Nel dicembre del 1965 arrivava nelle sale italiane un film che avrebbe contribuito ad accrescere in maniera determinante il mito del western all'italiana, in particolare quello firmato da Sergio Leone. Per qualche dollaro in più, secondo capitolo della cosiddetta Trilogia del Dollaro, si incastona nella filmografia leoniana come un'opera che miscela perfettamente più livelli narrativi, da quello principale (due formidabili cacciatori di taglie contro un'intera banda di criminali) a quello ad esso parallelo e altrettanto fondamentale (la vendetta che il Colonnello Mortimer cerca contro l'Indio).
In Per qualche dollaro in più si possono ritrovare tutte le caratteristiche del cinema di Leone, decisamente più compiuto e maturo rispetto agli esordi de Il Colosso di Rodi e, soprattutto, di Per un pugno di dollari. Ad accompagnare l'opera vi è poi la colonna sonora di Ennio Morricone, ancora più ricercata e coinvolgente se confrontata a quella (comunque già iconica) del precedente western del 1964. Per qualche dollaro in più, in passato non completamente considerato per la sua cifra assoluta, è stato ormai pienamente rivalutato come un capolavoro leoniano al pari degli altri fondamentali film del regista romano, e per questo va celebrato come merita. In occasione del sessantesimo anniversario della sua uscita, riscopriamolo insieme.
Il Monco e il Colonnello
Quando devo sparare, la sera prima vado a letto presto.
Tra il New Mexico e il Texas si muove una banda di spietati fuorilegge, capeggiata dal cinico Indio, un violento pistolero in preda al fumo e all'alcol con un passato che lo tormenta continuamente. Sulle tracce della banda vi sono due bounty killer: un giovane ma formidabile pistolero, detto il Monco, e il più maturo Douglas Mortimer, ex colonnello dell'esercito statunitense esperto nel maneggio delle armi. Entrambi sono dediti soprattutto alla cattura dei più pericolosi (e remunerativi) criminali, ma la possibilità di acciuffare l'Indio e i suoi scagnozzi rappresenterebbe la possibilità di guadagnare abbastanza per ritirarsi a vista privata e appendere la pistola al chiodo.
Se il Monco appare interessato esclusivamente a raggiungere l'obiettivo per intascare il denaro, il colonnello Mortimer ha una motivazione differente e più profonda: il desiderio di vendetta contro l'Indio, responsabile di un efferato delitto che ha colpito il colonnello da molto vicino. Dopo alcune schermaglie iniziali e aver compreso che il loro incontro non è stato casuale, quanto piuttosto spinto dalla ricerca del medesimo bersaglio, il Monco e Mortimer decidono di allearsi contro l'Indio: il piano prevede che il più giovane pistolero si introduca nella banda, mentre il colonnello prepari il terreno al di fuori di essa. Ma entrambi non possono sospettare le mosse a sorpresa dell'Indio, che costringerà i due pistoleri ad adattarsi agli eventi dopo aver indirettamente preso parte a una rapina alla banca di El Paso...
Tutt'altro che un western "di passaggio"
Quei due, piuttosto che averli alle spalle, è meglio averli di fronte, in posizione orizzontale... possibilmente freddi.
Scritto da Sergio Leone con Luciano Vincenzoni, con la collaborazione di Fulvio Morsella (per il soggetto) e Sergio Donati (per la sceneggiatura), Per qualche dollaro in più non ebbe una chiara ispirazione come era accaduto con Per un pugno di dollari, che era un adattamento (non ufficiale) de La sfida del samurai di Akira Kurosawa. Leone, inizialmente, per il suo film successivo avrebbe forse voluto esplorare un altro genere, ma alcune controversie e una questione di principio contro i suoi precedenti produttori l'avevano portato ad insistere con il western. Ma, come sappiamo, attraverso il racconto del vecchio West, il regista romano narrava molto altro. Storie di uomini e delle loro ambizioni, in un contesto storico che favorisce la libertà creativa perché (quasi) tutto è permesso. Del resto, a differenza del classico western americano, le storie di frontiera del western italiano non avevano l'obbligo di definire al dettaglio i paesaggi, essere storicamente accurate o sbrogliare la fitta matassa dell'Ottocento americano, che ancora nel secolo successivo non era stata del tutto dipanata (vedi, ad esempio, la questione dei nativi d'America).
