Star Trek: Discovery

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Star Trek: Discovery, la prima stagione si chiude all’insegna della speranza e di un futuro intrigante

La nuova serie ambientata nell'universo creato da Gene Roddenberry porta a termine il suo primo ciclo di episodi in modo a tratti prevedibile ma per lo più soddisfacente, ponendo le basi per una continuazione ricca di potenziale.

Star Trek: Discovery, Michelle Yeoh e Sonequa Martin-Green

L'equipaggio della Discovery, guidato dalla controparte malvagia di Philippa Georgiou, deve recarsi in missione sul pianeta natale dei Klingon per porre termine alla guerra una volta per tutte. Michael Burnham, alle prese per la seconda volta con un rapporto conflittuale con Georgiou e ordini incompatibili con i suoi istinti strategici e umani, deve trovare una soluzione che risolva una situazione impossibile senza compromettere i valori della Flotta Stellare. Riuscirà a salvare i propri colleghi, e la Federazione, senza mettere a repentaglio tutto ciò in cui crede?

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Viaggi e scoperte

La nascita di Star Trek: Discovery, la sesta serie live-action ambientata nell'universo che Gene Roddenberry ha ideato più di cinque decenni fa, ha servito un doppio scopo: da un lato, dare un'ulteriore valenza commerciale a CBS All Access, il servizio di streaming del network americano appartenente alla Viacom (che detiene i diritti cinematografici e televisivi del franchise tramite Paramount e CBS), già lanciato in termini di programmazione originale con The Good Fight (a livello internazionale invece Discovery fa parte del catalogo di Netflix, dove si trovano anche le altre incarnazioni della creatura di Roddenberry); dall'altro, sfruttare nuovamente sul piccolo schermo un brand che negli ultimi anni, complice il reboot cinematografico di J.J. Abrams, ha saputo trovare una popolarità più mainstream, al di fuori della cerchia nerd a cui il concetto di Star Trek è solitamente associato (spesso in termini non esattamente positivi).

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Star Trek: Discovery, una scena della prima stagione

Il nuovo serial ha debuttato sotto i migliori auspici, promettendo di approfondire uno degli elementi più affascinanti della mitologia del franchise: la guerra tra la Federazione dei pianeti uniti e l'impero dei Klingon, un conflitto che ha generato alcune delle storie più interessanti su entrambi gli schermi (tra cui il film Star Trek VI: rotta verso l'ignoto, l'ultimo per il cast storico della serie originale). Una premessa ricca di potenziale ma non sfruttata nel migliore dei modi, soprattutto per quanto riguarda la cultura Klingon, con accenni degni di nota ma non sufficientemente esplorati. Paradossalmente, la scelta di ambientare lo show prima delle avventure di Kirk e Spock ha comportato una regressione anche a livello di cura psicologica dei celebri antagonisti, elevati a figure nobili e talvolta tragiche nei film e negli spin-off (in particolare in Star Trek: The Next Generation, grazie all'operato di Ronald D. Moore) ma qui relativamente anonimi nonostante alcune storyline molto intriganti (vedi la tecnologia per rendere Ash Tyler il ricettacolo fisico della personalità di un guerriero Klingon). Anche la componente nostalgica, esemplificata dalla pur simpatica presenza di Rainn Wilson nei panni di Harry Mudd, è stata gestita in maniera un po' maldestra, tra la volontà di dare a Discovery un'identità propria e stuzzicare l'interesse dei fan di vecchia data.

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Come in uno specchio

Star Trek: Discovery, la prima foto di Jason Isaacs

La svolta è avvenuta dopo la pausa natalizia, con un arco narrativo esteso ambientato nel celeberrimo Mirror Universe, una realtà parallela dove la Federazione è stata sostituita da un regime dittatoriale e le varie controparti dei nostri eroi tendono a stare dalla parte del male (come amano sottolineare i fan della serie classica, trattasi del mondo dove Spock ha la barba). Uno dei rari elementi noti del franchise che gli autori delle varie serie hanno sempre saputo utilizzare senza cadere nella trappola del déjà vu, dato che le diverse epoche raccontate dal 1966 a oggi contengono molteplici spunti da sovvertire nell'altra dimensione (difatti il dittico ambientato nella realtà distopica fu uno dei momenti più alti dell'altra serie prequel, la bistrattata Star Trek: Enterprise). Dopo un inizio un po' faticoso gli showrunner hanno finalmente svelato il côté più puramente divertente del programma, avvicinandosi allo spirito dello Star Trek originale senza farne una copia carbone e consegnando dei riusciti colpi di scena come la rivelazione che il capitano Gabriel Lorca era un impostore, il che ha permesso a Jason Isaacs di gigioneggiare in modo impareggiabile.

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Star Trek: Discovery, una scena con Sonequa Martin-Green

Da lì siamo poi tornati allo status quo (con una piccola postilla degna di Doctor Who: nell'universo standard l'equipaggio manca all'appello da nove mesi), con l'intenzione di chiudere le storyline in sospeso per dare alla serie una sorta di tabula rasa da cui partire per nuove avventure (la seconda stagione è stata confermata un mese dopo la messa in onda dei primi due episodi). Ed eccoci dinanzi al season finale, un'operazione a tratti frettolosa (poiché le puntate a disposizione erano solo 15, anziché le 23-24 tipiche delle serie precedenti) ma globalmente efficace nel portare a compimento le varie storyline avviate a settembre e ribadire il messaggio centrale di Star Trek, quello di un futuro dominato dalla speranza e dall'ottimismo (ancora oggi il sottotesto politico dell'originale, dove l'equipaggio dell'Enterprise vantava membri asiatici e russi, è notevole). Un futuro dove Michael Burnam ha diritto alla redenzione dopo l'ammutinamento che costò la vita a Philippa Georgiou (la cui controparte malvagia, per la gioia di chi apprezza la performance di Michelle Yeoh, è ancora in circolazione, pronta a tornare se necessario), e l'alieno Saru, il più completo dei personaggi in termini di scrittura, è promosso a capitano della Discovery (seppure in modo provvisorio).

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Spazio, prima frontiera

Star Trek: Discovery, un'immagine della nuova astronave

E così la Discovery può partire verso nuove destinazioni, ma non senza imbattersi in vecchie conoscenze: l'immagine di commiato, destinata a dividere, punta nuovamente sulla nostalgia ma al contempo apre una porta relativamente nuova, con l'entrata in scena dell'Enterprise sulle note del tema musicale di Alexander Courage del 1966 (che accompagna anche i titoli di coda). Un'astronave familiare ma anche diversa, e non solo a livello di design: il capitano non è James T. Kirk bensì Christopher Pike, la cui presenza nel franchise è sempre stata limitata. Si torna quindi alle origini dell'universo di Star Trek, quello in cui il primo pilot scritto da Roddenberry fu bocciato perché troppo cervellotico e poi sostituito da un episodio più convenzionale, dominato dall'istrionismo di William Shatner. L'ultima frontiera è ancora tutta da esplorare, e con i modi giusti non c'è motivo di pensare che Discovery, la cui prima stagione - seppure non priva di difetti - è stata generalmente più solida delle annate inaugurali della maggior parte degli spin-off, non possa avere una vita lunga e felice.

Star Trek: Discovery, la prima stagione si chiude...
Max Borg
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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