Come differenziarsi nel bel mezzo di un'offerta cinematografica schiava dei franchise? Fare qualcosa di diverso, che punti all'intelligenza, all'emozione. Come dire, basterebbe poco: visione, coraggio, talento. Pazzesco, ma nemmeno poi tanto, pensare che dietro Pecore sotto copertura ci sia Craig Mazin, la stessa firma che ha vidimato opere oscure come The Last of Us o Chernobyl, ma anche titoli puramente comedy come Scary Movie 3 e 4, Superhero Movie e Una notte da leoni 2 e 3. Dunque, uno che di storytelling se ne intende, e ben conosce le regole di un determinato tipo di racconto.
A dar colore alla scrittura di Mazin, a sua volta ispirata dal romanzo di Leonie Swann (datato 2005), è Kyle Balda che, finora, aveva diretto solo film d'animazione (tra cui Minions). Ottima prova: un bravo regista deve saper leggere la sceneggiatura, ragionando prima sul cuore e poi, solo poi, sulla tecnica. In verità, e per essere chiari, Pecore sotto copertura è una specie di ibrido. Un live-action con l'aggiunta di un pizzico di CGI, dosata e mai eccessiva nell'animare le protagoniste assolute: un branco di meravigliose e irresistibili pecorelle.
Pecore sotto copertura, la trama: un whodunit originale (finalmente)
Perché va detto, in un'epoca di film tutti uguali, a far la differenza è la declinazione di un genere portante. In questo caso, il tanto amato whodunit. Ma andiamo con ordine: se la vita nel piccolo appezzamento di terreno del pastore George (Hugh Jackman) è quanto di più idilliaco ci possa essere, le cose cambiano quando le sue adorate pecore, una mattina, lo trovano morto stecchito. Una presenza istantanea, capace però di restare impressa. Come tutte le vittime dei gialli. E attenzione, c'è un discorso sulla catarsi della morte non indifferente e non scontato, con una lucida e matura riflessione che va ben oltre la chiave filosofica.
Tornando al punto, sono proprio le pecore, più o meno consciamente, a risolvere il mistero (affiancando e, a volte, sostituendo lo sbadato agente locale, Tim Derry, con il volto di Nicholas Braun), restringendo il campo a una lista di sospetti - la prima fra tutti, la figlia di George, Rebecca, interpretata da Molly Gordon - in perfetto stile "giallo", proprio come nei libri che leggeva loro l'amato pastore.
Un film d'altri tempi
Se Pecore sotto copertura è, tendenzialmente, un film adatto a un pubblico quanto più trasversale, tra un sospiro, un sorriso e, nemmeno a dirlo, qualche lacrima, nel cuore della storia c'è decisamente tanto. Talmente tanto che, a volte, esce meravigliosamente fuori dai bordi. Ossia: film così - sempre più rari - riportano sullo stesso piano lo spettatore e l'opera stessa, illuminando il valore dell'intrattenimento che non può mai rinunciare alla qualità. Finalmente, verrebbe da dire. C'è ancora speranza.
Per certi versi, e come ammesso da Molly Gordon presentando la pellicola, Pecore sotto copertura è "un film d'altri tempi", uno di quelli che non ti aspetti di trovare in un mondo dominato dai canoni e dagli standard. Uno di quelli che tende a ribaltare le prospettive, toccando al meglio - così da divenire universale, riconoscibile - le corde della natura umana -, ragionando con sincerità sul valore della memoria e, non in ultimo, sulla responsabilità che implicitamente accettiamo quando decidiamo di stringere un legame con qualcun altro, animali compresi.
Mica roba da poco, se pensiamo a quanto oggi la memoria sia spesso volatile, addirittura svilita in nome di una velocità di pensiero che punti alla performance e alla produttività. Alla fine, questa insolita squadra di pecorelle (alcune tragiche, alcune buffe, alcune epiche, alcune illuse) rivela che le idee più brillanti possono emergere proprio dove meno te lo aspetti - e che perfino chi parla con un'altra voce può rivelare la soluzione del mistero.
L'importanza di uscire dal gregge
E poi insomma, c'è una fluida comicità che si regge sull'osmosi tra pecore, ma anche una profondità emotiva che diventa sguardo formativo, spostando sempre in avanti l'attenzione e, quindi, il centro sentimentale del film, enfatizzando un tema di impellente attualità: l'identità. Donne, uomini o pecore che siano, è proprio la voce a determinare chi siamo, perché non può esserci una comunità empatica senza una sana e consapevole individualità. Come dire, bisogna uscire dal gregge per farne davvero parte.
Conclusioni
Solo la qualità salverà il cinema dall'oblio. Lo dimostra la scrittura di Craig Mazin che, dopo diverse serie di qualità, adatta sul grande schermo Pecore sotto copertura. Un mistery che sembra uscito da un'altra epoca, capace di riflettere e declinare in modo tutt'altro che scontato temi come la memoria, l'identità, le relazioni, la morte. Originale, mai banale, adatto a un pubblico trasversale. Tutto ciò, e anche molto di più, di ciò che dovrebbe fare il cinema d'intrattenimento (molto più profondo di quanto si pensi).
Perché ci piace
- Un ottimo cast.
- La scrittura di Craig Mazin.
- Il tono, ben dosato.
- L'umorismo.
Cosa non va
- La parte centrale potrebbe risultare un filo macchinosa.