possibilità di superare quei confini che sembrano predefiniti. Tera racconta un'amicizia che non può annullare le differente, ma che può fornire un importante spazio in cui rimettere tutto in discussione, nella forma di uno splendido racconto di formazione.

Da Montreal a Okinawa: la ricerca dell'identità perduta

E la curiosità iniziale della nostra chiacchierata riguarda proprio la genesi di The Color of the Sun: perché ha voluto raccontare proprio questa storia e in questo modo? "È stato un processo lungo" ci ha raccontato Xavier Tera, "vengo dal Canada, nello specifico da Montreal, un luogo ricco di culture diverse dove la mia prima lingua è il francese. Crescere lì significava sentirsi un piccolo villaggio immerso in un mare di lingua inglese: per questo il concetto di identità ha sempre fatto parte di me. Da giovane ho lasciato Montreal spinto dalla curiosità di vivere all'estero: sono stato a Londra, a New York e poi mi sono trasferito in Giappone, un paese che ha plasmato radicalmente la mia visione del mondo."

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Una scena di The Color of the Sun

Un mondo da esplorare in lungo in largo, senza limitarsi alla sola Tokyo. "All'inizio del Covid ho deciso di trascorrere un paio di mesi a Okinawa. Conoscevo la sua storia solo superficialmente, sapevo che era stata teatro di una delle battaglie più cruente della Seconda Guerra Mondiale, ma ignoravo che fosse stata una nazione indipendente, con una propria cultura ancora viva, e che il Giappone l'avesse colonizzata e assimilata in tempi relativamente recenti, impedendo loro persino di parlare la propria lingua madre. Tutto questo mi ha ricordato molto da vicino tematiche che conoscevo bene e con cui mi ero già confrontato. Questo mi ha spinto a volermi immergere a fondo nella sua realtà per scoprirla."

Vivere a Tokyo e la lezione del cinema giapponese

Da appassionati del Giappone, chiediamo a Xavier Tera come sia arrivato lì, cosa l'abbia spinto a trasferirsi nel paese del Sol Levante. "Insieme ai produttori del film, l'italiana Stella Savino e il canadese Janie Chartier, abbiamo fatto un viaggio lì" ha ricordato Tera. "Avevo 23 anni e mi sono innamorato perdutamente del Giappone. Un anno dopo mi ci sono trasferito. All'inizio pensavo di restare un anno o due, invece sono passati dieci anni. È stata pura fascinazione per un popolo e una cultura che affrontano ogni cosa con una prospettiva unica al mondo. Mi ha ispirato immensamente."

E sappiamo bene quale sia l'impatto quando ci si confronta con quella cultura. C'è qualcosa che l'ha colpito profondamente, che gli è parsa subito diversa da tutto il resto? "C'è un aneddoto molto divertente: eravamo su un treno e comprammo un bento box. Ce n'era uno speciale dotato di una cordicella laterale: tirandola, il pranzo si autoriscaldava! Quando l'abbiamo scoperto, ci sembrava di aver scoperto il fuoco: eravamo increduli! A parte questo, la lezione più profonda che ho appreso è il concetto di rispetto per se stessi, che in Giappone è ai massimi livelli. Lì ho imparato che se un progetto, una persona o una situazione non ti appartengono al 100%, non devi forzarli. Bisogna rispettare la propria identità e il proprio modo di creare: solo seguendo ciò che hai dentro arriveranno le cose giuste. Per me, giovane autore che stava definendo la propria voce registica e fotografica, è stata una lezione fondamentale."

Due anni di casting: la scelta di volti autentici per The Color of the Sun

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Una scena del film di Xavier Tera

Se la storia di The Color of the Sun riesce a toccare le corde giuste è anche grazie al lavoro con gli interpreti. È stato difficile trovare i volti giusti per interpretare Colin e Kamei? "Per i ruoli dei giovani protagonisti volevo assolutamente attori non professionisti esordienti. La ricerca ha richiesto due anni di viaggi continui tra Tokyo e Okinawa per sessioni di casting, spesso autogestite o affiancate da direttori di casting della capitale. La svolta è stata l'incontro con Shogen, attore originario di Okinawa diventato poi produttore del film, che è stato fondamentale per scovare questi ragazzi. Sono tutti alla prima esperienza e sono straordinari. Il casting è l'aspetto più cruciale di un film: gli spettatori passeranno due ore in loro compagnia e l'autenticità che trasmettono deve essere perfetta."

I prossimi progetti di Xavier Tera: la contaminazione culturale continua

Dopo questo esordio così riuscito, siamo curiosi di sapere se Xavier Tera stia già lavorando ad altro. "Sì, avevo iniziato a scrivere un paio di sceneggiature già prima di girare questo film. Durante il tour dei festival sto continuando a scrivere per avviare la produzione della mia prossima opera." E il cuore di questo film, il mix di culture che messe in scena e approfondisce, sarà presente anche in futuro? Può diventare un tratto distintivo del suo cinema? "Assolutamente sì, farà parte anche del prossimo film" ci ha detto, lasciandoci con la curiosità di scoprire cosa ci vorrà raccontare in futuro.

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