Dalla commedia al giallo, fermandosi sui vizi e sui costumi che sembrano regolare una Capitale "affascinante e decadente". Enrico Vanzina torna alla regia con La sera a Roma, tratto dal suo omonimo libro. Protagonista è Federico (Massimo Ghini), un giornalista e all'occorrenza sceneggiatore che si ritrova, volente o nolente, coinvolto nell'omicidio di un giovane attore senza talento. Incontriamo il regista a margine della presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma.
In pausa sigaretta, assediato dai fan, Vanzina come sempre disponibile e generoso, spiega che dentro La sera a Roma c'è la vita "raccontata con con affetto, perché questo è un film sulle fragilità umane, come diceva il mio amico Scola tanti anni fa. Chi fa cinema - soprattutto nella commedia, ma anche in questo caso, in un giallo come Quella sera a Roma - non deve mai essere moralista, deve sempre rispettare le ragioni degli altri. E io, arrivato alla mia età, so che le ragioni degli altri alla fine sono le nostre", e prosegue, "bisogna raccontare i personaggi sempre con affetto: non sono mai totalmente negativi. Poi sarà il pubblico a decidere chi è il "cattivo", ma non devi essere tu a imporlo dall'inizio. Ognuno ha la sua strada e le sue fragilità, proprio come ce l'abbiamo noi".
Vanzina e il piano B
La sera a Roma mostra il lato tragico di questi aspiranti attori. Ne vediamo spesso tanti che provano a lottare, ma che nascondono anche una vena drammatica, tra il disilluso e l'utopia. "Il mondo dello spettacolo, soprattutto quello dell'attore nel cinema, è spietato. È un po' come nello sport - anche se nello sport è più facile perché ci sono i tempi, ci sono metriche certe -, tutti vorrebbero giocare in Serie A, ma non tutti ci riescono. L'illusione di poter finire sul grande schermo è più forte di qualsiasi umiliazione o sconfitta".
Poi una riflessione sul presente: "oggi per i giovani la situazione si complica ancora di più: i ragazzi, abituati ai cellulari, pensano che si esista solo se si sta dentro un'immagine. Il fascino del cinema per loro è enorme, ma devono stare attenti e avere sempre un "piano B"". E aggiunge, "spesso "quello fa carriera perché conosce qualcuno, perché è raccomandato, perché va a letto con quello". Nel corso della mia vita ho fatto 130 film e sono nato in una famiglia di cinema: di solito, chi ha talento ce la fa".
Il potere del cinema popolare
Durante il film si ammicca diverse volte ai "film da festival". Per Vanzina, è solo "una semplificazione, un modo di dire. Io sono nato nell'alveo di quello che si chiama cinema popolare. Tantissimi anni fa, i grandi film d'autore - quelli che andavano ai festival - erano anche popolari e avevano un successo clamoroso. Pensa che ancora oggi, se rivalutiamo gli incassi, I mostri è tra i film che hanno incassato di più nella storia del cinema italiano", tra l'altro, "io sto nel campo del cinema popolare e penso che la ragione che mi spinge a fare un film sia sempre quella di interessare il pubblico. Oggi, invece, molti dei nuovi autori vedono come unico scopo quello di andare a un festival".
A chiudere l'intervista, mentre la sigaretta è ormai consumata quasi del tutto, Vanzina parla di Roma, e di quanto sia immutabile nel tempo. "Roma è più forte di qualsiasi giudizio. Roma riesce sempre a risollevarsi e ad adattarsi a tutto. È l'unica città che conserva al suo interno tutte le forme d'arte, dall'antica Roma fino ad oggi, tutte vicine e ancora in piedi".