Rambo: solo un cult? No, un film drammatico e politico

Il Vientam, i reduci, il sogno americano, il PTSD: Rambo di Ted Kotcheff compie quarant'anni, e ancora adesso mantiene forte il suo appeal di opera profondamente politica. Anche grazie alla scrittura di Sylvester Stallone...

Rambo: solo un cult? No, un film drammatico e politico

Il disturbo post-traumatico da stress. L'annientamento del sogno americano. La vulnerabilità dell'eroe, caduto in un limbo senza fondo. I quarantanni di Rambo (anzi, i cinquanta, dato che il personaggio è apparso nel romanzo Primo Sangue - First Blood di David Morrell nel 1972) sono l'occasione giusta per rimarcare quanto il soldato John James Rambo sia uno dei personaggi più drammatici della storia del cinema. Chiaramente, il film cult del 1982 diretto da Ted Kotcheff - dopo Rambo la sua filmografia è decisamente schizofrenica e si interrompe giù di lì alle fine degli anni Ottanta - lo ha reso icona pop, tra i simboli per eccellenza di quell'insieme che comprende i Last Action Hero. Muscoli, mitra spianato, le mostrine, il giaccotto verde, la leggendaria fascia in testa, simbolo della mimetica US in missione in Vietnam. Serviva, per quanto possibile, ad asciugare il rivoli di sudore dei soldati, inghiottiti dall'umidità di Saigon. Rambo, guerriero dolente, che porta con sé le ferite di una guerra - l'ennesima - combattuta senza una vera cognizione di causa.

La locandina di Rambo
La locandina di Rambo

Molto più violento nel libro di Morrell, più sfumato nella pellicola: una decisione presa dal suo alter ego, Sylvester Stallone. Ma andiamo con ordine: l'epopea di John Rambo comprende cinque film, una serie animata, videogiochi, libri. E diversi punti di partenza. Il primo? Quel nome così dolce arriva da un mix di cose. Le mele Rambo. La sonorità della pronuncia, secondo Morrell, doveva avvicinarsi a quella di Arthur Rimbaud, lo stesso autore di Una Stagione all'Inferno che diventa per il personaggio una sorta di riflesso vissuto sulla sua stessa pelle. Poi, quel nome può essere un riferimento ad un altro Arthur, ovvero Arthur J. Rambo, soldato mai tornato dal Vietnam.

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"Non vogliamo vagabondi qui da noi"

Rambo
Rambo

Ma l'ispirazione principale, poi rivista da Sly Stallone in fase di ideazione - ha scritto lo script insieme a Micahel Kozoll e William Sackheim - arriva da Audie Murphy, il soldato più decorato della Seconda Guerra Mondiale poi divenuto scrittore e attore. Dunque, un miscuglio di personaggi e di personalità, delineato da un tratto comune: il conflitto. Armato, personale, narrativo. Rambo è un collage di elementi, accomunati dalle ossessioni di un uomo gettato e risputato dall'inferno, incapace di comprendere se stesso e la realtà che lo circonda. Ogni conflitto, del resto, porta delle cicatrici. E quelle di John Rambo sono le stesse che hanno diviso gli ideali liberali di Washington.

Rambocover
Rambo: Sylvester Stallone in una scena del film

Stallone, da sempre legato al personaggio, in fase di scrittura ha avuto praticamente (quasi) carta bianca dalla Carolco Pictures (oggi non esiste più, ma ha prodotto roba come Terminator 2 - Il Giorno del Giudizio, Atto di Forza, Cliffhanger - L'ultima Sfida) dopo il boom di Rocky (e infatti ha sfangato il ruolo dopo un casting che prevedeva Al Pacino, Robert De Niro, Paul Newman, Tomas Milian), trasformandolo appunto in un soldato rinnegato dallo stesso Paese per cui ha combattuto. O almeno, ha creduto di combattere. Perché, dietro l'appeal di film d'azione punta-spara-corri-esplodi di facile lettura (e pure di facili contraddizioni), c'è nascosta invece una pellicola marcatamente anti-militaresca, in cui si spinge sui punti più dolenti che tutt'ora infangano la bandiera degli Stati Uniti d'America. Rambo, sopravvissuto alla prigionia in Vietnam, torna a casa da reduce, trovando una realtà che lo schifa, lo rinnega, lo umilia. "Non vogliamo vagabondi qui da noi", gli urla lo sceriffo Teasle, dando il via agli eventi del film. Da qui, il cortocircuito che distaccherà dalla realtà gran parte degli ex soldati, finiti ai margini di una società che non fa sconti.

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"Grazie per il tuo servizio"

Sylvester Stallone in una sequenza di Rambo
Sylvester Stallone in una sequenza di Rambo

Nello specifico, il Rambo del 1982 sconta ancora la controversa metabolizzazione del Vietnam e fotografa, in chiave naturalmente mainstream, la sconnessa dimensione degli USA. Un paese diviso, divisorio, sull'orlo di una crisi d'identità. John Rambo è quello che ora chiameremo homeless, è ammaccato, in testa gli risuonano le bombe. La struttura dell'eroe è ancora lontana, frammentata, in procinto della successiva (ri)valutazione sociale. Sarà poi il retaggio popolare ad innalzare a figura eroica, benché la concezione iniziale lo ritragga come un disperato che non ha più nulla da perdere. Il paradigma perfetto di un paese che trangugia e lascia indietro i pezzi rotti, nascondendosi dietro lo slogan "Thanks for your service".

Sylvester Stallone accanto a Ted Kotcheff sul set di Rambo
Sylvester Stallone accanto a Ted Kotcheff sul set di Rambo

Più in generale, John Rambo verrà poi inquadrato come character anarchico e di rottura che cambierà il corso di un certo cinema, un uomo solo che sfida il mondo, che rifiuta le regole perché sono state le stesse regole utopiche a renderlo ciò che poi è diventato. Un affresco quanto mai politico e spietato per il film di Ted Kotcheff, che dipinge Rambo come se fosse una sorta di Achille che "Questa volta combatte per la sua vita", come recitava la tagline che accompagnò l'uscita al cinema. Non c'è più Paese, non c'è più appartenenza, ma solo la semplice e disperata sopravvivenza. John James Rambo, un uomo solo, un uomo sconfitto: l'archetipo dell'american dream portato allo stremo, la politicizzazione cinematografica, reso mito assoluto dallo sguardo malinconico e storto di Sylvester Stallone. - "Come ha fatto Dio in cielo a fare un uomo come Rambo?" - "Non è stato Dio a fare Rambo, l'ho fatto io".