Onslaught tradotto vuol dire "assalto". Aggiungiamo: visto il film, potrebbe essere un assalto alle nostre capacità intellettive. Perché davvero, dietro la pellicola di Adam Wingard - che ricalca un certo linguaggio tipico degli anni '70 e '80 - c'è ben poco, e quasi nulla c'è da aggiungere in termini di mera cronaca cinematografica. Che dire? Che scrivere? Di cosa argomentare? E no, non tiene più banco la scorciatoia del b-movie, del trash, della caricatura o dell'esagerazione per nascondere le magagne se poi, sotto sotto, rimane ben poco che possa effettivamente giustificare una scusa fin troppo abusata.
Onslaught: al centro della trama una squadra di super soldati spietati
Per completezza, e per quanto possa attirare l'informazione (probabilmente poco, dati gli incassi risibili al botteghino USA), Onslaught è ambientato nella stessa continuity di The Guest, e comprenderebbe anche You're Next. Insomma, non parliamo di chissà quale cult, ma è un'informazione in più in grado di contestualizzare il film di Wingard, scritto insieme a Simon Barrett. La vicenda si svolge in un imprecisato presente alternativo, dove un'azienda privata che opera per conto della Difesa sta sviluppando segretamente una squadra di super soldati, ricalcando il credo nazista.
Questi soldati - che sono tre, sono grossi e sono cattivi - a seguito di un incidente riescono a fuggire da una struttura remota del New Mexico, arrivando a "invadere" una comunità di veterani. Tra loro c'è Celeste Cross (Adria Arjona), con sua figlia Daisy (la piccola Blake Kennedy, forse la cosa migliore di tutto il film). Celeste è un'ex cecchina dei marines alle prese con una sindrome post-traumatica. Per mamma e figlia inizierà una specie di resistenza senza esclusione di colpi.
Violenza gratuita e un film senza ironia
Come dire: non basta giocare con la fotografia per avvicinarla ai filtri Instagram, non basta citare una società iper-paranoica e militarizzata per sembrare provocatori, o magari così addentrati nella psiche di un mondo votato a un credo violento che, necessariamente, deve essere dissacrato e svelato. Appunto: c'è una scena, a metà film, in cui il commando entra in una stazione di servizio e fa strage. Dietro la sequenza, che non ha ragione d'esistere ai fini della trama, sembra esserci solo una violenza gratuita che non ha niente a che fare con quella esagerata e ironica degli slasher, di cui Onslaught vorrebbe ereditare alcuni aspetti.
Ecco, gli elementi sul piano teorico ci sarebbero pure, ma l'assemblaggio finale, che si risolve negli ultimi venti minuti, non è all'altezza dei giganteschi confronti cercati da Wingard. Finisce così per essere un mero esercizio di genere che ripropone, fuori tempo massimo, una sequela di situazioni e suggestioni fin troppo consumate. A queste ultime - e inaspettatamente - l'ambizione editoriale di A24 (che produce e distribuisce in America) sembra fin troppo debitrice, soprattutto post Everything Everywhere All at Once.
Spieghiamo: Everything Everywhere All at Once, diretto dai Fratelli Daniels e spartiacque che è valso l'Oscar allo studio indipendente, ha in effetti aperto un ciclo di produzioni dalla poetica indecisa e pasticciata (al netto di diverse eccellenti eccezioni, come Marty Supreme o Primetime), facendo perdere - come dimostra Onslaught - la scintilla originale di A24, capace di rivoluzionare il cinema facendo innamorare i giovanissimi. Il troppo stroppia, potremmo dire.
Intrattenimento sintetico a favore di telecamera
E in Onslaught c'è un'abbondanza tale da rendere il tutto eccessivamente sintetico, perfettamente in posa a favore di una camera che non sa bene dove andare a parare: mettere insieme alcuni orrori contemporanei, senza saper cosa farne, rende l'opera(zione) svuotata del suo senso. Certo, quello di Adam Wingard andrebbe inteso come un divertissement, un gioco da prendere per quello che è; ma quando vediamo citare in modo tanto scontato quanto paraculo la motosega di Non aprite quella porta, beh, l'indignazione fatica a essere contenuta.
Conclusioni
Adam Wingard vorrebbe giocare con i generi ma finisce per andare fuori strada: mai irriverente né divertente, Onslaught cita a caso grandi cult anni 70 e 80, e sfrutta la violenza scenica senza mai renderla coerente con il tono generale. Semplicemente, uno dei peggiori film targati A24.
Perché ci piace
- La piccola Blake Kennedy.
Cosa non va
- Concettualmente e strutturalmente è un film da dimenticare.