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La stanza, il regista Lodovichi: “Vi racconto cosa vuol dire diventare grandi”

L'incontro con il cast e il regista del film: un thriller psicologico che vira all'horror in streaming su Amazon Prime dal 4 gennaio.

INTERVISTA di 06/01/2021
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La stanza: una scena del film di Stefano Lodovichi

Girato in soli diciassette giorni e montato nel giro di un mese. Realizzare La stanza è stato come scalare una montagna: parola di Stefano Lodovichi che in tempi record firma il suo terzo lungometraggio, un thriller psicologico in streaming su Amazon Prime Video dal 4 gennaio. "Avremmo voluto fare più prove insieme - esordisce il regista presentandolo alla stampa insieme agli interpreti Camilla Filippi, Edoardo Pesce e Guido Caprino - perché solo provando si riesce a entrare fino in fondo dentro le scene e a farle proprie, a sviscerare e approfondire certi aspetti". Ma non è stato possibile, soprattutto su un set in piena pandemia e nel tentativo di incastrare questo progetto, nato durante il lockdown, con alcuni suoi impegni, come la serie originale Sky, Christian, nella quale ritroverà Edoardo Pesce.
Il film arriva quasi cinque anni dopo In fondo al bosco e conferma l'originalità di sguardo e la predilezione per le atmosfere sospese e la tensione drammatica, già dimostrata nell'esordio del 2013, Aquadro. Dentro c'è l'amore per l'immagine dei grandi maestri del cinema americano da Spielberg a Lucas, ma anche un pezzetto del Nanni Moretti de La stanza del figlio: "È il più grande autore italiano degli ultimi quarant'anni anni, l'ho sempre amato e mi è entrato dentro. Il cinema non può lasciarti indifferente, deve farti riflettere e lui ci riesce sempre".

Dalla bolla degli hikkikomori al thriller psicologico

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La stanza: una foto del film

La stanza nasce da un documentario sugli hikkikomori, i ragazzi che si chiudono in casa escludendosi dalla vita, su cui il regista aveva iniziato a lavorare tre anni fa e mai portato a termine. "Con il passare del tempo ho deciso di approfondire la tematica e spostare l'attenzione sul conflitto e il confronto tra figli e genitori, dal punto di vista di un figlio un po' particolare, che vuole aggiustare a modo suo alcuni problemi del passato, per cercare di cambiare il futuro e salvare la madre", spiega Stefano Lodovichi. È un punto di vista molto estremo, "più si è giovani e più si è stretti su se stessi, e si tende a giudicare e criticare chi si ha davanti, come la famiglia o i genitori. Solo da adulti si riusciranno a capire le difficoltà con le quali ci si deve invece confrontare da grandi". Una presa di coscienza che rappresenta il cuore di un film "difficile, faticoso, scomodo" e non immune da risvolti autobiografici: "Ho provato a raccontare un passaggio fondamentale della mia vita personale; non sono genitore, ma vivo in una famiglia in cui ho quasi un ruolo genitoriale essendo sposato con una donna che ha due bambini dal precedente matrimonio. Vivendo con loro mi sono accorto di quanto sia diversa la visione della vita una volta che non si è più soltanto figli e si diventa qualcos'altro".

La stanza, la recensione: Thriller-horror di una famiglia alla deriva

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La stanza: una sequenza del film

Tutto questo insieme alla morte della madre un anno e mezzo fa, lo ha portato a modificare la scrittura del copione realizzato con Filippo Gili e Francesco Agostini: "Non mi vedo più come un figlio che giudica e accusa i genitori, ma come un figlio che arrivato a una certa età e diventato una figura paterna si rende conto degli errori che possono fare i genitori, delle difficoltà di crescere un figlio e di quelle che ci sono nel rapportarsi alla propria compagna e nell'essere allo stesso tempo educatore e figura di riferimento. Quando siamo ragazzini tendiamo a demonizzare i nostri genitori, diventiamo grandi nel momento in cui cominciamo invece a perdonarli e capirli". "La stanza è - conclude - il tentativo di raccontare il perdono dei miei genitori e il mio di diventare grande".

