Nei primi anni 2000 si è consolidato un filone action capace di ibridarsi col dramma psicologico, nel tentativo di "elevare" un genere che negli anni '80 e '90 puntava tutto su muscoli e proiettili. Tra i titoli più rappresentativi spicca Man on Fire - Il fuoco della vendetta di Tony Scott: un cult viscerale con Denzel Washington e una giovanissima Dakota Fanning, che rielaborava con estetica febbrile quanto già fatto da Élie Chouraqui nel 1987 con Kidnapping - Pericolo in agguato.
Oggi ci riprova Kyle Killen - già creatore di Lone Star e Halo - con una serie originale Netflix in sette episodi che amplia il raggio d'azione adattando anche il sequel letterario The Perfect Kill. Il risultato? Un'operazione a metà: perfetta per l'algoritmo della piattaforma e per un pubblico globale, grazie alla collisione tra cultura statunitense e atmosfere latino-americane, ma meno incisiva del previsto sul piano emotivo.
Man on Fire: una nuova storia di vendetta e una grande cospirazione
La premessa del serial rimescola le carte rispetto ai precedenti: John Creasy (Yahya Abdul-Mateen II) è un ex capitano delle Forze Speciali prestato alla CIA dopo il congedo. Durante una missione a Città del Messico, la sua squadra cade in un'imboscata e viene decimata. Quattro anni dopo ritroviamo Creasy prigioniero di un disturbo da stress post-traumatico, dipendente dall'alcol e sull'orlo del baratro.
A salvarlo dal punto di rottura (un tentativo di suicidio) è l'amico Paul Rayburn (Bobby Cannavale), che lo recluta per una missione di sicurezza a Rio de Janeiro. Ma la tragedia colpisce ancora: una bomba stermina la famiglia Rayburn, lasciando in vita solo la figlia adolescente Poe (Billie Boullet). Da qui parte una caccia all'uomo spietata, in cui Creasy si lancia anima e corpo per smantellare una cospirazione internazionale. Al centro resta il tropo classico del genere: un uomo distrutto e una ragazzina perspicace, qui non più bambina ma adolescente inquieta; sullo sfondo un clima politico corrotto e pieno di chiaroscuri.
Un protagonista diviso tra due mondi
Yahya Abdul-Mateen II eredita un ruolo pesante. Se Scott Glenn e Denzel Washington avevano già dato un'impronta forte al personaggio, l'attore sembra qui proseguire il percorso intrapreso con Wonder Man, privilegiando lo scavo psicologico rispetto all'eroismo classico. Il suo Creasy è un anti-eroe tormentato, una macchina da guerra con un cuore sanguinante che trasforma l'affetto per l'amico scomparso nel motore della protezione verso Poe.
I due condividono lo status di "unici superstiti", un legame traumatico che dovrebbe essere il fulcro della serie. Purtroppo, l'equilibrio tra introspezione e action non sempre regge, complice la scrittura fin troppo asciutta di Killen e una regia (che vanta nomi come Steven Caple Jr. e Michael Cuesta) che punta all'autorialità senza però graffiare.
Paradossalmente, funzionano più i comprimari che i protagonisti: Billie Boullet non possiede la spontaneità magnetica della Fanning, mentre rubano la scena un solido Bobby Cannavale e una conturbante Alice Braga nei panni di Valeria Melo, tassista e confidente di Creasy. Il bilinguismo (inglese e portoghese) aiuta a mantenere quell'assetto internazionale e spionistico che è il vero punto di forza della produzione.
Il formato seriale funziona... a metà
Contrariamente a quanto accade di solito, in questo caso la struttura seriale è una scelta vincente sulla carta: avendo due romanzi da coprire, il respiro delle sette puntate (e un possibile seguito in arrivo) evita di comprimere troppo la narrazione. Tuttavia, la gestione dei tempi è sbilanciata. L'estetica, pur tecnicamente avanzata, guarda troppo spesso al passato, ricalcando lo stile dei primi anni 2000, e un montaggio onirico eccessivamente frammentato finisce per appesantire il racconto invece di renderlo fluido.
Viene mantenuto lo spirito crudo e crudele degli originali cartacei e filmici ma Man on Fire - Sete di vendetta ha troppe frecce nel proprio arco e non sa scoccarle nei momenti giusti. Nota di merito per la scelta di girare realmente a Città del Messico - set complicato che è costato anche un infortunio al protagonista - e per una colonna sonora azzeccata, che trova in Never Tear Us Apart degli INXS il suo tema portante.
Conclusioni
Man on Fire - Sete di vendetta è un adattamento seriale funzionale che prova a smarcarsi dall'ombra di Tony Scott, senza però riuscire a bilanciare le sue troppe anime: action, thriller politico e dramma familiare. Sebbene la natura cruda del racconto rimanga intatta, la serie soffre di un cast principale meno carismatico dei comprimari, confermando come Yahya Abdul-Mateen II fatichi ancora a trovare la quadra definitiva dopo Wonder Man.
Perché ci piace
- Il formato seriale permette di approfondire la trama dei romanzi.
- Ottimi comprimari, su tutti Bobby Cannavale e Alice Braga.
Cosa non va
- Troppi generi mescolati senza un vero amalgama.
- Manca il pathos necessario, nonostante i colpi di scena ben assestati.
- Protagonisti poco empatici rispetto ai predecessori cinematografici.