La forma dell'acqua - The Shape of Water

2017, Drammatico

La forma dell'acqua - The Shape of Water: 5 segreti di una grande fiaba liquida

Dopo il Leone d'Oro conquistato a Venezia e le 13 nomination al Premio Oscar, l'appassionato racconto di Guillermo del Toro arriva finalmente in sala, impregnandoci di sentimenti contrastanti. Tra amore e odio, grazia e brutalità, ecco cosa rende davvero speciale questa storia senza tempo.

The Shape of Water: Richard Jenkins e Sally Hawkins in una foto del film

C'era una volta un vecchio narratore che non sapeva da dove iniziare la sua storia. Una storia bella e bestiale, di passione e di odio, di amore e di sesso, di ossessione e altruismo. Una storia travestita da fiaba che non aveva ascoltato da altri, ma aveva vissuto sulla sua pelle, sino a rimanerne impregnato, segnato a vita. Dove partire? Dal chi? Dalla principessa senza voce che si innamorò di una creatura d'acqua? O forse dal dove e dal quando, da un'America verdognola e verdastra, scissa tra il luccicante benessere degli anni Sessanta e le ombre della Guerra Fredda. No, il segreto principale del racconto sussurrato dal cinema evocativo di Guillermo del Toro è nel come viene sviscerato, nel modo in cui entriamo nel mondo prima ovattato e poi brutale della sua Elisa, donna arginata nel suo discreto mutismo per poi schiudersi poco alla volta in un atto di fede inevitabile e istintivo. La bellezza de La forma dell'acqua - The Shape of Water è tutta lì, nella miscela fluida di cui è composto. Fiabesco nell'impostazione e classico nello spunto narrativo, il film di Guillermo del Toro sembra davvero un corso d'acqua attraversato da più correnti, un'opera appassionata e agrodolce in cui confluiscono tanti contrasti. Dentro si trovano il cinema mai stagnante di un regista visionario, così come tanti riferimenti cinematografici di un autore innamorato della settima arte; al suo interno coabitano sentimenti in perenne conflitto come l'odio e l'amore, la grazia e la brutalità. Del Toro e quel vecchio narratore decidono di raccontarla così questa fiaba liquida: attraverso la convivenza di tanti presunti opposti.

The Shape of Water: l'attrice Sally Hawkins in una foto del film

Non è semplicemente la storia di una donna delle pulizie ammaliata da uno strambo essere e braccata da un mostro, ma è un inno alla diversità e al coraggio che si specchia davvero nell'acqua che può assumere forme infinite, proprio come l'amore. Un amore riversato nell'altro, in un amico, in una collega, nel proprio lavoro, nel cinema stesso. Strabordante nel suo approccio poetico, La forma dell'acqua mitiga lo smielato con l'amarezza di personaggi ripugnanti, acquisendo il tocco raro del realismo magico. Oggi, dopo il Leone D'oro di Venezia e ben 13 nomination agli Oscar, sprofondiamo nei meandri di questo film ricco di suggestioni per provare ad orientarci nella sua storia umida. Perché, se è vero che "la vita è il naufragio dei nostri progetti", La forma dell'acqua naviga a vista in maniera meravigliosa, facendo del cuore la bussola perfetta.

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In tutti i sensi

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Occhi ben aperti e naso tappato. Verrebbe voglia di entrare in sala così, come alla vigilia di una lunga apnea. Perché La forma dell'acqua trasforma il cinema in un acquario in cui immergersi senza potersi negare il piacere di un tuffo. Il film di del Toro fa della visione un'esperienza sensoriale completa, e non si tratta di un semplice e forzato vezzo stilistico, ma di una peculiarità legata a doppio filo con la sua protagonista Elisa. Muta, ma con il raro dono dell'ascolto e dell'empatia, questa donna viene affiancata allo spettatore grazie alla stimolazione e al potenziamento di tutti i cinque sensi. Laddove Elisa manca della parola, La forma dell'acqua sembra colmarne le crepe, espanderne tutte le altre sensazioni quasi per compensarne l'handicap. Oltre alle ovvie immagini dominate dal verde e abitate dall'acqua, ai suoni ovattati della colonna sonora soave di Alexandre Desplat, emergono anche il tatto, l'olfatto e il gusto. Ce lo dicono gli abbracci e le carezze su cicatrici e sulla pelle ruvida dello strabiliante "Uomo Pesce", il fetore stantio di un cacciatore ostinato e deplorevole e il sapore deciso di una torta al limone certamente meno deliziosa di un paio di squisite uova sode.

