L’arte della fuga: è meglio avere rimorsi che rimpianti

L'arte della fuga è la storia di una famiglia dove ognuno è in bilico tra andare e rimanere, tra cambiare o restare fermi. Un film intrigante e un po' irrisolto, dove brilla una grande Agnés Jaoui.

L'arte della fuga: Laurent Lafitte in una scena del film
L'arte della fuga: Laurent Lafitte in una scena del film

"È meglio avere rimorsi che rimpianti". È una delle battute de L'arte della fuga, il film di Brice Cauvin, tratto dal romanzo di Stephen McCauley, nelle nostre sale dal 31 maggio. Avere rimorsi vuol dire averci almeno provato, a cambiare la situazione, ad essere felici. Avere rimpianti vuol dire non averci proprio provato, essere rimasti nello status quo, in nome di una tranquillità che, però, non fa rima con felicità. L'arte della fuga è la storia di una famiglia dove ognuno è in bilico tra andare e rimanere, tra cambiare o restare fermo. A partire dai due anziani genitori, e un negozio di abbigliamento un po' demodè che non va più, combattuti tra continuare l'attività o cambiare articoli. Ma sono soprattutto i loro tre figli ad essere tormentati.

Louis (Nicolas Bedos) sta per sposarsi con Julie: ma lo fa più per compiacere i genitori, che le sono affezionati. In realtà ha un'altra donna, Mathilde, che vede spesso lavorando all'estero, a Bruxelles. Antoine (Laurent Lafitte), il motore della storia, vive una storia da dieci anni con un altro uomo, Adar, e i due stanno per comprare una casa: ma Antoine è poco convinto, e il problema forse non è la casa. Ha ben altri problemi Gérard (Benjamin Biolay), senza lavoro e prossimo al divorzio dalla moglie, a cui è ancora attaccato. All'orizzonte c'è però Ariel (Agnès Jaoui), spumeggiante amica e collega di Antoine...

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L'arte della fuga: Agnès Jaoui in un momento del film
L'arte della fuga: Agnès Jaoui in un momento del film

Agnès e Irene, che sorprese

L'arte della fuga: Agnès Jaoui e Laurent Lafitte in una scena del film
L'arte della fuga: Agnès Jaoui e Laurent Lafitte in una scena del film

Partiamo proprio da lei, da Agnès Jaoui, per raccontare il film. La sua Ariel, una donna non più giovanissima, ma estroversa, ottimista, piena di energia e positività (oltre che di grande sensualità), è una delle sorprese del film. Il suo look stravagante, post hippie, la sua schiettezza, la sua velocità di parola conquistano tutti noi che eravamo abituati a vederla in una veste più borghese, più misurata, meno (in ogni senso) a nudo. L'altra sorpresa è Irène Jacob, l'indimenticabile protagonista di Film rosso, La doppia vita di Veronica e Al di là delle nuvole: è Mathilde, l'amante di Louis, ed è ancora bellissima. Peccato si veda solo per pochi minuti.

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La cura

L'arte della fuga: Agnès Jaoui e Benjamin Biolay in un'immagine del film
L'arte della fuga: Agnès Jaoui e Benjamin Biolay in un'immagine del film

Il fatto che ci siano due attrici così in ruoli non principali è un indizio della cura che Cauvin mette nella confezione del film. Vuol dire che ogni ruolo è curato, e non solo nella scelta degli attori, ma anche nella scrittura. I personaggi secondari non sono mai fuori fuoco, sullo sfondo, non sono mai solo abbozzati, ma sono in primo piano, disegnati con grande cura. Detto delle due attrici, c'è molta cura anche nel disegnare gli altri personaggi, da Adar, il compagno di Antoine, fino ad Alexis, che è il suo "sogno" erotico. Fino ai personaggi ancor più di contorno, come i due fratelli turchi che gestiscono un ristorante italiano, senza la minima idea di cosa sia l'olio d'oliva. Ogni personaggio è il tassello di un mosaico. E ogni battuta della sceneggiatura contribuisce, a suo modo, sia a intrattenere e divertire, che a dare una piccola luce su quello che sta accadendo ai personaggi. Ogni dialogo del libro è stato riscritto perché fosse il più possibile "francese" e non americano, per adattarsi al luogo dove si svolge la storia. La battura migliore? "Ho mentito". "Finalmente ti sei comportato come un uomo responsabile".

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Questione di ritmo

L'arte della fuga: Marie-Christine Barrault e Guy Marchand in una scena del film
L'arte della fuga: Marie-Christine Barrault e Guy Marchand in una scena del film

Tutto questo contribuisce a un avvio scoppiettante, a un ritmo sostenuto, andante con brio, si potrebbe dire, mutuando una definizione dalla musica classica. Ma il ritmo cala, e con esso l'attenzione, nell'ultima parte del film. In parte ci spieghiamo il fatto come un qualcosa di funzionale alla storia - accadono dei fatti particolari, per i personaggi è il momento della riflessione - ma, alla fine, la scelta segna un tratto di discontinuità con il resto del film, non è gestita al meglio, e finisce per allontanare un po' lo spettatore dalla storia in cui era immerso. L'arte della fuga è un film intrigante e un po' irrisolto.

Movieplayer.it

2.5/5