La vita davanti a sé, la recensione: Sophia Loren in una favola di accettazione e riscatto

La recensione de La vita davanti a sé, il film con cui Edoardo Ponti riporta Sophia Loren sulle scene: una storia di integrazione e accoglienza che ne conferma la grazia a dieci anni dalla sua ultima volta sul set.

RECENSIONE di 13/11/2020
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La vita davanti a se': Sophia Loren durante un momento del film

Il disincanto di una donna piena di strappi, l'irruenza di un ragazzino senegalese dalla lingua arguta, una città del Sud che ti abbraccia in un crogiuolo di culture, etnie, profumi, colori. Sono alcuni dei personaggi del nuovo film di Edoardo Ponti, in uscita su Netflix dal 13 novembre, e che ha la grande responsabilità e l'indubbio merito di riportare sulle scene Sophia Loren dopo un'assenza di quasi dieci anni. Chi scrive si avvicinerà alla recensione de La vita davanti a sé in punta di penna, ma con la consapevolezza che la presenza di una delle icone del cinema italiano, il volto simbolo degli anni in cui avevamo qualcosa da raccontare, non basta a fare grande un film dove i problemi principali risiedono in una regia convenzionale fino all'anonimato e in una scrittura che non brilla per acume.

Una storia di integrazione

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La vita davanti a se': una scena del film con Sophia Loren

La genesi de La vita davanti a sé viene da lontano, precisamente dal romanzo omonimo di Romain Gary, che nel 1977 fu adattato per il grande schermo da Moshé Mizrahi conquistando l'anno dopo un Oscar per il miglior film straniero e un plauso unanime per l'interpretazione di Simone Signoret. Anche questa volta oltreoceano si parla di Oscar, quello che porterebbe la Loren a vincere la seconda statuetta dopo La ciociara, peccato non si possa dire altrettanto del film. La storia le regala il ruolo di Madame Rosa, un'ex prostituta sopravvissuta ad Auschwitz che ha deciso di attraversare gli ultimi anni di vita accogliendo nel suo appartamento bambini in difficoltà, figli di altre prostitute che non possono occuparsene. Tra loro c'è anche il dodicenne Momo, un ragazzo di origini senegalesi, musulmano, che vive di piccoli espedienti, furti e spaccio. I due sono diversi in tutto per età, etnia e religione ma diventeranno loro malgrado i protagonisti di una profonda e inaspettata amicizia.

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La vita davanti a se': una sequenza

La prospettiva su cui insiste Edoardo Ponti è quella di un racconto di integrazione e tolleranza, privilegiando i toni del melodramma che in più di un'occasione si rivelano retorici se non addirittura didascalici. Ambientato a Bari e non più a Parigi, come nella versione originale, per esigenze narrative, il film fatica ad andare fino in fondo agli argomenti trattati: tutto troppo frettoloso e superficiale. Lo sviluppo delle dinamiche tra i personaggi non ha il tempo sufficiente a far entrare pienamente lo spettatore nella storia, mentre la dimensione emotiva viene sacrificata sull'altare di una regia senza graffi, quasi esanime. Chi guarda rimane sempre un passo indietro, appena sulla soglia, mentre le varie sotto trame scivoleranno via prive di una direzione in quella che si riduce a essere la parabola di redenzione del "ragazzo di vita". A questa istantanea dai colori pure caldi, evocativi di certe atmosfere e luoghi di migrazioni fisiche e dell'anima, manca il cuore, assenza a cui per fortuna supplisce egregiamente la bravura di tutti gli interpreti.

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Sophia Loren, il coraggio e la grazia

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La vita davanti a se': Sophia Loren durante una scena

A partire dalla presenza forse più ingombrante, ma nello stesso tempo più incisiva: gli anni non hanno scalfito nemmeno di un soffio la grazia con cui Sophia Loren è abituata a occupare la scena. Il volto scavato, l'incedere e il parlato da popolana, la finezza dei gesti, lo sguardo della madre di tutte le madri, nell'immobile e silenzioso abbandonarsi agli ultimi scampoli di vita: in Madame Rosa trovano asilo tutti i personaggi che ce l'hanno fatta amare. Le basta entrare in un'inquadratura per cambiare il ritmo del racconto, per dare quel pezzetto d'anima che è finito chissà dove, o forse solo nascosto in quegli occhi muti, che tanto hanno visto e che ora se ne stanno fissi su una terrazza dei tetti di Bari battuta dalla pioggia.

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La vita davanti a se': una scena con Sophia Loren

Anche il piccolo Iosif Diego Pirvu (Momo) non è da meno nei panni del ragazzo di strada, che si muove e parla come un adulto: la vita ne ha forgiato il carattere scaltro e irriverente, troppo impegnato a destreggiarsi tra loschi figuri, furtarelli e prostituzione per poter vivere la propria adolescenza con la leggerezza dei suoi coetanei. Insieme ci regalano uno dei ritratti più struggenti di questa favola di accettazione, che purtroppo non ha il coraggio di diventare il racconto pasoliniano che vorrebbe essere.

Conclusioni

Alla fine della recensione di La vita davanti a sè rimane un po' di amaro in bocca per una storia che sarebbe stata una grande occasione di racconto al di là della presenza di un'icona come Sophia Loren, che pure non basta a salvare il film. La regia anonima e spesso didascalica, non ha il coraggio di sporcarsi abbastanza per tirare dentro lo spettatore. Rimane tutto in superficie, eccetto quei momenti di profonda verità in cui la Loren cannibalizza la scena.

Movieplayer.it

2.5/5

Voto medio

2.8/5

Perché ci piace

  • La grazia con cui Sophia Loren sa prendersi la scena. Anni di lontananza dal set non l'hanno scalfita neanche un po': nella sua Madame Rosa, il volto scavato, lo sguardo stanco, la scaltrezza di una donna indurita dalla vita, trovano posto tutti quei personaggi che ce l’hanno fatta amare.

Cosa non va

  • I toni del melodramma che in più di un’occasione si rivelano retorici se non addirittura didascalici.
  • La superficialità con cui si raccontano i temi affrontati, che non trovano il giusto approfondimento.
  • La mancanza di una dimensione emotiva: raramente lo spettatore sarà dentro la storia.