Il western di casa nostra poteva dunque ambientare avventure nell'Ovest americano mantenendo una certa indipendenza, conservando prevalentemente, per tale ragione, una vocazione spettacolare. Sergio Leone, però, era cresciuto con il mito del western statunitense (e del cinema americano in generale), e di conseguenza nei suoi film non si ritrova mai un totale affrancamento da quello che il canone originario pretendeva. Questo sarà evidente in Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo, che avrà la Guerra di Secessione come sfondo; ma già Per qualche dollaro in più, nonostante - come tutta la Trilogia del Dollaro - sia stato girato tra Cinecittà e soprattutto la Spagna (tra l'Andalusia e Madrid, per le riprese esterne), dà la perfetta sensazione delle atmosfere del vecchio West, grazie anche alle ricostruzioni delle scenografie, i personaggi di contorno e la cura per il dettaglio, tipica del cinema leoniano.
Non c'è ancora la ricerca dell'inquadratura strettissima sugli occhi o lo sguardo, che ritroveremo nell'ultimo capitolo della Trilogia del Dollaro e, ancora di più, in C'era una volta il West; e nemmeno quei virtuosismi con la macchina da presa che ci rimandano direttamente all'Estasi dell'Oro di Tuco o all'arrivo di Jill a Flagstone. Per qualche dollaro in più è il più dinamico e leggiadro tra i film di Sergio Leone, perché possiede un continuo crescendo di intensità drammatica fino all'indimenticabile duello finale e, attraverso un montaggio straordinario, riesce a giostrare la narrazione alternando i vari momenti di confronto tra i personaggi principali fino al culmine in cui, inevitabilmente, condivideranno la scena.
Come accennavamo in apertura, Per qualche dollaro in più è stato a volte meno considerato di altre pellicole leoniane, perché si posiziona tra Per un pugno di dollari e Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo, rispettivamente avvio e conclusione della Trilogia del Dollaro. Curiosamente, lo stesso destino toccato a Giù la testa, che si trova tra C'era una volta il West e C'era una volta in America. Osservato, dunque, come film "di passaggio" tra titoli che hanno sempre avuto unanime riscontro dalla critica. In realtà, già gli incassi dell'epoca al botteghino avevano premiato Per qualche dollaro in più come uno dei film più visti tra il 1965 e il 1966 e della storia del cinema italiano (si stima oltre i 14 milioni di spettatori). Ma oggi, con una chiara visione sull'intera filmografia di Leone, possiamo affermare con certezza come il secondo capitolo della Trilogia sia un punto di raccordo necessario nel percorso artistico del regista, lì dove sequenze ormai leggendarie, dialoghi scolpiti nella mente dei cinefili, e i volti irripetibili degli attori, hanno creato un diamante perfetto.
Dal poncho al carillon
Quando la musica finisce, raccogli la pistola e cerca di sparare. Cerca!
Luigi Pistilli, Klaus Kinski, Mario Brega, Joseph Egger, Aldo Sambrell: sono solo alcuni dei comprimari del cast artistico di Per qualche dollaro in più. Ciascuno di essi ha però avuto la propria carriera come attori di primo piano del nostro cinema (Pistilli e Kinski) o come eccellenti caratteristi (Brega, Egger, Sambrell e tanti altri, in particolare nei western degli anni Sessanta). La scelta di Sergio Leone fu chiara: occorrevano figure di spessore per tenere il passo dei tre protagonisti, i cui nomi precedono la loro fama.
