Pierfrancesco Favino al Bif&st: la faccia da clown e il senso di Sanremo

Arrivato a Bari per ritirare il Premio Federico Fellini, l'attore romano ha incontrato il pubblico all'interno di un Teatro Petruzelli gremito. Un'occasione per svelare i retroscena dell'essere attore e raccontare il proprio senso del cinema.

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Affascinante e criptica, burbera e scimmiesca, affabile e bonaria. La faccia di Pierfrancesco Favino sa essere tante cose. Materia duttile prestata al racconto cinematografico, il volto dell'attore romano assume più forme e più significati, risultando sempre familiare e al servizio di un attore il cui aspetto non può certo passare inosservato. Una natura camaleontica coerente con una carriera lunga 25 anni e una filmografia trasversale, in cui personaggi e generi spaziano in ogni direzione. Dal thriller alla commedia, passando per il poliziesco al fantasy, Favino è stato amorevole infermiere, fetido criminale, marito non sempre impeccabile, uomo corrotto, poliziotto violento e amante sensibile. In questa fiera degli opposti è emerso sempre il talento di un attore istintivo, dalla presenza scenica imponente e dal carisma sanguigno. Da sempre esibita al cinema e in teatro, la varietà "faviniana" è stata colta dal cinema internazionale e sdoganata agli occhi del grande pubblico sul palco del Teatro Ariston, con quel Festival di Sanremo capace di diventare incredibile cassa di risonanza nazionalpopolare. Recitazione, canto, ballo e l'estrema disinvoltura sanremese hanno consacrato Favino anche nella percezione collettiva, ma chi lo segue da sempre sa che non c'è niente di cui stupirsi davvero.

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Perché chi lo conosce davvero non si sorprende nel vederlo passare in un battito di ciglio dal dramma più impegnato alle imitazioni esilaranti di Marcello Mastroianni, Ferruccio Amendola e dei colleghi Marco Giallini e Rocco Papaleo. Arrivato al Bif&st di Bari, dove è stato premiato con il Premio Federico Fellini, Favino ha incontrato il pubblico all'interno di un Teatro Petruzzelli gremito e prodigo di meritata stima. Un'occasione ghiotta per tenere una lezione di cinema che ha svelato tanti retroscena sul senso e sul valore dell'essere attore e confermato lo straordinario spessore di un uomo colto, ironico, dotato di invidiabile umiltà. Con qualsiasi faccia.

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La pelle del camaleonte

A casa tutti bene: Pierfrancesco Favino in una scena del film

Giacca di pelle, scarpe da ginnastica e un pizzetto abbozzato sul volto, fatto crescere per diventare un convincente moschettiere nel prossimo film di Giovanni Veronesi (I moschettieri del Re), che lo vedrà al fianco di Valerio Mastandrea, Sergio Rubini e Rocco Papaleo. Favino si presenta al Bif&st in abiti informali, con la freschezza e l'allegria di una persona semplice. Emozionato dalla meraviglia di "uno dei teatri più belli d'Italia", l'attore romano abbraccia il pubblico del Teatro Petruzzelli di Bari, accompagnato dal critico cinematografico Fabio Ferzetti che mette subito in evidenza la particolarità del suo aspetto d'attore, del suo volto così particolare e a suo modo indimenticabile. Favino risponde così: "Beh, è vero, ho una faccia ingombrante, una faccia che paradossalmente mi ha permesso di fare tante cose. Ho un viso plastico, quasi da clown, infatti inizialmente pensavo che avrei fatto il comico. A differenza di altri attori che attraggono la luce, che quasi scompaiono davanti alla cineprese, io sono molto ben presente. Ecco, ho più una faccia da Otello che da Romeo. Anche per questo lavoro molto col corpo, e mi piace farlo, mi piace cambiare e trasformarmi.

A casa tutti bene: Pierfrancesco Favino e Gabriele Muccino sul set del film

Credo che uno degli aspetti più belli del nostro mestiere sia il privilegio di scoprire quante cose può essere un essere umano. Siamo una meravigliosa invenzione, dentro di noi abbiamo tante sfaccettature, dentro di noi possono convivere il violento e il pacifista, e la possibilità di poter toccare questi opposti è un regalo. Il cinema mi consente di ispezionare tutte queste sfumature". Quella della recitazione è una passione coltivata sin da bambino, tra imitazioni e spettacoli domestici tenuti al cospetto di suo nonno: "Ho sempre saputo di voler fare l'attore, sin da quando avevo sei o sette anni. Quando in televisione trasmettevano un film, i miei mi dovevano togliere dallo schermo, perché ero incantato. Da piccolo ero come una spugna, imitavo e stavo attento ad ogni cosa. Devo tanto anche ai miei genitori che erano appassionati di teatro e al fatto di aver sempre inventato storie giocando con i miei pupazzi".

