Oceania, perché il live-action mantiene la magia originale: parla il regista Thomas Kail

Identità, colori e radici: la nostra intervista a Thomas Kail, il regista del film live action di Oceania, arrivato al cinema.

il regista di Oceania, Thomas Kail

È uscito nei cinema italiani il live-action di Oceania: la riproposizione con attori in carne e ossa del celebre classico Disney che, attraverso la sua strepitosa colonna sonora (ad opera di Mark Mancina con i testi di Lin-Manuel Miranda), è entrato nella quotidianità di moltissimi genitori e appassionati di animazione.

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Una scena del live action

Questa nuova incarnazione ne mantiene intatto lo spirito e le atmosfere: il regista Thomas Kail ha infatti dato assoluta priorità alla storia, scegliendo di non discostarsi dalla strada intrapresa nel film animato, ma anzi abbracciandola in pieno. Gli abbiamo chiesto qualcosa in più sulle difficoltà, gli intenti e le sfide dietro la creazione di un lungometraggio basato su un titolo così amato e conosciuto.

Identità e radici

Il racconto di Vaiana ha come base una potente riflessione sul coraggio e sul valore delle proprie radici, dimostrando che avere legami non significa rimanere immobili. Il cuore della storia, secondo il regista, risiede quindi nella ricerca di se stessi di fronte alle aspettative esterne: "Amavo questa idea di credere di essere in un modo e sapere che, anche se in conflitto con quello che dicono gli altri, sai di dover cercare di comprendere il modo migliore per metterti alla prova e dimostrare il tuo punto di vista".

La domanda centrale del film, infatti, riguarda proprio il modo in cui determiniamo la nostra rotta. A tal proposito, Kail risponde: "Sapere dove stai andando conoscendo da dove vieni risuona molto in me... è qualcosa che ci permette di connetterci ai nostri antenati e a chi è venuto prima".

Autenticità culturale e universalità

Adattare un classico animato Disney recente e amato porta con sé una notevole pressione, ma il cineasta aveva un obiettivo chiaro: "Assicurarmi che raccontassimo la storia con integrità". Questo ha significato fidarsi dell'opera originale e, soprattutto, della tradizione culturale del popolo polinesiano, per "farlo al massimo livello di autenticità".

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Moana e Pua

Come spiega lui stesso, la cura dei particolari è la chiave per arrivare a tutti: "Credo che se racconti qualcosa nei minimi dettagli, questa diventa poi universale e così possiamo vedervi rispecchiata la nostra esperienza". Il fine ultimo è stato allora unire lo spettacolo visivo alla forza emotiva: "Con questa incredibile colonna sonora e con questi personaggi, abbiamo la possibilità sia di deliziarvi sia di emozionarvi".

Il bilanciamento tra CGI e realtà

Altro punto saliente è il riuscire a mantenere il film realistico ed emotivamente coinvolgente, bilanciando con cura gli effetti speciali in computer grafica e le recitazioni sul set. Il regista ci ha raccontato che la produzione ha scelto di costruire un set tangibile per l'inizio del film: "Tutto ciò che vedi in quel villaggio è reale, quello è un set dal vivo, c'erano 200 attori".

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Una scena di Oceania

La fisicità dell'ambiente era fondamentale: "Se vedi cose che sono tattili: sudore, terra, acqua... non solo riesci a sentire gli attori connessi a esso, ma ti inserisci in un mondo con il quale hai un radicamento concreto". Questo realismo iniziale fornisce, secondo Thomas Kail, "le fondamenta per poter poi elevare la storia" quando entrano in scena elementi fantastici in CGI come un granchio che canta, un semidio o un mostro di lava.

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L'equilibrio tra grande spettacolo e intima emozione

Creare armonia tra gli elementi digitali e le performance fisiche è stata una delle sfide più complesse della produzione. Il regista ha spiegato di aver passato molto tempo a riflettere su "come fare in modo che le interazioni di Vaiana con il granchio, con Te Kā... sembrassero oneste e reali come quando si trova davanti a Dwayne Johnson nel ruolo di Maui".

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Oceania: Dwayne Johnson nei panni del dio Maui

L'opera gioca continuamente su scale diverse: "Il film è sia grande che piccolo: a volte sono solo due persone su una barca e a volte c'è un'isola che si muove sotto forma di dea". La sfida finale, quindi, è stata costruire una struttura coesa in cui "puoi avere momenti di grande comicità e poi avere anche un momento di pericolo" senza ovviamente "far mai sembrare che ci sia una mancanza di sincronia o di connessione".

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