Che cosa resta di noi quando una parte della nostra storia scompare? In Memoriae gli abitanti di Vallata perdono sei anni di ricordi. Il vuoto che si apre può sembrare l'occasione per ricominciare, ma non cancella le conseguenze di ciò che è accaduto: le relazioni, le scelte e gli affetti continuano a esistere, anche quando non si riesce più a ricostruirli.
È una condizione che porta con sé domande difficili, senza una risposta valida per tutti. I due protagonisti della serie (dal 23 ottobre su RaiPlay) Gaia Messerklinger e Dario Aita, insieme al regista Cosimo Alemà ne hanno parlato con noi alla Festa del Cinema di Roma riportando il discorso oltre il mistero al centro della serie: la memoria è una parte della nostra identità, ma non è detto che ne sia l'unica custode.
A formarci concorrono anche gli altri e il posto che occupiamo nella comunità. Per questo dimenticare può significare perdere l'orientamento, ma anche trovarsi davanti a una possibilità inaspettata.
Gaia Messerklinger su Memoriae: "Alma non vorrebbe dimenticare"
"Possiamo avere un futuro se non abbiamo un passato?", si chiede Gaia Messerklinger. Per l'attrice, il vuoto può lasciare spazio a qualcosa di nuovo, ma affrontarlo resta difficile. La questione, racconta, è tornata anche nelle chiacchiere tra i membri del cast di Memoriae: se ci si trovasse nella situazione dei personaggi, si vorrebbe conservare tutto, salvare solo alcuni ricordi o ripartire da zero? Se lo chiedevano nelle cene post riprese, ma ce lo siamo chiesto un po' tutti una volta nella vita.
"Penso che la risposta non sia univoca, ma sia molto personale", aggiunge, perché il passato non si lascia dividere con precisione tra ciò che è meglio dimenticare e ciò che si desidera custodire. Un ricordo doloroso può essere legato a una relazione importante, a un periodo che ha portato anche amore o vicinanza. Cancellarlo, dunque, non significa rimuovere soltanto il trauma: può voler dire recidere una parte della propria vita affettiva.
È questo il nodo fondamentale per Alma, il personaggio che interpretata nella serie, che conserva un ricordo molto doloroso che però le ha in qualche modo permesso di diventare la persona che è. L'attrice pensa che proprio per questo non sceglierebbe di perderlo, perché con quel ricordo se ne andrebbe anche qualcosa di importante.
Alma, spiega, è "abbastanza in equilibrio" con la propria identità e con le scelte compiute. I traumi l'hanno portata in una direzione che "magari non avrebbe scelto se le cose fossero andate diversamente", ma non è possibile separare facilmente quella sofferenza dal resto della persona che è diventata.
L'idea di ricominciare, allora, non coincide con un semplice reset. Può essere desiderabile immaginarsi altrove, liberi dalle decisioni già prese, ma la libertà di voltare pagina ha un costo. La serie mette così al centro un'ambivalenza: non siamo sempre pronti a conservare ogni ricordo, eppure non possiamo sapere in anticipo che cosa perderemmo insieme a quello che vorremmo cancellare.
Un'identità che si costruisce anche con gli altri
Dario Aita concorda quando descrive la perdita di sei anni come una frattura capace di destabilizzare, ma anche come la possibilità di dare forma a una nuova versione di sé. Richiamando Slavoj Žižek, osserva che "quello che siamo è solo il personaggio con cui scegliamo di identificarci". Se vengono meno le esperienze che hanno contribuito a costruire quel personaggio, forse si può provare a costruirne un altro, "scevro" - dice - "dalle scelte già compiute e magari capace di farne di migliori".
È il desiderio, familiare un po' a tutti noi, di mollare tutto e scappare lontano, diventare qualcun altro. Per gli abitanti di Vallata - la cittadina della serie - però, non resta una fantasia poiché la perdita della memoria li costringe a fare i conti con una discontinuità reale. Ma proprio su questo punto il regista Cosimo Alemà sposta l'attenzione dalla singola persona al gruppo: "Possiamo esistere anche senza la memoria", afferma, soprattutto quando si parla di ricordi personali. Ciò che gli interessa è che i personaggi (e noi) non perdano la propria identità "all'interno della comunità".
La memoria comune non restituisce in modo immediato a ciascuno il proprio passato, ma può offrire un contesto entro cui ritrovarsi e riscoprirsi. Nel confronto tra queste condizioni si affaccia una domanda sul presente: quanto ci sostengono i legami, quando non possiamo affidarci alla nostra storia personale?
Cosimo Alemà: "Attraverso il genere affronto il tema della cancel culture"
La perdita dei ricordi a Vallata diventa, nelle parole di Cosimo Alemà, una porta d'accesso a una questione più ampia: che cosa succede quando a essere messa in discussione è la memoria condivisa? Il regista accosta questa domanda alla nostra abitudine di documentare tutto e alla condizione di una società iperconnessa. Avere a disposizione immagini e tracce del passato, però, non significa necessariamente conservarne il significato. "In questo momento si sta tentando anche di scalzare e di cancellare la memoria collettiva in modi molto diversi, anche attraverso le tecnologie", osserva.
La cancel culture è sicuramente uno dei temi che gli interessa affrontare e spiega di aver scelto il mystery-drama, il cinema di genere, proprio per portare la questione "sulla tavola degli spettatori". Memoriae, nel suo racconto, non si limita quindi a domandarsi che cosa accade quando una persona dimentica, ma allarga il campo a ciò che una comunità ricorda, rimuove o rischia di perdere.
Dario Aita: "Riflettendo il male siamo capaci di osservarlo veramente"
Anche la fotografia, attraverso il personaggio di Dario Aita, entra in questo discorso sul modo di guardare la realtà e osservarne le deformazioni (se ci sono). L'attore - che più volte si è trovato a interpretare sullo schermo giornalisti e reporter, da L'allieva a Prima che la notte - avvicina il fotoreporter a chi recita: entrambi indagano il presente e l'essere umano, ma da distanze diverse. Il reporter osserva con un "obiettivo più largo, come se facesse dei campi lunghi", mentre l'attore si spinge verso l'intimità dei singoli.
Per descrivere ciò che il cinema può fare ricorre a una metafora precisa: "lo scudo di Atena, lo scudo di Perseo che riflette la Medusa". Guardare il male direttamente, dice, può essere "pietrificante", osservarlo riflesso consente invece di sostenerne la vista. È ciò che, secondo l'attore di Parthenope, fanno il cinema e "un certo giornalismo": creano una distanza che non allontana dalla realtà, ma permette di affrontarla.
Il discorso torna così al punto da cui parte Memoriae: il passato può mancare, essere rimosso o apparire sotto una luce diversa, ma il modo in cui lo raccontiamo contribuisce a dare forma al presente.