Il ruolo della vita, quello che passa una volta sola. Quello che ti pone davanti a certe sfide, che ti spinge a superare i limiti. Che Massimiliano Caiazzo fosse bravo lo sapevamo, ma interpretando Pino Daniele in Je So' Pazzo di Nicola Prosatore sfodera una preparazione da grande attore. Una prova coraggiosa, matura, pop. Ci mette la faccia, il fisico, la voce.
Prosatore lo segue da vicino, gli sta addosso, non lo molla e, anzi, lo lascia libero di "essere" quel "Pinotto" che, chitarra, parole e napoletanità, ha rivoluzionato la musica italiana. "Mi sono tuffato a testa basta in questo ruolo, ho lavorato sodo. È stata una storia che mi ha fatto innamorare", spiega Caiazzo, che abbiamo intervistato in occasione della presentazione di Je So' Pazzo durante la Festa del Cinema di Roma. "Ovviamente ho avvertito una certa responsabilità, che è stata una compagna di viaggio".
Je So' Pazzo: Massimiliano Caiazzo versione Pino Daniele
Massimiliano, c'è una frase molto bella nel film: "i giovani devono essere incazzati". Solo che questa rabbia, da parte dei giovani, fa un po' paura oggi. Perché?
"Nel film è contestualizzata col fatto che Pino questa rabbia la trasformava in creatività, la faceva diventare arte, quindi ci faceva un qualcosa di creativo e di costruttivo; e quindi veniva da un luogo di amore nei confronti di tutto ciò che del mondo lo toccava e lo ispirava, filtrato con la sua sensibilità. E questo, secondo me, è un grande esempio rispetto alla gestione sana di quello che si sente, della luce e dell'ombra".
Tu riesci in qualche modo a rompere le regole, ma intanto a essere un professionista che accetta determinati compromessi?
"Non ragiono in questi termini, nel senso che innanzitutto la rottura della regola, secondo me, non deve essere una cosa a priori perché fa figo - perché ogni tanto fa anche un po' figo rompere le regole - ma deve venire da un'esigenza che ti dice che quella regola non ti sta bene addosso, che non ti corrisponde. E in secondo luogo io cerco di essere sempre fedele alla mia etica del lavoro e dell'approccio che ho a questo lavoro; quindi è uno dei miei principi cardini: seguo quella che poi è la cosa che mi fa andare a letto tranquillo e mi fa dormire bene a prescindere dalle responsabilità, da quello che possono pensare gli altri e tutto il resto appresso".
Napoli, l'identità e la preparazione
C'è Napoli, complessa, bellissima, ma molto complicata, diversa da quella che conosciamo oggi. Hai paura di questa perdita di identità che le grandi città stanno subendo?
"A volte capita di girare per i centri delle grandi città e iniziano ad assomigliarsi quasi tutti con gli stessi negozi. Che non vuole essere una critica, ma è un'osservazione: innanzitutto partiamo dall'osservazione delle cose per capire qual è il nostro punto di vista e poi capiamo come metterlo fuori. Ovviamente non ti nego che mentre giravamo ci dicevamo: "Pensa che cosa doveva essere vivere in quel periodo".
Hai avuto nostalgia di un periodo che non hai vissuto?
"Come succede in natura le cose evolvono, fanno il loro corso, cambiano. Ogni tempo ha le sue esigenze e ogni tempo ha le sue risposte a determinate esigenze, e quindi per me le domande dovrebbero essere sempre un passo prima rispetto a quello che accade. Cercare di capire quello che è sotto ai cambiamenti e alle transizioni. Ma continuo a dire: mi sarebbe piaciuto nascere e crescere negli anni Ottanta".
Cosa differenzia la tua generazione rispetto alle altre? Da dove arriva questa preparazione?
"Per la mia generazione non lo so, io ti posso dire da dove arriva per me. Ha a che fare con un'etica. Io vengo dallo sport agonistico. Vengo da una famiglia in cui, tra i tanti valori che mi sono stati trasmessi, uno di questi era quello che le cose te le devi guadagnare e te le guadagni sudando, lavorando sodo".
Impegno, studio, e poi?
"Beh, lo sport rispondeva perfettamente a questo valore che mi è stato trasmesso, e di conseguenza la mia modalità di approcciare alle cose ha a che fare soprattutto con lo studio. La voglia di studiare qualcosa risponde in maniera matura a un'esigenza, a un amore che si prova nei confronti alcune cose. Ho una curiosità naturale, e pure un po' di cazzimma. Riconosco ciò che mi piace e cosa no. Questo è un primo cenno di transizione tra l'adolescenza e un'età adulta più consapevole".