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Colori, pareti, umidità

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Per restituire al meglio questa esperienza immersiva, il lavoro artistico non poteva che essere minuzioso e accurato. La maniacalità scenografica de La forma dell'acqua fa sì che non ci sia oggetto, dettaglio o tassello di una carta da parati fuori posto e senza qualcosa da dire. Ecco, in questo film tutto parla anche senza parlare, proprio come Elisa. La cura riversata nell'ambientazione (pensiamo ai due appartamenti attigui dei due amici protagonisti) ci cala alla perfezione dentro un'America livida, scissa tra sogni di gloria e decadenza. Le pareti scorticate, il bagno barcollante e il pavimento che scricchiola: ogni elemento scenico è utile a contestualizzare la storia in un habitat di cui si riesce persino l'umidità. Senza dimenticare un gioco cromatico allegorico e denso di significato, che non possiamo ancora approfondire per non incorrere nel tanto temuto spoiler. Vi diamo solo due indizi: verde e rosso.

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Per amore del cinema

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Cinema dei sensi, ma anche il senso del cinema. Sì, perché La forma dell'acqua trasuda amore cinefilo in ogni sua inquadratura. E ancora una volta siamo davanti ad una commistione sapiente (e assai consapevole) tra un cinema del passato verso cui Del Toro è debitore e la poetica tutta personale dell'autore messicano. Da una parte vengono a galla una serie di riferimenti basilari come la magia del musical, il fascino eterno dei grandi kolossal in costume e soprattutto l'immaginario gotico dei Mostri Universal, con la lampante citazione de Il mostro della laguna nera e le varie atmosfere orrorifiche presenti nel film. Dall'altra ritornano una serie di fissazioni deltoriane, come la costante fascinazione per il mostruoso, gli improvvisi squarci visionari al limite dello straniante e il contrasto tra uno sguardo pieno di meraviglia e un contesto sociale avverso, minato da guerre e brutture (tutti elementi presenti ne La spina del diavolo, Il labirinto del fauno e i due Hellboy). Però, ne La forma dell'acqua, il cinema è anche un luogo fisico, la base vera e propria della sua storia. Infatti, gli appartamenti di Elisa e del suo fidato amico Giles si trovano precisamente sopra il grande cinema Orpheum, teatro di tante sequenze fondamentali del film. Un collegamento richiamato spesso dai movimenti di macchina verticali di Del Toro che collega spesso le due abitazioni con la sala. Proprio come all'interno di un'osmosi liquida.

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Se questo è un mostro

The Shape of Water: Michael Shannon e Michael Stuhlbarg in una scena del film

Lei non può parlare, ma sa sentire. Lui non ha il dono della parola ma vuole soltanto essere ascoltato. La forma dell'acqua è prima di tutto l'abbraccio di due anime ai margini, di due personaggi immersi nelle loro rispettive bolle isolate che di colpo scoppiano senza poterne farne a meno. Una condizione esistenziale comune che rende il film molto lontano dal paragone con La Bella e la Bestia a cui è facile (e frettoloso) ricorrere. Due spiriti affini, considerati diversi per il loro handicap e il loro aspetto mostruoso, eppure capaci di ossessionare il ripugnante colonnello Strickland, schiacciato da queste due rarità che non riesce proprio a capire, e per questo gli è così facile odiare. Il personaggio di Michael Shannon è forse la cartina al tornasole del modo in cui un tipico uomo americano (padre di famiglia, marito "modello" e grande professionista) affronta la diversità altrui. Perché, per quanto sia difficile non farsi rapire dal cuore romantico di questa storia, La forma dell'acqua abbraccia tante forme di minoranze, rimanendo in equilibrio tra il personale e il sociale. Succede quando vediamo il malinconico Giles discriminato sul lavoro e maltrattato in un bar per la sua omosessualità, o quando una coppia di neri viene messa alle corde in un locale pubblico. Anche per questo Elisa e la creatura diventano due simboli, l'emblema di una natura istintiva e viscerale capace di far "evolvere" l'ottusa umanità in qualcosa di migliore.

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Alla radice delle fiabe

The Shape of Water: Sally Hawkins in una scena del film

Cosa succede quando un fabbrica del cioccolato va in fiamme? Si sente uno strano odore. Un misto di tragedia e di piacere, di cenere e dolcezza. Questa immagine suggerita all'inizio del film (una stoccata a Tim Burton?) cattura alla perfezione l'anima ambigua de La forma dell'acqua. Un'opera che, tra prologo, svolgimento ed epilogo, ha le classiche fattezze di una fiaba raccontata da una voce narrante (quasi) onnisciente. Ma non è tutto. La vera abilità di Guillermo del Toro risiede nell'aver recuperato la natura autentica della fiaba, andando alla radice del loro essere tutt'altro che edulcorate, sognanti e immacolate. Sulla scia dei fratelli Grimm, il regista sporca il suo film di sangue, pus e fetori, va oltre l'amore idilliaco e idealizzato per mostrarci (e spiegarci persino) il sesso e il piacere della masturbazione. Sospeso tra grazia e istinto, il senso ultimo de La forma dell'acqua è celato nell'ossimoro del suo titolo: ovvero l'incapacità di arginare qualcosa di fluido, cangiante e imprevedibile come i sentimenti irrazionali di cui siamo fatti.

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