Clint Eastwood, Lee Van Cleef e Gian Maria Volonté: due protagonisti e un antagonista, non certo qualcosa di molto frequente nel cinema western (e non soltanto). Eastwood, dopo l'inaspettato successo ottenuto con Per un pugno di dollari, si lasciò convincere facilmente da Leone a intraprendere una seconda avventura in Italia, anche a fronte di un compenso maggiore rispetto al film precedente. Il Monco (un personaggio ancora una volta senza nome...) avrebbe indossato il poncho (come sempre!), portato una protezione sulla mano destra e sparato con una rapidità impressionante. Van Cleef, attore noto per aver partecipato a diversi film importanti degli anni Cinquanta e inizi Sessanta (Mezzogiorno di fuoco, Sfida all'O.K. Corral e L'uomo che uccise Liberty Valance, solo per citarne alcuni) venne ripescato da Leone in un momento nel quale, per sbarcare il lunario, si era dedicato... alla pittura. Per lui, Per qualche dollaro in più avrebbe segnato la rinascita. Rispetto ai personaggi interpretati in precedenza - dei pistoleri abbastanza trasandati - il suo colonnello Douglas Mortimer sarebbe stato un uomo sulla cinquantina, elegante, abile stratega e formidabile nell'utilizzo delle più avanzate armi, grazie all'esperienza maturata nell'esercito.
Volonté, reduce anch'egli dai fasti di Per un pugno di dollari, si prese ancora una volta una pausa dal cinema "impegnato" per dedicarsi alla creazione di un fuorilegge forse persino più spietato di Ramon Rojo. L'Indio è un pazzo drogato (come lo definirà il colonnello), avido, cinico e velocissimo nell'estrarre la pistola prima dei suoi avversari, mentre fa risuonare un carillon che porta sempre con sé e, soltanto alla fine, si scoprirà cosa racconta. Eccezionale la capacità dell'attore milanese di saper passare da attimi di apparente follia a momenti di estrema lucidità, nei quali l'Indio porta avanti il proprio piano criminale.
La firma di Ennio Morricone
Che succede, ragazzo?
Ah niente, vecchio, non mi tornavano i conti. Ne mancava uno.
Abbiamo accennato al carillon dell'Indio. Chi poteva ricavare, da un suono così particolare e cadenzato, un passaggio di una colonna sonora? Naturalmente soltanto lui: Ennio Morricone.
Estremamente severo con sé stesso, il Maestro romano non era proprio del tutto soddisfatto del lavoro che aveva realizzato con la partitura di Per un pugno di dollari (e per noi comuni mortali già questo appare incredibile). Pensava si potesse fare decisamente meglio. Così, in occasione di Per qualche dollaro in più, Morricone allargò la proposta di strumenti utilizzati e li utilizzò per i suoi arrangiamenti, dopo aver composto la musica per i temi principali del film. Dal marranzano all'organo, dalle percussioni che ricreavano il carillon alle nacchere, la chitarra e la tromba solista: tutte insieme hanno dato forma all'ennesimo capolavoro di Ennio, che si può apprezzare in ogni passaggio della soundtrack.
Su tutti, il brano La resa dei conti, che accompagna il duello finale tra il colonnello e l'Indio, mentre il Monco osserva. Egli darà la sua pistola a Mortimer, rimasto disarmato, ma per la prima volta le mosse ben ponderate di quest'ultimo non basteranno più: stavolta sarà una sfida di velocità e di pura sopravvivenza. Il Monco, che di queste ultime qualità usufruisce ogni volta che deve sparare, lo vendicherà, se l'Indio dovesse prevalere: ma l'istinto del pistolero, e il desiderio di vendetta, saranno le armi in più che il colonnello dovrà utilizzare per uccidere il suo nemico.
Il rapporto di stima e, infine, anche amicizia che caratterizza la collaborazione tra il Monco e Mortimer, viene accompagnato dai brani Il vizio di uccidere e Addio colonnello, profondamente malinconico, ma anche con intermezzi ritmati il primo, ancora più nostalgico il secondo, mentre la società che i due avevano fondato verrà rinviata a un'altra occasione. Vi è, poi, naturalmente, il brano che apre e chiude il film, Per qualche dollaro in più, con il fischio di Alessandro Alessandroni e il coro, dove vi è un trionfo dei suoni scelti da Morricone per caratterizzare il film fin dalla sua apertura.
A distanza di sessant'anni dal suo esordio, Per qualche dollaro in più non finisce ancora di sorprendere: è la forza del cinema di Sergio Leone.