La Linea verticale

2018 - ....

La linea verticale, il medical italiano che mancava!

Su Rai3 arriva una serie divertita e commossa su un uomo che si scopre malato, ma anche molto più vivo di prima, e su quei rapporti che è possibile stringere solo in ospedale.

La linea verticale: Valerio Mastandre e Greta Scarano in una scena

Quando uscì sugli schermi italiani l'incomparabile serie Boris, urlammo al miracolo: non eravamo abituati da anni a un prodotto nostrano per la televisione così acuto e gustoso, che raccontasse vizi e slanci dell'Italia in maniera tanto realistica e al contempo surreale. Ne eravamo deliziati: avevamo saputo prenderci in giro con arguzia, esorcizzando e denunciando un microcosmo lavorativo che sembrava il plastico dell'Italia tutta.
La Linea Verticale è la nuova serie in onda su Rai3, in prima serata dal 13 gennaio e interamente disponibile sulla piattaforma gratuita RaiPlay già dal 6, scritta e diretta da Mattia Torre, una delle vulcaniche menti dietro Boris; di questa conserva l'umorismo cattivo, molti irresistibili interpreti, e quelle pennellate surreali. Ma lo spunto è più serio, l'impianto narrativo è di un medical drama (per ironia della sorte, come quello della serie fittizia in Boris, Gli occhi del cuore), e lo sguardo dietro la macchina da presa non è solo di scherno, ma anche di profonda gratitudine.

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Un momento prima sei al lavoro, e un momento dopo...

Primi minuti della prima delle otto puntate, da venticinque minuti l'una: Luigi (uno sferzante, annichilito e sempre in parte Valerio Mastandrea) fa le sue considerazioni dopo la scoperta di un cancro al rene. Immagina il suo funerale, che dovrà essere molto doloroso; a questo scopo, è escluso il rito cattolico, troppo criptico e distraente. Si racconteranno invece aneddoti della sua vita che uniscano "lo strazio a quella nota comica", e che faranno venire voglia a tutti gli astanti di farla finita. Già nei primi minuti s'intuisce la cifra della serie: tra il commovente e l'ironico, quell'umore vibrante e verissimo di chi ci è passato in prima persona, come Mattia Torre, conservando quella lucida tenerezza con cui ha potuto scriverne un libro e poi una serie, che inizialmente sarebbe dovuta essere uno spettacolo teatrale.

La linea verticale: Greta Scarano e Valerio Mastandrea in una scena

La voice-over di Luigi commenta continuamente la routine in ospedale, e dà vita a squarci e siparietti immaginati dal protagonista per evadere dal presente con filosofia e cinismo. È così che Luigi ci spiega come la rabbia anche lì dentro si sfoghi verticalmente, dal medico allo specializzando all'infermiere, e che sia da cercare in questa linea verticale il motivo per cui l'addetto alle pulizie è la persona più frustrata e scortese dell'ospedale. Ed è ancora con questo espediente che Luigi spiega come tutti si sfoghino sul pulsante dell'ascensore, premendolo nevroticamente o addirittura saltandoci sopra come farebbe un ninja. Le riprese ieratiche dal basso o dall'alto, e quelle inquadrature che quasi ricordano il "Cristo morto" di Mantegna, aggiungono un'aura di sacralità all'ironia, perché negli ospedali tutti i pazienti sono uguali, e non c'è distinzione per reddito o ceto, ma ognuno sviluppa una "intima e profonda dipendenza dai medici", esattamente come si fa con una divinità. Figure quasi ultraterrene e spesso presenti nei sogni, i medici che gravitano intorno a Luigi hanno un qualcosa in più rispetto agli altri esseri umani: possiedono le risposte. Peccato che, da parte dei medici meno ispirati e molto più sbrigativi del dio-chirurgo (Elia Schilton) che opera Luigi con affetto e dedizione, la diagnosi medica sia sempre la stessa: "è colpa dei vasi". Battuta geniale e sconsolata, che torna nelle puntate come un refrain.

