Mute

2018, Giallo

Mute, il deludente noir di fantascienza firmato dal regista di Moon

Concepito come una sorta di "sequel spirituale" di Moon, il nuovo film di fantascienza del regista Duncan Jones approda direttamente su Netflix: un intrigo neo-noir che ammicca a Blade Runner per elementi narrativi e atmosfere, ma che risulta irrimediabilmente confuso, sfilacciato e privo di mordente.

Mute: una scena con Alexander Skarsgård

C'è sempre uno spunto d'interesse nei progetti personali di un regista, quelli perseguiti con tenacia inesauribile andando incontro a vari tipi di difficoltà: si tratta di quei progetti rispetto ai quali, a prescindere dall'esito finale, è difficile non ammirare la passione, il desiderio di concretizzare in immagini e parole un'idea coltivata a lungo e con estrema cura. E in maniera analoga, la delusione è ancora più cocente quando, come nel caso di Mute, un progetto del genere si rivela purtroppo un tale buco nell'acqua.

Intendiamoci: Mute, quarto lungometraggio di Duncan Jones, non è un disastro completo, né tantomeno un film che meriti stroncature feroci e senza appello (per quanto di stroncature, perlomeno in America, ne stia rimediando a iosa). Eppure, nonostante tutto il suo potenziale, si tratta di un'opera davvero poco riuscita, prudentemente veicolata dalla Liberty Films su Netflix per evitare un sonoro fiasco commerciale in sala e limitare così le perdite.

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Un noir sci-fi nel segno di Blade Runner

Mute: Paul Rudd in una scena del film

Per Duncan Jones, quarantasei anni, figlio del leggendario David Bowie (alla cui memoria il film è dedicato), Mute avrebbe dovuto costituire un'occasione di riscatto dopo il suo fallimentare tentativo di lanciare una nuova saga cinematografica di ispirazione videoludica, tentativo abortito sul nascere nel 2016 con il deludente Warcraft - L'inizio. Da allora Jones ha deciso di tornare a dedicarsi a un soggetto su cui riponeva grande fiducia, concepito come un ideale, secondo capitolo di un percorso avviato nel 2009 con Moon, il suo encomiabile esordio alla regia (non a caso in Mute, in un cameo, compare anche Sam Rockwell). E se l'approccio intimista di Moon offriva suggestioni da 2001: Odissea nello spazio e dal cinema di Andrei Tarkovsky, Mute punta ancora più in alto, scegliendo come modello conclamato il capolavoro per antonomasia della fantascienza a tinte noir: Blade Runner.

Mute: un momento del film

Del resto, la Berlino del 2050 rappresentata in Mute dallo scenografo Gavin Boquet richiama in più occasioni alla memoria la Los Angeles futuristica e decadente, oscura e brulicante del cult di Ridley Scott; mentre l'intreccio, imperniato sulla ricerca di una giovane donna scomparsa all'improvviso, è costruito a partire da un tipico canovaccio neo-noir, secondo quella mescolanza di generi e influenze che proprio in Blade Runner aveva raggiunto il suo massimo grado di sofisticazione. Il problema è che però, nel copione di Duncan Jones e di Michael Robert Johnson, vengono ben presto a mancare coesione ed equilibrio: la vicenda di Leo Beiler (Alexander Skarsgård), statuario barman dallo sguardo perennemente sofferente, privato dalla voce da bambino a causa di un drammatico incidente, non tarda a incartarsi in un plot confuso, disorganico e dal ritmo altalenante.

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L'occasione mancata di Duncan Jones

Mute: una scena del film con Alexander Skarsgård

La prima parte di Mute si sofferma sul rapporto fra Leo, personaggio tormentato e in preda a profonde insicurezze, e la sua fidanzata Naadirah (Seyneb Saleh), una ragazza dalla chioma azzurra che lavora come cameriera nello stesso locale. Il background familiare di Leo, cresciuto in una comunità Amish e refrattario alla tecnologia iperavanzata del 2050, è un dettaglio che finisce per perdere ogni rilevanza; così come non risulta sviluppata a dovere la figura di Naadirah, la quale sparisce di colpo dopo aver trascorso una notte con Leo, spingendo l'uomo a trasformarsi in detective per scoprire quale sia stata la sua sorte. Da qui in poi, nel momento in cui intraprende i sentieri dell'hard boiled, il film di Jones inizia a girare a vuoto, cercando con enorme fatica di incasellare i diversi subplot.

Mute: una scena del film
Mute: Paul Rudd in un'immagine del film

La sovrabbondanza di spunti, di elementi e di direzioni diverse non riesce infatti a conferire a Mute alcun tipo di personalità o di reale fascino, mentre al personaggio interpretato da Skarsgård manca del tutto il carisma necessario a farne un protagonista in grado di catalizzare le simpatie dello spettatore. La parabola di Leo si incrocerà in maniera forzatissima con quella di Cactus Bill e Duck Teddington, una coppia di bizzarri chirurghi militari statunitensi con i volti di Paul Rudd e Justin Theroux: non tanto (o non solo) un esempio di miscasting, ma le vittime di una sceneggiatura incapace di definire adeguatamente due personaggi privi di reale spessore, nonché di portare a galla un tema vero e proprio. E se di Blade Runner, in questo Mute, si intravede appena una pallida ombra, è soprattutto il ricordo di un'opera prima come Moon ad accrescere il rimpianto per un'occasione clamorosamente mancata.

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Stefano Lo Verme
Redattore
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Cinecittà World
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