Guido Caprino e Camilla Filippi: al lavoro sui personaggi,

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La stanza: un'immagine del film

Il resto lo fanno le interpretazioni di Guido Caprino e Camilla Filippi, che danno vita, colore e forma a personaggi mai banali. "La non banalità e le loro sfaccettature venfono dalla scrittura. - commenta Caprino - Mi piace molto il ruolo di Giulio e il suo grande bisogno di riscatto, la sua parte infantile, che mi sentivo di difendere e su cui ho basato tutta la mia interpretazione". Non deve essere stato facile per Camilla Filippi invece costruire la propria: "Il film si apre con la decisione di Stella di farla finita e trovare un equilibrio in tutto quello squilibrio è stato molto complesso. - ricorda - Ho pianto tutte le lacrime del mondo e ho messo mano a tutto il dolore della mia vita, si piangeva dieci ore al giorno, tornavo a casa e continuavo a stare male, ma scavare nel dolore e trovarne un'utilità mi riempie di gioia e mi alleggerisce".

La casa, simulacro dei conflitti familiari

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La stanza: una scena del film

Molte delle suggestioni arrivano dalla casa in cui è ambientato il film, che incombe con un sinistro senso di claustrofobia con i suoi cigolii, gli arredi grigi e le pareti crepate. _ "I primi disegni li avevo fatti io, - racconta Lodovichi - poi ho lasciato a Max Sturiale il compito di interpretare le mie idee. Tutto è partito dalla camera dell'hikikomori, l'idea iniziale era una bolla dentro l'acqua, come fosse un utero materno; da lì poi l'abbiamo esplorata ed espansa. Esteticamente non vediamo mai la casa da fuori, è un film tutto in interni che racconta il dentro verso il fuori sommerso dalla pioggia e dell'acqua che da sempre è anche strumento per raccontare i viaggi nel tempo". Partendo dal classico archetipo della casa a più piani inizialmente il film si sarebbe dovuto concludere in uno scantinato, "che però per problemi produttivi non abbiamo potuto costruire. A quel punto ho scelto di farmi guidare dalla ciclicità delle cose e rientrare laddove tutto inizia".

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La stanza: una foto

Seppur siano chiari i riferimenti a un certo cinema horror da Psycho a La casa, ma anche a Shinig, The others o Shyamalan, il regista allontana l'idea di voler fare il verso agli americani: "Volevo ispirarmi a un tipo di casa isolata e mi sono avvicinato naturalmente all'Art Nouveau e al liberty, a quella dimensione di linee curve che rimandano alla sfera, al cerchio e quindi all'immagine inziale di quella bolla da cui tutto è partito.". Interamente ricostruita in studio, la casa è come succede spesso nei racconti di genere, il teatro principale dello scontro e dei conflitti familiari. Lodovichi la rappresenta disseminando qua e là delle piccole simbologie: "Le crepe nelle pareti ad esempio raccontano le ferite della famiglia: da sempre vittima di attentati, implosioni, attacchi terroristici porta su di sé il peso degli anni, è lì che scricchiola, sembra di essere nel mare sotto la pioggia. Per questo quella casa ha realmente il suono di una nave nella tempesta, ci sono le onde, la pressione, lo scricchiolare, l'essere fragile e non al sicuro". Il senso di claustrofobia accompagna Giulio sin dall'infanzia. "È la sua normalità. - aggiunge Caprino - È cresciuto in una scatola troppo piccola per lui, e questo forse è finalmente il suo tentativo di tirare la testa fuori dall'acqua e respirare". Come succede allo stesso regista. In fondo "provare a fare film che mi facciano superare i miei traumi" è la sua personale terapia.