Ghost in the Shell

2017, Azione

Ghost in the Shell: tradurre un vecchio software dentro un nuovo hardware

Tra citazioni, rispetto e infedeltà, l'adattamento di un franchise fondamentale per l'immaginario cyberpunk cambia pelle per arrivare ad un pubblico più vasto. Il risultato è un'opera in cui la cura estetica vince sull'introspezione e il profondo messaggio esistenziale delle opere originali viene semplificato.

Scarlett Johansson nella prima foto ufficiale di Ghost in the Shell

La luce non abita più qui. Non quella naturale, almeno, bandita come il peggiore dei criminali. Immersa dentro un cielo dove il sole è un ricordo sbiadito e il grigio domina, c'è una città illuminata solo da neon, lampioni, fari di automobili sfreccianti ed enormi cartelloni pubblicitari, utili a fare di ogni abitante un buon consumatore. Così ci appare Los Angeles nel 2019. Sono passati anni da quando l'agente Deckard ha finito di dare la caccia ai replicanti. Il tempo di morire è già venuto. Lacrime e pioggia sono cadute insieme. Lontana migliaia di chilometri da quella metropoli oscura e distopica di Blade Runner, c'è un alto agglomerato urbano dove il futuro ha preso sembianze artificiali. Lassù il cielo sembra lo stesso dipinto da Ridley Scott, eppure questa volta siamo altrove, tra le strade in un Giappone futuristico, sintesi caotica tra Tokyo, Hong Kong e Kobe. Ma se Occidente e Oriente sembrano specchiarsi significa che l'identità ha qualche problema. Infatti, anche qui i passanti sembrano controfigure impersonali, ombre svuotate di se stesse.

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Ghost in the Shell: un'mmagine tratta dal film

Le strade sono piene di individui ma prive di vita, perché il cieco ottimismo nei confronti della tecnologia ha permesso agli uomini di potenziarsi e valicare le possibilità organiche e biologiche. Innesti tecnologici che sostituiscono organi, epidermidi sintetiche, protesi meccaniche, ricordi preconfezionati, ingegneria robotica alla portata di molti; trovare un essere umano puro al 100% è raro come un raggio di sole. Qui, però, è tempo di rivivere. Grazie ad una innovativa operazione di salvataggio cerebrale, per la prima volta un cervello umano viene trapiantato in un corpo artificiale. È questo il battesimo del Maggiore, creatura potenziata, nata dai laboratori della Hanka Robotics e agente della Sezione 9, corpo specializzato nella difesa contro crimini informatici. E in un mondo iperconnesso, la Rete è diventata il terreno fertile per hacker in grado di manipolare altri individui e voler distruggere uno dei centri nevralgici del sistema, ovvero la Hanka stessa. Ed è qui che il Maggiore entra in scena. Come agente, come vecchio spirito (ghost) in un nuovo corpo (shell) e, quindi, come individuo.

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Conchiglie nell'acquario

Ghost in the Shell: Un'immagine della protagonista

In un mondo che pullula di supereroi e supereroine, spesso più grandi della realtà in cui si muovono, c'è ancora spazio e tempo per un superluogo. È una regola non scritta delle distopie: mostrare la città in ogni anfratto, farne respirare l'atmosfera sino a percepirne rumori e tanfi, catturarne lo spirito sociale attraverso un'attenzione quasi morbosa al contesto. Un principio che Ghost in the Shell non tradisce affatto, anzi. L'immaginario cyberpunk proposto da Rupert Sanders (ancora una volta alle prese con un adattamento di un grande classico animato dopo Biancaneve e il cacciatore) espande e in parte tradisce quello visto nel primo anime del 1996, perché la citta di Ghost in the Shell era sì avanzata ma silenziosa, malinconica, per certi versi squallida e simile ad una baraccopoli in molti scorci. Il nuovo Giappone della versione live action è figlio di Blade Runner e di una realtà aumentata spinta oltre ogni limite, è sovrabbondante e caotico, dominato da schermi onnipresenti che invitano a levigare la propria pelle e ad innestare nuovi ricordi.

Ghost in the Shell: Scarlett Johansson in un momento del film

Qui non c'è tempo per guardare la città con spirito riflessivo, perché va tutto più veloce, con il reale e il virtuale che camminano mano nella mano. Tutto il tempo e ovunque. Nonostante questa scelta rischiosa legata ad una visione urbanistica più tecnologica, l'aspetto scenografico di Ghost in the Shell ci è parso il suo merito più stupefacente e curato, perché capace di inglobare lo spettatore e farlo navigare all'interno di un enorme acquario dal quale non si può più uscire. Muoversi dentro questo Giappone di domani è molto strano: da una parte ti senti accolto e affascinato, dall'altra quasi costretto a vivere 120 minuti in totale apnea. Quello di Sanders è uno sguardo sulla città diverso, senza le lente carrellate di Mamoru Oshii, senza il tempo di contemplare e riflettere, ma comunque capace di condurre chi guarda in un mondo altro e inquietante.

