Dopo aver contrattato, lecitamente, qualche minuto in più d'intervista, eccoci a stringere la mano a Kōji Yakusho. Sorriso sincero, completo nero e una girandola di persone che gli ruota attorno, riempiendo la stanza riservata per l'intervista. Siamo al Far East Film Festival, dove l'attore giapponese è stato invitato per ricevere il Gelso d'Oro alla carriera - per poi spostarsi a Roma, per un incontro organizzato dal Cinema Troisi mercoledì 29 aprile.
Protagonista dell'instant cult Perfect Days, diretto da Wim Wenders, Kōji Yakusho risponde con calma alle nostre domande, aspettando con pazienza la traduzione dell'interprete. "Sono arrivato a un'età tale che mi danno i premi alla carriera", scherza l'attore giapponese, quando gli chiediamo se accetterebbe mai un ruolo in un blockbuster di Hollywood. "Se la volessimo ripercorrere in termini di maratona, è come se avessi già passato il 35º km. Tuttavia, sono film come Perfect Days che voglio lasciare al pubblico".
Kōji Yakusho, intervista
Per decenni c'è stata un'egemonia artistica di matrice statunitense. Crede che ora il mondo sia sempre più orientato verso l'Oriente da un punto di vista culturale?
"Sì, effettivamente è così. Rispetto al passato, la presenza dell'Asia è diventata più importante. Lo vedo anche in questa commistione fra Europa, America e Asia stessa: c'è un buon equilibrio. E, come giapponese, posso dire che a volte ho l'impressione che gli stranieri, intesi come occidentali, siano quelli che hanno insegnato la bontà del Giappone".
Giappone e Italia: fare arte in tempo di crisi
Oggi si dibatte su quale sia il valore del cinema e dell'arte. Secondo lei, deve avere anche un approccio politico e sociale?
"Per quanto riguarda l'aspetto politico, percepire il dolore degli altri aiuta a nutrire il cuore e lo spirito. Quando vediamo un bel film, ci sentiamo come se il nostro animo fosse stato ripulito, reso più limpido. Allo stesso modo, percepire dentro di noi il dolore di un'altra persona fa sì che la nostra anima possa crescere, aiutando a portare la pace. Questa, secondo me, è una delle grandi forze del cinema".
In Italia il settore è in crisi, ma parte dell'opinione pubblica pensa che chi lavora nel mondo del cinema sia un privilegiato. Anche in Giappone è così?
"Se ripensiamo agli ultimi anni, a partire dalla pandemia, molti giovani che volevano avvicinarsi al mondo del cinema hanno incontrato grandi difficoltà. Alcuni hanno dovuto abbandonare questo sogno.
Non so dare risposte precise riguardo alla situazione attuale, però posso dire che già in passato, se per qualche ragione non si ottiene un buon riscontro al botteghino, anche un cineasta di valore può perdere la possibilità di esprimersi come vorrebbe".
Perché?
"Semplicemente per l'andamento al botteghino. Registi, artisti e autori cinematografici perdono la possibilità di realizzare i film che vorrebbero. In Giappone continuano a essere prodotti numerose opere, però la maggior parte è low budget. Di conseguenza, solo una parte delle persone del settore riesce ad avere uno stile di vita sostenibile".
Il cinema come elemento di speranza
Guardando al mondo che ci circonda, lei ha speranza per il futuro? E se sì, il cinema può ispirarci?
"Assolutamente. Credo nella forza del cinema come elemento di speranza, ci credo così profondamente che, quando entro in una sala e poi ne esco, mi sento diverso: è come se il mio sangue fosse stato rinnovato dall'influenza di ciò che ho visto. Quindi sì, senza dubbio. Il cinema dà speranza e io stesso spero di essermi cimentato, e di potermi sempre cimentare, in film che la trasmettano".
Appunto, 40 anni di carriera: c'è qualcosa che le manca?
"Certo, la cosa nella quale vorrei cimentarmi è diventare bravo a recitare".