Nomadland: un'analisi dei temi del film premiato con l'Oscar

Un'analisi delle tematiche di Nomadland, il film di Chloé Zhao, vincitore di 3 premi Oscar, e disponibile al cinema e su Disney+.

APPROFONDIMENTO di 29/04/2021
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Nomadland: una sequenza

La saracinesca di un deposito si apre. Inizia così Nomadland, il film di Chloé Zhao vincitore del premio Oscar 2021 come miglior film: con un'apertura. Non sono passati che pochi secondi dall'inizio del film eppure, in una sola inquadratura, in un solo movimento, c'è già tutto il significato, rivoluzionario e a conti fatti politicamente scorretto dell'opera. In un paesaggio innevato, sotto una pioggia invisibile eppure percettibile, Fern, la protagonista del film, porta con sé uno scatolone con all'interno un piatto di ceramica prezioso, ritrova alcuni indumenti appartenenti al marito che la fanno commuovere. Stacco, Fern paga un uomo, probabilmente il proprietario del deposito. Lui la ringrazia, si abbracciano. L'apertura, i ricordi di un passato, un ringraziamento, un abbraccio. E poi la strada che si perde nella foschia e i paesaggi sconfinati. Sono solo poche inquadrature e pochi gesti, che racchiudono il mondo che Nomadland vuole rappresentare. Inizia il viaggio di Fern, un viaggio a cui lo spettatore dovrà partecipare, emozionandosi, a patto che riesca ad accettare quella prima inquadratura, quell'apertura. A differenza della maggior parte dei film, quello di Chloé Zhao non intende creare, attraverso lo schermo cinematografico (o televisivo, se si sta guardando il film dal catalogo di Disney+), una finestra sul mondo, ma una porta lasciata aperta. Non si accontenta di una visione passiva, ma richiede una partecipazione attiva, attraverso l'empatia. Sta a noi scegliere se ricambiare l'abbraccio o no.

'Not homeless, just houseless'

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Nomadland: una scena con Frances McDormand

Trovare una definizione di "casa" significa decidere chi vogliamo di essere. Se legarci troppo al tetto sopra di noi, ai muri, ai mattoni, a tutto ciò che è tangibile oppure se considerare ogni posto in cui stiamo un'unica casa condivisa. Lo dice la stessa Fern, in una battuta che - non perfettamente tradotta nella versione italiana - fa intendere quanto per lei l'intero mondo sia casa. C'è un'innocenza negli occhi di Frances McDormand mentre pronuncia quella frase che non lascia indifferenti. È in questo importante momento che il film si svela: non un film d'inchiesta come il libro da cui è tratto e nemmeno un film che vorrebbe elogiare la vita da nomade o, peggio ancora, criticare le grandi corporation (che spazio avrebbe avuto una critica verso Amazon? Non è quello che interessa al film), ma un inno all'umanità. La nostra casa può essere tutto il mondo, finché si dà importanza all'umanità. Come nella battuta pronunciata, in cui i termini home e house sembrano voler dire la stessa cosa, ma in realtà contengono una differenza abissale intangibile, Nomadland vuole proprio dar voce all'invisibile, all'assenza di materia, per dare spazio a un lato emotivo. I paesaggi desolati e a prima vista invivibili riescono ad acquistare un determinato calore proprio grazie alla presenza dell'uomo. L'umanità acquista un significato nuovo diventando una comunione solidale: il mondo è una casa sterminata in cui ognuno è ospite dell'altro.

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La forza della poesia

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Nomadland: un'immagine

È sconfortante definire un film che cerca di mostrare il buono come un prodotto senza troppo valore legato al "politicamente corretto". A parere di chi scrive, riflettere su ciò che è positivo e fare in modo che lo spettatore possa partecipare attivamente alla storia di Fern è invece quanto di più "politicamente scorretto" si possa fare oggi. In un mondo diviso e sempre più polarizzato tra fazioni, in un momento storico in cui l'America è un Paese fratturato nel profondo (sensazione che si ritrova anche in prodotti più mainstream per il grande pubblico come The Falcon and The Winter Soldier), il messaggio di Nomadland è un messaggio ottimista che viaggia in direzione contraria rispetto al cinismo preponderante. E certo, ci vuole una buona dose di coraggio e forza per compiere quel passo una volta che la porta della gabbia viene aperta e ci si ritrova di fronte alla sterminata natura. Nomadland non ci mette, però, di fronte a una scelta: non chiede allo spettatore di abbracciare lo stesso stile di vita di Fern o Linda May e non lo condanna nemmeno in caso contrario. D'altronde come potrebbe un film di questo tipo puntare il dito contro le persone che vuole rappresentare? Nomadland punta il dito invece verso la luna, ritrovando un nuovo significato a quella "fabbrica dei sogni" di matrice hollywoodiana. Ed è così che il film, più procede, più mette in scena una dimensione onirica che si fa poesia. Attraverso questa forza così originale, Nomadland porta a compimento una relazione con il suo pubblico: prima invitandolo all'abbraccio, poi ricambiandone l'affetto.

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'Non è mai la fine'

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Nomadland: una foto del film

Si viaggia per ritrovare sé stessi, per recuperare una vita mai davvero vissuta, per scoprire, per fuggire da una routine, per capirsi forse, anche per ritrovarsi. E per non dirsi addio. È un film talmente fiero di essere ricolmo di fiducia e speranza che non concepisce nemmeno i saluti definitivi. In questo inno alla vita, la morte nonostante sia presente non è vista come la fine. Ritorna in mente l'immagine iniziale del film, di una saracinesca che si apre, che si specchia nel finale. Fern ritorna nella cittadina di Empire in cui ha passato una vita intera col marito, ora un posto dimenticato e dismesso. Libera il suo vecchio deposito, passeggia lungo edifici diroccati e impolverati. Infine Fern si trova davvero sull'uscio di una porta aperta. Di fronte a lei il paesaggio della natura, la casa di tutti noi. Oltrepassa l'uscio e oltrepassa pure la recinzione, ultimo limite che figurativamente indicava la sua appartenenza al passato. Il van di Fren torna a viaggiare sulla stessa strada vista all'inizio del film, ma questa volta la macchina da presa (e quindi lo spettatore) non lo osserva da lontano. È insieme a lei, in movimento, la segue. Siamo noi spettatori che abbiamo accettato il viaggio e la libertà come Fern. Non più testimoni, ma personaggi attivi. Abbiamo oltrepassato definitivamente l'uscio. Con questo finale Nomadland si conclude, intriso di speranza e fiducia. Perché se anche in questo momento gli spettatori più critici e più estranei alla bontà e alla qualità del film hanno scelto di rimanere sotto il tetto materiale di una casa ben delimitata, non si ha il minimo dubbio che, prima o poi, quelle stesse persone si ritroveranno, un giorno, proprio lungo la strada.

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