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Chi ci crede

La linea verticale: Ninni Bruschetta e Massimo Wertmuller in una scena

Luigi non è un paziente abbandonato a sé stesso, ma ha un'amorevole moglie incinta (Greta Scarano) e una figlia di sette anni che gli compare di continuo, insieme alla compagna, in quei ricordi cui ci si aggrappa per sopravvivere. La moglie di Luigi va sempre a trovarlo, lo incoraggia parlando di resilienza, ma a un occhio più attento mostra un'espressione stanca e la radice dei capelli imbiancata, come quando si hanno pensieri più seri del rifarsi la tinta. E poi c'è la caposala (Alvia Reale), che ha un modo di fare ruvido ma si rivela comprensiva, e ama evadere con la mente dai corridoi ospedalieri grazie al melenso pop italiano.

La linea verticale: Alvia Reale e Babak Karimi in una scena

C'è l'impareggiabile compagno di stanza Amed (Babak Karimi), considerato da tutti un migrante nonostante parli un italiano da filosofo, alternando momenti di compassione a deliri mistici e minacce di dieta vegana agli altri pazienti. C'è "il competente delirante" (Giorgio Tirabassi), che non si comporta da malato ma da dottore, elargendo diagnosi a tutti con bonaria petulanza e in fondo rimpiangendo gli aromi della sua trattoria. C'è Peppe (Gianfelice Imparato), che affronta la malattia col tipico ottimismo del "paziente recidivo", e si ricorda di tutti ma non viene riconosciuto da nessuno. C'è l'infermiera Giusy (Cristina Pellegrino), che minaccia in romanesco i pazienti ma in realtà li sostiene in tutte le loro assillanti pretese. E c'è il dottor Barbieri (Ninni Bruschetta), che la corteggia insistentemente e, coi pazienti, mescola diagnosi di un secondo a ottimi consigli spassionati, celando un odio viscerale nei confronti degli oncologi che, a differenza dei chirurghi, non combattono sul campo. E tutti i personaggi sono caratterizzati perfettamente, dai medici che minimizzano ai medici catastrofici, dal chirurgo primario fino alla paffuta infermiera filippina, che viene chiamata "Filippa" e lo spiega col fatto che gli italiani sono un popolo "semplicistico".

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Chi ci crede un po' meno

La linea verticale: Giorgio Tirabassi e Paolo Calabresi in una scena

E c'è poi chi riserva al proprio mestiere molta meno dedizione: dal dottor Policari (Antonio Catania), che preferisce la musica alla medicina e si distrae ascoltando l'evocativa suoneria del suo cellulare, al dottor Rapisarda (Federico Pacifici), che si defila quando intravede domande, lamentele e rogne di varia natura, e che secondo le congetture di Luigi ha perfezionato un passetto apposito per voltare i tacchi senza dare troppo nell'occhio. E non solo i medici, ma anche i preti sembrano poco convinti della propria vocazione: Don Costa (Paolo Calabresi) dopo la scoperta della malattia non dispensa più consigli fumosi tra i letti dell'ospedale, ma si mostra impaurito e vulnerabile, e confessa che anche lui, come Ratzinger, pensa: "Boh!". In quella linea verticale che è la vita, tutti vacillano, con maggiore o minore empatia, con maggiore o minore egoismo; ma tutti sognano il mare, o quantomeno di raggiungere "a piccoli passi" il bar, se i valori dell'emoglobina lo consentono, facendo diventare un traguardo ordinare cinque caffè per gli infermieri che possono berlo.
Questo medical nostrano, un po' comico e un po' drammatico, racchiude un amore per la vita e per il ritorno alla vita che può consolare chiunque, malati e non, e che a un certo punto prende in prestito i meravigliosi versi di Borges, estendendo la celebrazione per la vita a quella per i medici, per gli infermieri, e per chiunque nel proprio mestiere profonda amore e impegno. Perché, oltre a essere un popolo semplicistico, l'Italia è anche composta da persone che fanno guarire gli altri, con tutti gli strumenti che hanno a disposizione.

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Chiara Apicella
Redattore
4.5 4.5
Cinecittà World
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