Conta fino a due. Questo è il sottotitolo della seconda stagione de L'uomo delle castagne, la serie originale danese Netflix che nel 2021 fece parlare di sé per aver adattato con dovizia e rigore l'apprezzato esordio letterario di Søren Sveistrup. Ormai in TV si gioca spesso con gli epiteti dati ai vari capitoli di una storia, complici i lunghi tempi produttivi (in questo caso ben cinque anni), destando curiosità e denotando una certa originalità di fondo.
Il finale del ciclo inaugurale faceva pensare che un possibile prosieguo sarebbe stato dedicato all'uomo ingiustamente accusato dell'omicidio di Kristine Hartung, mostrato finalmente libero nell'ultima scena. Invece, gli autori hanno saputo sorprendere ancora una volta gli spettatori, cambiando direzione ma mantenendo intatta la coesione tematica e narrativa della "saga".
L'uomo delle castagne 2: un nuovo serial killer che gioca a nascondino
L'incipit è coerente con quello della stagione d'esordio: ci troviamo nei boschi danesi nel 1992 dove, dopo l'inquadratura di un cuculo che elimina i fratelli dal nido per sopravvivere (metafora calzante), un gruppo di bambini in gita trova un cadavere in posizione fetale in un covo di foglie e rami.
Ci spostiamo poi 33 anni dopo, nella moderna Copenaghen. Naia Thulin (Danica Curcic) ha deciso di dedicare più tempo alla figlia Le, ormai adolescente, ma un nuovo caso la turba: quello di una madre divorziata, vittima di stalking e misteriosamente scomparsa. La donna sembra aver ricevuto i versi di una filastrocca sul gioco del nascondino, proprio come una ragazza rapita e uccisa un anno prima, la cui madre, Marie (Sofie Gråbøl), sta ancora elaborando il lutto.
Le indagini porteranno la detective, che ora opera in una squadra gestita da Sandra (Katinka Lærke Petersen), a collaborare di nuovo con Mark Hess (Mikkel Boe Følsgaard) dell'Interpol, tornato in città per prendersi cura del fratello malato.
Nuovo caso, stessa tensione
C'è un'evidente continuità estetica con il primo capitolo. A livello strutturale, i due piani temporali mantengono lo stesso tipo di intreccio, mentre sul fronte dei rapporti umani troviamo un salto importante: la breve relazione tra i due investigatori avvenuta due anni prima. Come spesso accade nei crime nordici, molto accade fuori scena e la forza narrativa risiede tutta negli sguardi e nei silenzi tra i personaggi. Il legame tra i due detective e le loro complicate storie familiari restano lo snodo centrale, confermando l'ottima chimica tra i due interpreti.
Anche la regia e la fotografia preservano quell'atmosfera rarefatta, quasi sospesa nel tempo, disseminando il racconto di indizi, false piste e colpi di scena ben assestati (su tutti, lo svelamento del colpevole subito prima del finale). Nulla di rivoluzionario sul fronte crime ne L'uomo delle castagne 2, eppure il prodotto resta coeso e ben costruito, con un'identità precisa e protagonisti che guidano l'azione senza subirla.
Rispetto al passato, però, speranza e redenzione sembrano svanite dall'equazione: forse per riflettere un Paese post-pandemia che ha perso i propri punti fermi, la realtà mostrata è decisamente più amara e instabile.
L'eredità traumatica familiare nella serie Netflix
I nuovi sei episodi ruotano ancora attorno ai nuclei familiari disfunzionali e ai traumi irrisolti. L'elaborazione del lutto non trova pace, trasformandosi in astio e desiderio di vendetta; l'abuso, scambiato per amore ossessivo, genera mostri degni de Il sonno della ragione di Goya. Dato che parliamo di genitori e figli, spesso bambini, Conta fino a due sfrutta un'immaginario infantile che diventa mortale (un po' come visto in Squid Game); qui però in modo più subdolo e silenzioso, come un virus dilagante e irrefrenabile.
Ancora una volta è nell'eredità familiare più bieca, morbosa e malsana che va ricercato il motore delle azioni dei personaggi, e quindi per traslato dell'umanità tutta; lasciando nello spettatore un amaro in bocca e un senso di incertezza molto più marcato rispetto alla parola "fine" della prima stagione.
Conclusioni
L'uomo delle castagne 2 mantiene le premesse del romanzo e della stagione inaugurale, evolvendo i temi della famiglia in pezzi attraverso un'estetica dai colori freddi e un immaginario infantile inquietante. I due protagonisti confermano una chimica magnetica nel loro essere una "coppia-non-coppia", vero fulcro del fascino del racconto. Il finale particolarmente amaro potrebbe però non convincere tutti.
Perché ci piace
- Coesione e maturità narrativa rispetto al primo ciclo.
- L'efficace utilizzo dell'immaginario legato al gioco del nascondino.
- L'alchimia tra i due protagonisti e le buone new entry.
Cosa non va
- La struttura a piani temporali e le tematiche simili potrebbero risultare ripetitive per alcuni.
- L'atmosfera molto più cupa e meno speranzosa della prima stagione.