Dopo mezz'ora, il film sembra non andare né avanti né indietro. Intuiamo lo schema, capiamo e prevediamo già tutto, ma Apex, diretto dall'esperto e apprezzabile Baltasar Kormákur (!), sembra incapace di reggere il peso di una scrittura - Jeremy Robbins - vacua, indecisa e sterile. L'abbiamo scritto molte volte, lo ripetiamo anche in questa occasione: possibile che questo sia il massimo che può offrire una piattaforma streaming (e non solo Netflix), quando si parla di film originali?
Non è nemmeno questione di credibilità narrativa (insomma, Apex è pur sempre e leggittimamente votato all'intrattenimento), ma di uno standard ormai radicato: quantità, quantità, quantità. Un ragionamento che sfrutta un prompt pre-impostato, generando un "contenuto" che possa soddisfare una visione soggetta a innumerevoli distrazioni.
Apex, la trama: Charlize Theron vs. Taron Egerton
Se è necessario parlare di trama, Apex racconta la storia di Sasha (Charlize Theron), esperta scalatrice che, dopo aver perso suo marito (Eric Bana) tra le aspre vette norvegesi, decide di intraprendere un viaggio in solitaria nell'entroterra australiano, selvaggio e inospitale. Nel bel mezzo della foresta, evitando di incrociare un gruppo di beoti locali (che poi, senza una vera ragione, spariscono dall'economia del film), si ritrova braccata da Ben (Taron Egerton). Sasha dovrà quindi trovare un modo per sfuggire al folle cacciatore.
Le location provano a sopperire alle mancanze narrative
Se è illeggibile la scelta da parte di Charlize Theron di interpretare e pure produrre un film come Apex (da non confondere con l'action sci-fi con Bruce Willis!), la struttura sembra puntare quasi esclusivamente sulle location australiane su cui indugia Kormákur (avvezzo a certe sfumature selvagge, basti pensare a Everest e Beast). Luoghi affascinanti e indiscutibilmente notevoli, tuttavia non possono essere dei riempitivi che, condizionale è d'obbligo, dovrebbero sopperire alle gigantesche mancanze narrative. Perché no, non stiamo esagerando, né ci arrocchiamo su un'ideologia che vorrebbe il cinema solo come forma d'arte, anzi. Davvero: in 90 minuti, Apex non offre nulla se non meravigliosi scorci naturali, alternati alla fuga di una protagonista senza mordente.
Non c'è cuore, non c'è entusiasmo, non c'è nulla che possa distinguere il film da altri titoli, relegati in una home rimpinzata di uscite accavallate e schizofreniche. Dall'altra parte, l'unico spunto teoricamente interessante finisce per vacillare, perdendo quel barlume di interesse. Ossia: Taron Egerton non riesce a dare forza al cattivo, delineando uno psicopatico che, ben presto, vira sulla solita macchietta.
Ripetiamo: visto lo sforzo produttivo, e visto il materiale messo in campo, Apex sarebbe potuto essere un coinvolgente survival movie senza troppe pretese ma dal giusto spirito, eppure tutto viene sintetizzato e schematizzato in funzione di una formula che deve solo macinare visualizzazioni. Ok, è il mercato a chiederlo (?) ma permetteteci di dire quanto tutto questo sia abbastanza svilente.
Conclusioni
La sfida tra Charlize Theron e Taron Egerton? Dimenticabile: Apex è l'ennesimo esempio di quanto il cinema streaming si sia legato a uno schema standard e sempre uguale, all'apparenza incapace di andare oltre un prompt che generi contenuti. Dimenticando il valore dell'intrattenimento, il film non riesce ad andare oltre le splendide location, utilizzate per sopperire le gigantesche mancanze narrative.
Perché ci piace
- Le location...
Cosa non va
- ... che prendono il sopravvento della narrazione.
- Personaggi senza mordente.
- Vacuo e prevedibile.