Mio fratello è un vichingo, recensione: una grande prova di Mads Mikkelsen

Un'insolita commedia nera, in cui la musica dei Beatles e le leggende vichinghe nascondono il trauma sepolto e dimenticato di due fratelli.

Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas in Mio fratello è un vichingo

Accolto con una standing ovation alla proiezione nella sala Darsena alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, dove è stato presentato in anteprima mondiale fuori concorso, Mio fratello è un vichingo è un film spiazzante. In senso buono. Dirige Anders Thomas Jensen (vincitore nel 1999 di un premio Oscar per il corto Valgaften), anche sceneggiatore.

The Last Viking Mads Mikkelsen Venezia 2025
Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas in Mio fratello è un vichingo

Il regista danese è uno dei talenti più interessanti e poliedrici del cinema contemporaneo: parte del movimento Dogma (creato dai colleghi Lars von Trier e Thomas Vinterberg), ha scritto molto per Susanne Bier, per poi esordire al cinema nel 2000 con Luci intermittenti. In quel film ci sono gli attori Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas: da allora li ha voluti su tutti i suoi set.

Questa volta Jensen li ha trasformati nei fratelli Manfred e Anker. Il primo, un Mikkelsen mai così stralunato (e con dei capelli che ce la mettono tutta per imbruttirlo e togliergli quell'aura di epicità che lo avvolge sempre), ha problemi di dissociazione dalla realtà fin da piccolo, quando sognava di essere un vichingo. Il secondo invece, 15 anni prima, ha fatto una rapina e, uscito di prigione, chiede a Manfred dove abbia nascosto la refurtiva. C'è però un problema: mentre Anker era in prigione il fratello è molto peggiorato. Ruba cani, si butta ogni volta che può da finestre e auto in corsa, non ricorda niente e si fa chiamare John, come John Lennon.

Mads Mikkelsen è bravissimo

Con quello sguardo enigmatico e la faccia che sembra scolpita nella roccia, non stupisce che Mikkelsen sia usato dal cinema americano soprattutto come villain (pensiamo al ruolo di Le Chiffre nella saga di Bond o al Kaecilius del Marvel Cinematic Universe). Quando gioca in casa invece affronta spesso personaggi molto più complessi: pensiamo al lavoro fatto con Vinterberg in Il sospetto e Un altro giro, in cui è rispettivamente un insegnante accusato di aver molestato una bambina che cerca in tutti i modi di provare la sua innocenza e un uomo che, per non cedere alla depressione, mantiene ogni giorno una percentuale di alcol costante nel sangue.

Con Mio fratello è un vichingo - The Last Viking ci regala la sua prova più bizzarra: Manfred ha avuto un'infanzia difficile, non riuscendo mai a integrarsi con i coetanei. Per nulla aiutato dal padre, ha trovato l'unico sostegno nel fratello. E quando gli è stato portato via, a causa della prigione, il suo mondo è crollato. Per questo ne ha creato un altro: ha scelto di chiamarsi John perché Lennon è amato da tutti.

Ecco: Mikkelsen, che di solito vediamo sempre tosto anche nei ruoli più sensibili, qui è completamente disarmato. È bellissimo vederlo completamente trasformato. Il suo passato da ginnasta e ballerino poi è tornato più utile che mai: sembra quasi trasformarsi in un cartone animato, che cerca in tutti i modi di farsi del male, ma torna sempre in piedi, quasi fosse fatto di gomma. Un'interpretazione che è allo stesso tempo commovente e divertente. Come del resto è il film, che spazia dall'animazione (bellissima la sequenza iniziale) alla commedia nera, fino al dramma familiare.

Un film sul rapporto che abbiamo con la realtà

"Questo personaggio può esistere solo in un film di Anders Thomas Jensen" ci ha detto Mikkelsen nella nostra intervista. Ed è vero: l'autore danese riesce a creare un tono tutto suo, in equilibrio perfetto tra violenza e risata, commedia e dramma, giocando continuamente con i generi. Usando con intelligenza le leggende vichinghe e la musica dei Beatles, Jensen costruisce un racconto che intrattiene, ma allo stesso tempo nasconde una storia struggente sotto la superficie brillante.

Al cuore di tutto c'è il racconto dell'amore tra due fratelli, gli unici in grado di accettare l'altro per come è. Mio fratello è un vichingo parla anche di traumi sepolti, di come convivere con la propria identità sia a volte difficilissimo, portando quindi a costruirsi una finta personalità, così da rendere tutto più facile. Visto da vicino nessuno è davvero normale, sembrano dirci Manfred e Anker. L'unico modo per seppellire l'ascia di guerra è quindi trovare quelle persone, magari strane anche più di noi, per cui non cambia nulla se siamo un po' fuori dal mondo.

Conclusioni

Squadra che vince non si cambia: per il suo sesto film Anders Thomas Jensen rivuole con sé Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas, come in tutti i suoi lavori precedenti. L'intesa tra i tre è ormai perfetta e per questo possono permettersi di giocare con generi e toni senza mai strafare o diventare macchiette. Questo è un film spiazzante, che cambia spesso strada, per poi tornare sempre al cuore della storia: l'amore tra due fratelli che hanno imparato a sostenersi e accettarsi nonostante il mondo intorno dica costantemente che sono membri indesiderati della società.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Le sequenze animate.
  • L'ottima prova di Mads Mikkelsen.
  • L'uso sapiente di generi diversi da parte di Anders Thomas Jensen, anche sceneggiatore.
  • Il tono del film, spiazzante in senso positivo.

Cosa non va

  • L'umorismo danese potrebbe non convincere tutto il pubblico italiano.