Recensione Even the Rain (2010)

Due eventi storici cronologicamente distanti si fondono nel dramma metacinematografico di Iciar Bollain, dando spazio anche alle storie dei personaggi principali. Un progetto assolutamente non facile, eppure riuscito.

Oro, acqua e sangue

Un regista e un cinico produttore impegnati sul set sudamericano di un film revisionista sulla figura di Cristoforo Colombo. Un folto gruppo di comparse locali che si preparano ad una violenta rivolta, guidata un uomo che già durante il casting ha imposto la propria personalità di leader, arrivando a ottenere un ruolo importante. E le vite dei protagonisti, destinate inevitabilmente a cambiare. Questa, in soldoni, è l'idea alla base di Even the Rain (También la lluvia), nuovo film della regista e attrice Icíar Bollaín, vincitore di tre premi Goya, uno dei quali andato alla colonna sonora di Alberto Iglesias. Non solo un gioco metacinematografico fine a sè stesso, ma un soggetto impegnativo e difficile, incentrato su due pagine di storia, una leggendaria come l'approdo di Colombo nelle Americhe, l'altra conosciuta come la Guerra dell'Acqua di Cochabamba, esplosa nel 2000, quando gli abitanti di una città boliviana decisero di riprendersi la loro acqua, che stava per essere privatizzata da due multinazionali.

Nella sceneggiatura - che inizialmente era stata concepita come un period drama ambientato unicamente ai tempi di Colombo - gli elementi storici si fondono sulla pellicola per sottolineare l'importanza della resistenza opposta dai due popoli in periodi così differenti. Se ai tempi del navigatore genovese ai nativi americani furono imposte una tassa sull'oro e la fede cristiana, gli abitanti di Cochabamba si ritrovano invece a riprendersi il diritto ad usufruire di un bene di prima necessità come l'acqua.
Oltre a questo, También la lluvia - che è dedicato a Howard Zinn, autore di Storia del popolo americano dal 1492 a oggi, scomparso lo scorso anno - racconta anche la storia di un film, la cui realizzazione non sarà facilmente dimenticata dai due realizzatori, il regista Sebastian e il produttore Costa, e da un membro del cast, il boliviano Daniel, scelto per interpretare il capo degli indiani d'America, che nella realtà è anche colui che guida caparbiamente e ad un prezzo molto alto, la Guerra dell'Acqua.
Mentre la lavorazione del film volge al termine, e la rivolta degli abitanti della città boliviana entra nel vivo, i protagonisti si ritroveranno a fare delle scelte importanti e difficili, in modo particolare Costa.
Lo script di Paul Laverty è ben strutturato, con le tre storie che confluiscono in esso, ed è diretto in maniera altrettato equilibrata dalla Bollain, che riesce a gestirle con efficacia, e senza che nessuna di esse finisca in secondo piano rispetto agli altri.
Gael Garcia Bernal interpreta il ruolo del regista Sebastian, idealista e caparbio che tuttavia scopriremo essere meno disponibile a schierarsi dalla parte dei più deboli, l'attore Luis Tosar invece - che aveva già collaborato con la Bollain per l'acclamato Ti do i miei occhi, del 2003 - interpreta il ruolo del cinico Costa, produttore e amico di Sebastian, al quale interessa solo far soldi risparmiando il più possibile e sfruttando le comparse boliviane. Tra questi ultimi, pagati miseramente per la loro collaborazione sul set del film su Colombo, spicca la personalità di Daniel, interpretato da Juan Carlos Aduviri, con il suo volto fiero, dai tratti che sembrano scolpiti nel legno, e il suo essere risoluto nel voler proseguire la sua battaglia. Tra gli interpreti principali è Indubbiamente Tosar quello che riesce ad imporsi di più, come interpretazione e magnetismo - e lo aveva già dimostrato nel recente Cella 211 - anche se il suo radicale cambiamento andava gestito in maniera diversa, perchè risultasse davvero credibile.

Movieplayer.it

3.0/5