John Carpenter, i 70 anni del maestro dell'orrore

Per i 70 anni di uno dei più grandi maestri del cinema di genere, abbiamo deciso di omaggiarlo con un tuffo nella sua carriera per capire i motivi dell'importanza di questa figura e perché purtroppo sia così poco ricordato.

"In Francia sono un autore, in Inghilterra sono un regista di film horror, in Germania sono un filmmaker, negli Stati Uniti sono considerato un buono a nulla". Basterebbe forse questa dichiarazione per descrivere il mondo controverso ma allo stesso tempo affascinante di uno dei più grandi maestri della storia del cinema orrorifico, e non solo.

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Una formazione eclettica e raffinata

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Regista, sceneggiatore, compositore, maestro; difficile definire in una sola parola John Carpenter, quello che è certo è che in oltre quarant'anni di carriera ha saputo lasciare all'interno del cinema di genere un'impronta indelebile e imprescindibile. Già da giovanissimo, accanto alla passione musicale trasmessagli dal padre, coltiva l'interesse per il cinema e durante la sua formazione avrà la fortuna di incontrare autori come Hitchcock, Polanski e Welles, che influenzeranno molto alcune sue piccole cifre stilistiche future. Anche se è soprattutto il cinema di Howard Hawks a diventare per lui un grande punto di riferimento. In particolare Carpenter rimarrà affascinato dal modo in cui il grande regista statunitense utilizzava gli spazi chiusi, e come riusciva a muovere e fare interagire tra di loro i vari personaggi. Nonostante le influenze ed i riferimenti però la sua abilità più straordinaria, che è in fondo la caratteristica principale dei più grandi maestri, è stata quella di saper rielaborare all'interno del proprio immaginario le lezioni apprese fino a quel momento, creando un universo cinematografico proprio, ricco di stilemi personali, che lo hanno reso un precursore assoluto del suo tempo.

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Il mondo di Carpenter

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Ventitré regie tra cinema e televisione che hanno dato vita a film indimenticabili, divenuti molto spesso cult o capolavori immortali della settima arte. Halloween - La Notte delle Streghe, Grosso guaio a Chinatown, La cosa, 1997: Fuga da New York, Il seme della follia, Essi Vivono, sono solo alcuni tra i titoli che hanno infiammato questa incredibile filmografia. Al di là del valore di ogni singolo film però, quello che colpisce ogni volta con una forza intramontabile è come riesca ad utilizzare il cinema di genere indipendente per andare oltre il genere stesso e scandagliare tematiche molto più profonde.

Grosso guaio a Chinatown: Kurt Russell e il regista John Carpenter in un'immagine promozionale

Non importa che si trattasse di horror, di thriller, di action movie o di fantascienza, Carpenter ha trasformato le sue ossessioni in vere e proprie riflessioni universali, capaci di abbattere le barriere del tempo e dello spazio. Per questo la sua attenzione spasmodica per i corpi, per gli spazi, per gli sguardi, per la paura e il male è diventata la via d'accesso più diretta per scardinare la cultura e la società americana del suo tempo. Inoltre il suo modo di concepire il cinema, lo ha portato ad avere una forza politica e sociale dirompente all'interno delle masse, perché ha sempre avuto l'intelligenza di non relegarsi soltanto in una piccola nicchia autoriale ed intellettuale, ma di creare prodotti molto spesso di largo consumo, capaci di intrattenere, ma al tempo stesso di lavorare sottotraccia per arrivare al pubblico in modo stratificato.

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La tecnica

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Ad un primo sguardo superficiale il suo cinema potrebbe risultare povero tecnicamente, ed invece questa è stata una peculiarità stilistica che l'ha reso ancora più potente e riconoscibile. Perché la mancanza di grandi budget e la lotta continua con le produzioni per ottenere la massima libertà espressiva, l'hanno sempre costretto ad ingegnarsi con trovate artigianali, e come insegna Mario Bava, nei b-movie di genere, queste sono sempre le soluzioni di maggiore impatto. Ed ancora, la fotografia minimalista, l'uso di movimenti di camera essenziali, spesso invisibilmente articolati ma calibratissimi ed i suoi anticonvenzionali scavalcamenti di campo sono ancora ad oggi aspetti tecnici presi ad esempio e studiati da chiunque si approcci al cinema.

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La rappresentazione del male

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In tutta la produzione carpenteriana è interessante notare come ci sia un massimo comune denominatore che fa da filo conduttore ad ogni suo lavoro, anche se in forma sempre diversa, ovvero la rappresentazione del male. Il modo in cui i suoi antieroi prendono coscienza del male e si trovano a fronteggiarlo è probabilmente l'aspetto più orrorifico ed inquietante che si possa trovare, proprio perché produce una reazione quasi paralizzante di fronte alle atrocità del mondo che ci circonda. Un atteggiamento profondamente nichilista che rispecchia in pieno la perdita degli ideali che Carpenter vedeva intona a sé.
Siamo in presenza di autore maiuscolo e totale, che nel corso del tempo non ha mai ottenuto i dovuti riconoscimenti, soprattutto dalla critica americana, rispetto all'importanza capitale che riveste per i suoi colleghi e per il cinema moderno e andrebbe senza dubbio custodito con maggiore cura. Sperando di rivederlo presto di nuovo dietro una macchina da presa, non possiamo fare altro che festeggiare i suoi settant'anni e goderci tutto quello che di grande ha saputo regalarci fino ad ora.

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