Mary Shelley - Un amore immortale

2017, Drammatico

La recensione di Mary Shelley - Un amore immortale: la donna nel cuore del mostro

La recensione di Mary Shelley, un melodramma dal sapore classico, che racconta la dolorosa genesi del mitico Frankenstein.

Mary Shelley - Un amore intramontabile: Elle Fanning in una scena del film

Un affronto alle origini del tempo. Rubare il fuoco agli dei per aiutare gli uomini a combattere il buio e il freddo. Fu questa la folle idea del titano Prometeo, il cui coraggioso altruismo fu poi punito dall'ira di Zeus. La scintilla di quel gesto pieno di umanità non si è mai spenta, raccolta dalla mano gentile di una sognatrice ottocentesca. La bella Mary, figlia di una coppia di filosofi, scrive pensieri sparsi e ragiona sulla vita con la schiena appoggiata sulle lapidi. La protagonista di Mary Shelley - Un amore immortale ama rifugiarsi nei cimiteri per dare vita alla sua fantasia. Ed è proprio da lì, da quel regno di tombe e silenzio, che avrà inizio la dolorosa avventura della sua miserabile creatura passata alla storia. Un ammasso di cadaveri, un abominio blasfemo immaginato tra le pagine di un indimenticabile capolavoro di letteratura gotica.

Il romanzo Frankenstein: o il Moderno Prometeo è attraversato dalla stessa cieca ambizione del mito greco, con uno scienziato impegnato a sfidare Dio nel dare la vita laddove la natura non la prevedeva più. Ma quelle pagine scritte dalla bella Mary non parlano solo di questo. Dentro la sua storia vibrano anche disperazione, dolore e solitudine. Tutte cose provate prima sulla pelle della scrittrice e poi traslate su quella suturata della sua creatura.

Mary Shelley: Elle Fanning nella prima foto del film

Mary Shelley - Un amore immortale è il racconto di questo lungo processo creativo. Un parto letterario travagliato, che ha il sapore di speranze deluse e talenti testardi, raccontato da un film dal retrogusto classico totalmente basato sulla fragile forza della sua assoluta protagonista.

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La bella e le bestie: letteratura al femminile

Mary Shelley: Elle Fanning e Douglas Booth in una scena del film

Ogni storia horror che si rispetti inizia nel bel mezzo di una notte buia e tempestosa. Un contesto inquietante in cui spesso nascono le storie stesse. Era una notte così quella di Ginevra, nel 1816, quando Mary Wollstonecraft, suo marito Percy Bysshe Shelley e i poeti-scrittori Lord Byron e John Polidori sfidarono il maltempo con una sfida creativa: inventare la miglior storia di orrore mai scritta fino ad allora. Vennero fuori fantasmi e vampiri, ma solo una di loro poteva partorire una trama davvero personale, viscerale, sorprendente. In mezzo a tanti uomini vanagloriosi, annoiati e preda dei loro vizi (tranne il buon Polidori), la penna di Mary metteva in mostra tutta la propria inquietudine. Racconto di emancipazione femminile in cui spesso gli uomini appaiono inetti, Mary Shelley - Un amore immortale narra il lungo e tortuoso antefatto che renderà pieno di dramma il calamaio di una grande scrittrice. Grazie a una Elle Fanning il cui viso angelico contrasta a meraviglia il dolore procuratole da un amore malsano e da una società ostile all'indipendenza di chi indossa corsetti, il film della regista Haifaa Al-Mansour si sofferma sui tormenti del cuore e tralascia lo spaccato familiare e sociale in cui è immersa Mary.

Mary Shelley: Elle Fanning, Douglas Booth, Tom Sturridge e Bel Powley in una scena del film

Non ci viene detto molto di quello che alimenta il suo immaginario disturbante, perché la prospettiva amorosa domina la scena, diventando l'unica scintilla emotiva alla base della stesura del celebre capolavoro. Il parallelismo tra la solitudine di una moglie piena di disincanto e quella della creatura maledetta, così come quello tra una donna costretta a sgomitare tra gli uomini e un essere incapace di ambientarsi nel suo tempo risulta troppo didascalico, sottolineato da una regia che forse vuole troppo bene alla sua protagonista. Mary ci appare assai perfetta, poco vibrante, mai davvero lacerata e troppo dipendente dalle azioni altrui affinché emerga qualche lato del suo carattere. Da una giovane donna che amava rifugiarsi nei cimiteri per trovare l'ispirazione, forse era lecito aspettarsi più zone oscure e più complessità. Elementi che non troveremo in questo biopic sentimentale che rimanda struggimenti più torbidi al romanzo di cui narra la genesi.

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Chiamala col suo nome - Diritto d'autrice

Mary Shelley - Un amore intramontabile: Elle Fanning e Douglas Booth in una scena del film

È un errore in cui siamo caduti tutti quanti, prima o poi. Abbiamo chiamato la creatura con il nome del suo creatore, ovvero il folle scienziato Victor. Abbiamo chiamato Frankenstein un essere senza nome. Un curioso e ingiusto destino comune anche a Mary Shelley, diventata celebre portando addosso il cognome di suo marito. Questo è forse l'intuizione metanarrativa che rende Mary Shelley un film significativo. Laddove Mary ci appare come una madre castrata, la maternità di un'opera così personale diventa una necessità a cui è impossibile rinunciare. Mary lotta contro una pigrizia culturale incapace di accettare nuovi volti, nuove firme, nuove forme di immaginazione. La sua storia editoriale è travagliata anche perché era portatrice di un genere che mal si sposava con la borghesia ottocentesca, troppo ancorata a sicurezze e rassicurazioni che avrebbe perso di lì a poco grazie al romanticismo più gotico. Il mostro non era contemplato, il diverso era bandito, la creatura era esiliata come l'opera da cui nasceva. Ma la forza bruta sa come farsi strada. E così ha fatto il romanzo, sostenuto dalla forza gentile della sua autrice ferita, raccontata da un film non sublime, ma che fa venir voglia di sfogliare ancora una volte quelle mitiche pagine per andare alla ricerca della donna celata nel cuore del mostro.

La recensione di Mary Shelley - Un amore...
Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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