Selfie, recensione: il mondo in secondo piano

La recensione di Selfie, documentario sui generis di Agostino Ferrante che racconta un'area di Napoli attraverso lo sguardo di due ragazzi.

RECENSIONE di 30/05/2019
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Selfie: una sequenza del film

Uno dei piaceri del nostro lavoro è sorprendersi al cospetto di opere particolari, di film che cercano un approccio particolare, una via nuova per portare su schermo qualcosa di già visto in modo inedito, e raccontarlo come stiamo per fare in questa recensione di Selfie. Quello di Agostino Ferrente è un documentario, ma la scelta fatta dall'autore per portarci nel mondo che vuole mettere in scena è originale e ci aveva colpiti lo scorso febbraio al Festival di Berlino, quando avevamo avuto anche modo di confrontarci con lui (qui potete leggere la nostra intervista al regista di Selfie).

Alessandro e Pietro, personaggi e operatori di Selfie

Ferrente si affida infatti a due ragazzi del Rione Traiano di Napoli, per farsi raccontare la loro realtà e la vita del quartiere in cui ogni giorno si muovono. Si tratta di Alessandro Antonelli e Pietro Orlando, amici molto legati ma diversi l'uno dall'altro, separati da viale Traiano ma uniti nelle vicissitudini quotidiane. Alessandro fa il garzone di un bar dopo una lite con un'insegnante che l'ha spinto a lasciare la scuola, è cresciuto senza il modello di una figura paterna ma riesce a tenersi alla larga dallo spaccio di droga, fonte di guadagno per i giovani della zona. Pietro sogna invece di fare il parrucchiere e studia per questo, ma da qui a trovare un lavoro la strada è lunga. È figlio di un pizzaiolo che ha un lavoro stagionale fuori città e torna a casa una volta alla settimana, mentre la madre è al mare con le altre due figlie. Lui no, lui ha deciso di restare al Rione Traiano per tener compagnia ad Alessandro e lavorare al progetto in cui sono stati coinvolti da Ferrente.

Immersi nel dramma

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Slefie: Alessandro Antonelli e Pietro Orlando in una scena del film

Ciò che rende speciali Alessandro e Pietro è il non esserlo affatto, ma di essere tipici esponenti della gioventù locale, due sedicenni che vivono quotidianamente quella stessa realtà in cui è morto un loro coetaneo, Davide Bifolco, nel 2014, vittima di un Carabiniere che l'ha inseguito scambiandolo per un latitante. Deciso a realizzare un documentario su quel tragico evento, ma altrettanto convinto di non volerlo affrontare in modo tradizionale, Ferrente ha affidato un cellulare a ognuno dei due ragazzi e ha chiesto loro di riprendersi nel contesto in cui vivono e in cui abitualmente vivono le loro giornate. Una intuizione vincente, che ci immerge nella realtà del Rione Traiano, nelle sue dinamiche che emergono alle spalle dei due ragazzi. Il titolo è infatti chiaro: come in Selfie, sono sempre Alessandro e Pietro in primo piano e sono i loro sguardi a raccontare tanto quanto ciò che riprendono, non limitandosi a mostrare soltanto il difficile mondo che li ospita, ma anche i segni che lascia su chi lo vive.

Questione di sguardo

Per questo Alessandro e Pietro non sono solo protagonisti della storia che ci viene raccontata, ma anche operatori e, in qualche modo, co-autori di Selfie con le loro scelte e la loro spontanea presenza in scena. L'indubbio merito di Agostino Ferrente non si limita, però, alla brillante idea alla base del documentario, ma anche nell'aver saputo guidare il lavoro dei due ragazzi, nell'aver selezionato il materiale da montare tra le innumerevoli ore di girato per dargli coerenza e forma, nell'aver condotto le interviste ai protagonisti e altri ragazzi del quartiere che vanno a completare il tutto. Il risultato è caldo, sofferto e profondamente interessante, sia per contenuto che per forma, rappresentando uno dei documentari più originali visti negli ultimi tempi.

Conclusioni

In conclusione di questa recensione di Selfie, lodiamo ancora la brillante intuizione di Agostino Ferrente nel voler usare questo particolare approccio per raccontare la gioventù e la vita del Rione Traiano di Napoli, ma sottolineiamo anche il merito di aver costruito un film profondo, coeso e sensato sulla base del tantissimo materiale girato dai due giovani protagonisti, e operatori, che hanno ripreso la vita che si muoveva alle spalle dei loro sguardi intensi e sofferti.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

5.0/5

Perché ci piace

  • L’idea alla base di Selfie: semplice e geniale.
  • L’aver saputo costruire un film sensato e coerente partendo dal girato dei due ragazzi.
  • Lo sguardo intenso, sofferto e sempre in primo piano di Alessandro e Pietro.

Cosa non va

  • L’originalità nell’approccio può spiazzare chi si aspetta un documentario più tradizionale.