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Cogito ergo sum 2.0

Ghost in the Shell: Scarlett Johansson in una scena d'azione del film

Qualcuno potrebbe obiettare, e dire che anche qui, in fondo, c'è una superoina. D'altronde il Maggiore ha un corpo col dono dell'invisibilità, è abile nella lotta. E invece no. Se un eroe è colui che viene eletto tale dalla gente, che ha in qualche un modo un riconoscimento pubblico tale da essere definito tale, qui non è così. Il Maggiore fa il suo dovere, agisce con discrezione, è stimato dai suoi colleghi, ma non si eleva mai al di sopra della massa. Ghost in the Shell è soprattutto una questione privata e intima. Una storia che racconta di un'anima sempre più in pena, sempre meno presente sui binari degli ordini altrui e più predisposta al deragliamento. Un'anima ospitata in un corpo nuovo che vuole scoprire la verità. E la prima domanda, esistenziale come poche, è: cosa mi rende me? Cosa sono io? Il mio corpo o la mia mente? Sono i miei ricordi o sono le mie scelte? Sanders abbozza il punto interrogativo ma non percorre il dilemma fino in fondo.

Ghost in the Shell: una scena del film

Invece di affondare il colpo nel profondo dilemma esistenziale, il regista getta il problema alle spalle della protagonista. Semplificando tantissimo la profonda riflessione filosofica ed esistenziale scritta nel manga di Masamune Shirow e mostrata da Oshii, Ghost in the Shell non è aiutato da una scrittura farraginosa e priva di quella carica introspettiva che dava ai personaggi animati una tridimensionalità qui nemmeno cercata. L'urgenza del Maggiore, presentata da un prologo poetico, ipnotico e poi crudo nel suo violento ri-venire al mondo, è un'altra. Per lei non è tanto importante capire la sua natura, quanto scoprire le sue origini. Scovare il seme più di comprendere il terreno in cui si muove. Sostenuto da scene d'azione altalenanti e da un antagonista affascinante, Ghost in the Shell è fedele allo storico anime solamente dal punto di vista scenico, con una messa in scena che più volte riprende alla lettera (e al frame) iconici salti nel vuoto, risvegli e duelli già apprezzati più di 20 anni fa. A volte, nonostante visori ottici, realtà aumentate, cyborg e biomacchine, persino il futuro profuma di passato.

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Ghost in translation

Ghost in the Shell: Scarlett Johansson in una scena del film

Nato tra perplessità e critiche (quella del whitewashing, legata alla scelta di una convincente e misurata Scarlett Johansson) messe a tacere con abili trucchetti, Ghost in the Shell assomiglia davvero al suo Maggiore. Anche qui siamo davanti ad un esperimento, ad un trapianto narrativo vero e proprio: un caposaldo dell'animazione orientale pronto a sbarcare in Occidente. La scelta dei "programmatori" americani qual è stata? Il nuovo hardware (attori in carne ed ossa al posto dei disegni) che software ha accolto? La raffinata filosofia cyberpunk che ha fatto di Ghost in the Shell una delle più profonde riflessioni sul rapporto tra uomo e tecnologia, oppure un messaggio più semplice, anzi semplificato e accessibile? La via scelta è quella di un downgrade, di una morale che in parte tradisce il senso, lungimirante e poetico degli illustri predecessori. La grandezza del manga e degli anime è stata quella di definire il naturale attraverso l'artificiale, di accettare e proporre una simbiosi osmotica tra umano e tecnologico, sancendo la nascita di un transumanesimo dove i valori fondanti erano la diversità e l'unicità. Quello era un invito all'evoluzione raccontato con il tono sacro di un rituale, il superamento definitivo dello scontro uomo-macchina. Il film di Sanders, invece, svela il tipico vizio occidentale di anteporre il singolo al collettivo, così ragiona come individuo e non come specie. Così facendo, Ghost in the Shell banalizza la vecchia visione postumana e si adagia sulla classica "rivolta" della macchina contro banali burattinai. Questo è il battesimo di un'opera più accessibile e meno ostica della sua matrice, un film più bello da vedere che da vivere e capire, utile come tutorial per muovere i primi passi nello stratificato e complesso immaginario cyberpunk. Per l'upgrade confidiamo nel 2049, quando forse rivedremo cose che noi umani...

Ghost in the Shell: tradurre un vecchio software...
Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0

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