Ricchi... da morire, recensione: la certezza Glen Powell in una commedia con una sua ragione d'essere

John Patton Ford affronta la lotta di classe rivedendo un vecchio film del 1949. Il risultato? Una commedia nera che funziona. Ottimo cast.

Ricchi... da morire: i protagonisti del film

Ultimamente, il cinema si è dato alla lotta contro il capitalismo predatorio. Non c'è nulla di male, anzi. Tuttavia è un fatto curioso se pensiamo a quanto l'industria - soprattutto quella di Hollywood - sia votata alle regole che reggono il capitalismo stesso. A conti fatti, Ricchi... da Morire - Delitti in famiglia di John Patton Ford si aggiunge alla lista.

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Glen Powell e Margaret Qualley

Non solo, si aggiunge pure alla lista dei film con i titoli italiani più discutibili, se pensiamo al titolo originale, ben più enfatico: How to Make a Killing. Quello di stravolgere i nomi dei film, aggiungendo pure i puntini di sospensione, è un certo vizio distributivo che fatica a essere sdraticato. Certo è, il film di Patton Ford, che aveva dimostrato una certa bravura con I crimini di Emily, è di quelli fatti e finiti per essere gustati fino in fondo, con l'aggiunta capacità di definire - senza troppi picchi - il concetto di black comedy.

Ricchi... da morire: la vendetta di Glen Powell

Scritto da John Patton Ford, si ispira a Sangue blu (Kind Hearts and Coronets) del 1949 diretta da Robert Hammer. Al centro della storia c'è Becket Redfellow (Glen Powell, che svetta come sempre) che, prima della pena capitale, racconta la sua versione a un prete. Becket viene cresciuto da sua mamma Mary, ripudiata dalla facoltosa famiglia. Prima di morire, lasciando da solo un giovane Becket, la mamma lo esorta a lottare per la vita che "merita".

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Glen Powell e Margaret Qualley

Ormai adulto, è convinto di meritare la parte di patrimonio che gli spetta. Decide di portare avanti un progetto audace e senza scrupoli: liberarsi di tutti i parenti che ostacolano il suo accesso all'immensa eredità familiare. Ciononostante, l'incontro con Julia Steinway (Margaret Qualley), amore d'infanzia, cambierà i piani, mettendo in crisi le sue convinzioni. Ma se il destino è segnato, lo scontro finale con il patriarca della famiglia, il nonno Whitelaw Redfellow (Ed Harris), è solo questione di tempo.

Un buon cast e un buon intreccio

Ricchi... da Morire, piazzando in scena il magnetismo di Glen Powell (contornato da un cast mica male, in cui spuntano anche Jessica Henwick, Topher Grace e quel fuoriclasse di Bill Camp), non si tira indietro nel lanciare staffilate all'establishment, creando un corollario in cui la coerenza non viene schiacciata dai numerosi colpi di scena che, di fatto, tengono viva la sceneggiatura.

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Una scena del film

Naturalmente, a tenere dritta l'idea c'è la lotta di classe, la fame di successo e l'avidità come male universale. Quella di Beckett, pur giustificata, è una scalata verso le vette del suo albero genealogico, modellando la vendetta di uno status quo di matrice e motrice americana. Il caro vecchio sogno, costi quel che costi.

"Promettimi che non ti arrenderai finché non avrai la vita che desideri", dice la mamma del protagonista, sul letto di morte. Una frase che taglia a metà il film, riecheggiando fino al sorprendente finale. Non solo, una frase che esce fuori dallo schermo per diventare un'equazione dai riverberi sociali. In fondo, i ricchi sono sempre più ricchi, e i poveri, beh, sono sempre più poveri. Una strada già segnata, in un senso o nell'altro, che può essere cambiata solo attraverso la rottura delle regole. Costi quel che costi. In qualche modo, dietro il composto (troppo composto) umorismo del film, c'è uno spaccato in cui è forte la riconoscibilità di certi pensieri, declinati secondo un commedia a tinte nere che, pur non restando impressa, ha una sua ragione d'essere.

Conclusioni

Buon cast, buon intreccio e una regia che punta alla coerenza nonostante i diversi colpi a effetto. Ricchi... da morire funziona nella metratura della commedia nera. Uno spaccato sociale e umano che rivede la lotta di classe e lo status quo. Un prospetto di forte presa cinematografica che, sfruttando la forza di Glen Powell, riesce a far il suo: una visione magari non memorabile, ma comunque gustosa.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
4.5/5

Perché ci piace

  • Glen Powell sempre una garanzia.
  • Il cast.
  • Un buon tono.
  • Il tema.

Cosa non va

  • Magari non così determinante.
  • Pochi picchi.