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Il mestiere dell'attore

Suburra: un'immagine del film che ritrae Pierfrancesco Favino

All'interno del suo carnevale umano, Favino ha cavalcato un'altalena sospesa tra il realismo e la fantasia. Così, a ruoli totalmente inventati si sono alternati tanti personaggi realmente esistiti: "Quando costruisci un personaggio di pura finzione, devi disegnarlo poco per volta e delimitare un territorio in cui andrai a muoverti. C'è tanto lavoro di immaginazione che ti fa pensare chi possa essere o non essere questo essere umano. Parliamo sempre di persone, ecco perché non molto parlare di personaggio. Preferisco chiamarli tutti individui. Quando lavoro ad un film, capisco di averli compresi davvero quando non parlano, quando ho capito come pensano, e non come rispondono. Cerco di non imporre mai un mio modo di vedere le cose, ma di lasciare lo spettatore libero di scovare le sue sfumature. Altrimenti sarebbe un'imposizione di ego imperdonabile e fastidiosa. Con le persone realmente esistite la libertà artistica fa risuonare dei dettagli estremamente reali in un mondo immaginario. È un processo estremamente delicato, che richiede attenzione e rispetto. Spesso devi guadagnare la fiducia dei parenti di quella persona senza offendere la loro memoria emotiva. La parte più bella del mio mestiere è proprio quella preparatoria, quella che richiede studio e ricerca, e spesso mi fa entrare in contatto con parti sconosciute di me.

Noi attori siamo un tramite. Noi siamo solo strumenti. Noi siamo la maniglia di una porta che sarà varcata dallo spettatore

Pierfrancesco Favino insieme a Filippo Nigro in una scena di A.C.A.B. di Stefano Sollima

Ad esempio, prima di girare A.C.A.B., ci siamo esercitati con un manganello e uno scudo. Non ero felice di poterli usare, ma ho capito che in una situazione di pericolo la mia parte animale, se aggredita, reagirebbe. Stessa cosa per Romanzo criminale. Non sono mai stato un appassionato di armi, non mi divertono. Eppure ammetto di aver subito il fascino delle pistole una volta impugnate in scena. Questo mi ha fatto capire che tutto cambia a seconda delle situazioni e del contesto. Nessuno di noi è una cosa sola, e come attore non mi piace rappresentare delle categorie fisse. Viviamo in una società in cui persiste una censura di fondo molto perbenista, ma in realtà dentro abbiamo dentro degli istinti taciuti. Istinti a cui il mio mestiere permette di dare sfogo. Sul senso della nostra professione, ci tengo a dire una cosa: un attore non deve stare né dentro il personaggio, né accanto al personaggio, né dietro il personaggio, né davanti il personaggio. In queste equazioni manca sempre il pubblico, che è il principale destinatario del nostro lavoro. Noi siamo un tramite. Noi siamo solo strumenti. Noi siamo la maniglia di una porta che sarà varcata dallo spettatore"

Sanremo è Sanremo?

Pierfrancesco Favino a Sanremo 2018

Se il pubblico entra ed esce con disinvoltura da qualsiasi film, un attore potrebbe rimanerne ingabbiato. È un pericolo (o meglio, un vizio) molto comune nel nostro cinema, dove un attore viene spesso associato ad un ruolo di gran successo che viene poi rievocato più e più volte in altre produzioni. Sulla questione Favino ammette: "Dopo un ruolo forte come quello del Libanese in Romanzo Criminale, ho corso il rischio di rimanere chiuso dentro quello stereotipo. Per questo ho scelto due film fondamentali per uscirne, ovvero La sconosciuta e Saturno contro. Sono stati due film di rottura e spiazzanti per la percezione del pubblico. La responsabilità è soprattutto nostra: devi sapere scegliere e dire di no. Per questo ho fatto Sanremo: per cambiare le carte in tavola e mostrare una parte poco nota di me. L'intenzione mia e di Claudio Baglioni, che ringrazio per la fiducia, per aver visto in me qualcosa che nemmeno io avevo notato e per avermi dato carta bianca, era quella di fare spettacolo. Per questo quel monologo che ha creato qualche scalpore non aveva alcun intento polemico. È soltanto un bellissimo testo scritto quarant'anni fa, che è ancora attuale. Chiediamoci come mai lo sia ancora e perché sia ancora in grado di sollevare un piccolo polverone a distanza di così tanto tempo. Quando ho accettato di condurre il festival avevo paura di quello che avrebbero pensato gli altri, ma poi ho capito che non c'era assolutamente niente di male ad essere coinvolto in qualcosa di nazionalpopolare. Anzi, sarei contento che in futuro qualche mio collega seguisse questo esempio, perché farebbe bene alla nostra professione e al nostro cinema. Sono certo che A casa tutti bene, essendo uscito subito dopo il Festival, abbia sia stato avvantaggiato della mia presenza nel cast". La masterclass termina tra l'affetto di un pubblico barese coinvolto dalle parole mai banali di un attore in grado di cogliere la complessità dell'essere umano senza mai risultare lontano o inaccessibile agli occhi dello spettatore. Basti pensare che, alla fine, Favino era sdraiato sul palco a firmare autografi.

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