Se domani non torno, Paola Randi e Filippo Timi: "Non un mostro, ma un figlio sano del patriarcato"

In occasione dell'uscita di Se domani non torno, la regista Paola Randi e il protagonista Filippo Timi riflettono sulla scelta di non nominare l'assassino, sul vuoto lasciato da Giulia e sulla responsabilità maschile di fronte al patriarcato.

Una scena di Se domani non torno

Mettere al centro la vittima e relegare l'omicida nell'ombra non è soltanto una scelta narrativa, ma un atto politico ed etico preciso. Lo abbiamo capito dialogando insieme a Paola Randi e Filippo Timi, regista e attore di Se domani non torno, il film in sala dal 5 novembre, tratto dal libro Cara Giulia scritto da Gino Cecchettin. Rifiutare la morbosità della cronaca nera per scavare nel vuoto lasciato da un femminicidio, per parlare della straziante assenza lasciata da una giovane donna che stava costruendo un futuro e che allo stesso tempo era parte di una famiglia come tante, parte di una quotidianità fatta di sfide e affetti magistralmente raccontati da Randi e dal suo bravissimo cast.

Raccontare l'assenza

La decisione di escludere l'assassino dall'inquadratura affonda le proprie radici nel libro scritto dallo stesso Gino Cecchettin, dove il nome del carnefice non compare mai. Una linea che Paola Randi ha voluto fare propria fin dal primo ciak: "Sostanzialmente noi volevamo raccontare la storia di Giulia e della sua famiglia. Quindi siamo partiti dal libro che aveva scritto Gino Cecchettin dove il suo assassino non viene mai nominato. Abbiamo sposato questa linea immediatamente, perché questa è la storia di Giulia e della sua assenza. Direi più precisamente: questa è la storia dell'assenza di Giulia e di che cosa ha comportato l'assenza di Giulia all'interno della sua famiglia. Per cui diciamo che in qualche modo, in questo film, a noi non interessa parlare di una singola persona assassina".

La focalizzazione ossessiva sul colpevole, infatti, rischia spesso di trasformarsi in una scorciatoia consolatoria per l'opinione pubblica. Randi lo spiega richiamando un insegnamento paterno: "Nel momento in cui noi identifichiamo un colpevole, ci tranquillizza. Cioè, nel momento in cui succede qualcosa noi diciamo: 'È colpa sua', ecco, ci tranquillizza. Invece mio papà, che faceva l'avvocato e si occupava di diritti civili e diritti del malato, anche quando ha dovuto occuparsi di cose molto grosse, dove c'erano episodi di corruzione, diceva: 'La responsabilità penale è personale, ma lo Stato ha il dovere di difendere i propri cittadini e le proprie cittadine anche dalla possibilità che avvengano casi come questo'. Mi ha mostrato come esiste qualcosa di più alto e, paradossalmente, più raggiungibile. Più raggiungibile perché la cultura, il patriarcato, è fatto da tutti noi: noi ne siamo parte, ne siamo dentro e quindi lo possiamo scardinare, decostruire, tutti quanti".

Strappare il cerotto dell'indifferenza

Per Filippo Timi, accostarsi alla figura di Gino Cecchettin non ha avuto nulla a che fare con la consueta costruzione di un personaggio. La sfida è stata interiore, fondata sull'empatia: "Io non lavoro sul costruire un personaggio, io cerco di empatizzare con la sua storia. Son convinto che talvolta le parole non comunicano, anzi confondono. Quindi, quando l'ho incontrato, ho cercato di immedesimarmi in quel dolore e cercare di comprendere dove poterlo trovare in me".

Sedomaninontorno Immagine Film
Una scena del film

Da questo processo scaturisce una critica aperta all'apatia sociale, a quell'attitudine a voltarsi dall'altra parte finché una tragedia non tocca la propria sfera personale: "Di solito, se non sei su una sedia a rotelle non te ne frega delle barriere architettoniche, se non sei omosessuale non te ne frega dei diritti degli omosessuali, se non t'hanno ammazzato la figlia non te ne frega che a qualcuno lo abbiano fatto. E invece no: te ne deve fregare perché chi l'ha ammazzata non è stato un mostro, ma è stato un figlio sano del patriarcato. E quindi cresciuto da tutti noi".

Il tabù del patriarcato e la difesa del privilegio

La resistenza diffusa ad accettare e pronunciare la parola patriarcato diventa uno dei punti nodali della riflessione. Alla domanda sul perché questo termine susciti ancora tanto attrito, Timi individua la radice nel potere e nella salvaguardia delle posizioni acquisite: "Chi è che fa fatica? Quelli che prendono il privilegio dal patriarcato. Il patriarcato è ovunque: ideologicamente è ovunque, dalla politica, alla Chiesa, al cinema. I primi registi dei film muti erano donne. Poi i maschi hanno capito che era un potere e: 'Via, mettiamole da parte'. Ecco a chi è che dà fastidio".

Sedomaninontorno Scena
Un momento di Se domani non torno

A fargli eco è la stessa Randi, che mette a fuoco la gabbia in cui si muove la società maschile: "Il target del patriarcato sono gli uomini: sono loro a cui viene offerto un privilegio, che pagano a caro prezzo, tra l'altro, ma comunque gli viene offerto. E quindi l'intera società è costruita su questo. C'è un sacco di gente che non vuole che queste cose cambino. In realtà sono quattro gatti che stanno al potere, ma senza stare sul pavimento alla fine in piedi non si sta".

Tra l'azione condivisa e la resa dei conti maschile

Chiamati a riassumere il senso più profondo dell'esperienza vissuta sul set, regista e interprete offrono due sguardi complementari. Se per Paola Randi il film rappresenta la necessità del gesto civile, ( "È stata la gioia di poter scendere in campo e fare qualcosa, fare la nostra parte. Adesso sta a voi, però") , per Filippo Timi l'opera è stata un'inevitabile messa in discussione personale: "Per me è stato confrontarmi con la mia ipocrisia. Perché? Perché sono un uomo. Perché per quanto possa scaldarmi, comunque preferisco ingoiare l'amaro... Certe volte sensibilizzarsi su certi argomenti vuol dire accettare di vedersi dalla parte di quegli stronzi."

Aggiungici come fonte preferita su Google