Il ragazzo più bello del mondo, recensione: ecco come Luchino Visconti mi ha rovinato la vita

La recensione de Il ragazzo più bello del mondo, documentario che racconta la drammatica esistenza dell'interprete di Tadzio in Morte a Venezia e dei traumi legati all'improvviso successo riscosso grazie al film di Visconti.

RECENSIONE di 13/09/2021
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Il ragazzo più bello del mondo: Björn Andrésen in una scena

Björn Andrésen era un quindicenne svedese biondo, allampanato e bellissimo. Facendolo diventare l'oggetto del desiderio di Dirk Bogarde in Morte a Venezia, Luchino Visconti gli ha regalato i suoi "quindici minuti di fama" e lo ha reso un'icona di bellezza maschile. Oggi Björn Andrésen è un uomo infelice, tormentato dai suoi demoni, la cui storia viene raccontata magistralmente dai registi Kristina Lindstom e Kristian Petri, come svela la recensione de Il ragazzo più bello del mondo. Dopo l'anteprima al Sundance Film Festival 2021, il documentario arriva nei cinema italiani come uscita evento dal 13 al 15 settembre distribuito da Wanted.

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Il ragazzo più bello del mondo: Björn Andrésen in un momento del documentario

Il ragazzo più bello del mondo si apre con le immagini del viaggio di Luchino Visconti in Svezia, nel 1970, per trovare l'interprete di Tadzio, giovane di cui si infatua l'intellettuale protagonista di Morte a Venezia. Nella prima decina di minuti udiamo le parole di Visconti, il cineasta di nobili natali, ma di fede comunista, che invita il giovanissimo Björn Andrésen, quinto tra i ragazzini visionati durante le audizioni, a sorridere all'obiettivo e a togliersi la maglietta nonostante il suo imbarazzo palese. Dopo un brusco stacco ritroviamo Andrésen sessantaseienne, capelli lunghissimi e grigi, sempre allampanato, solo in un appartamento sporco e trasandato sotto minaccia di sfratto. Una parabola sulle conseguenze nefaste del successo? Nell'elegante documentario c'è tutto questo e molto altro.

Un ritratto mai banale, capace di restituire la complessità umana

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Il ragazzo più bello del mondo: Björn Andrésen sul set del film Morte a Venezia

A quanto pare, il successo di Morte a Venezia ha donato a Björn Andrésen l'infelicità. Tra le righe de Il ragazzo più bello del mondo si legge un chiaro monito contro i pericoli della fama e le insidie dell'industria cinematografica che colpiscono chi non ha gli strumenti adeguati per proteggersi. Il quindicenne Björn Andrésen, adolescente sensibile e problematico rimasto orfano prematuramente, viene catapultato sul set veneziano di Luchino Visconti insieme all'ambiziosa nonna, entusiasta dell'avventura toccata al nipote. Con grande sensibilità, i registi lasciano alle parole dello stesso attore la ricostruzione dei fatti attraverso i suoi ricordi sbiaditi. Vengono così rievocate le lunghe sessioni su un set in cui non gli veniva chiesto di fare altro che camminare davanti all'obiettivo, l'ordine di Visconti rivolto alla troupe, composta per lo più da omosessuali, di non indugiare lo sguardo su di lui e i festeggiamenti a fine riprese in cui Andrésen ricorda di essere stato condotto in un night club gay. Man mano che l'interesse della stampa e del pubblico nei confronti del giovane attore cresce, con la definitiva esplosione al Festival di Cannes del 1971, aumenta la sua insofferenza nei confronti di tutta questa attenzione che si tradurrà in atti di ribellione, dipendenza da alcool e droghe, ma soprattutto in un sostanziale smarrimento esistenziale.

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Il ragazzo più bello del mondo: una scena del film

Il ragazzo più bello del mondo è un viaggio nel tempo attraverso la memoria cinematografica collettiva, e quella personale di Björn Andrésen, ma è anche un viaggio nello spazio. I registi accompagnano l'attore in un tour a tappe nei luoghi fondamentali per la sua carriera come il Giappone, dove rivive le memorie di un soggiorno lavorativo trionfale sulla scia del successo del film di Luchino Visconti, e Parigi fino ad arrivare al set scandinavo di Midsommar, uno dei suoi lavori più recenti. Anche se la figura di Visconti, mostrato mentre fa battute infelici di fronte alla stampa di Cannes sostenendo che Björn non è più bello come all'epoca delle riprese, non ne esce bene, il documentario di Kristina Lindstom e Kristian Petri non è tanto ingenuo da attribuire tutte le colpe degli insuccessi e dell'insofferenza di Andrésen a questo contatto prematuro con la fama. Attraverso un sapiente collage di ricordi, interviste, materiali di repertorio, foto e testimonianze, il film ricostruisce la personalità inquieta del suo protagonista con grande delicatezza in un ritratto intenso e coinvolgente a caccia dell'origine del suo malessere.

Morte a Venezia: Luchino Visconti, Dirk Bogarde e la vertigine del desiderio

Cinema in viaggio attraverso spazio e tempo

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Il ragazzo più bello del mondo: Björn Andrésen in un'immagine del documentario

In una continua scoperta, Il ragazzo più bello del mondo dimostra che ogni vita umana è ben più complessa dei tentativi di incasellarla. Se nell'incipit abbiamo fatto la conoscenza di un Björn Andrésen intento a condurre un'esistenza da barbone tra le mura domestiche, nel proseguo del film scopriamo che non è affatto solo, ma può contare sul sostegno della figlia e della fidanzata, pronte a sostenerlo nonostante le sue continue cadute. I dolori e i lutti hanno segnato la vita dell'attore ben più dei successi e il film ce lo svela conservando un mood malinconico di sottofondo anche nei momenti più lievi. La finestra dell'appartamentino svedese in cui Andrésen vive gli offre e ci offre uno sguardo su un mondo che appare troppo piccolo per contenere la sua irrequietezza, alleviata solo dalle sessioni al pianoforte.

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Il ragazzo più bello del mondo: Björn Andrésen in una sequenza del film

Con la scelta più prevedibile, e più corretta per una storia come questa, il documentario si chiude con la tappa più importante del viaggio nel passato di Björn Andrésen. L'anziano attore fa ritorno là dove è tutto cominciato, a Venezia. Ed è proprio sulla spiaggia del Lido deserta e autunnale che sembra ritrovare quella risonanza con la sua anima perduta cinquant'anni fa proprio in quel luogo in cui oggi, con la sopraggiunta maturità, auspichiamo trovi la pace.

Conclusioni

Come evidenzia la recensione de Il ragazzo più bello del mondo, il documentario dedicato all'interprete di Tadzio in Morte a Venezia di Luchino Visconti è un ritratto articolato che ricostruisce la complessità dell'essere umano mentre ci mette in guardia dai pericoli del successo e dal lato oscuro dell'industria del cinema.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

4.3/5

Perché ci piace

  • La sapienza dei registi nell'accostare materiali di natura diversa in un viaggio nel tempo e nello tempo.
  • La profondità di un ritratto incredibilmente umano.
  • L'eleganza, funzionale al mood malinconico della vicenda, ma anche alla rievocazione dello stile viscontiano in Morte a Venezia.

Cosa non va

  • Il fascino della ricostruzione ci lascia con la voglia di sentire qualche ulteriore testimonianza sulla vita e sulla ricostruzione dei fatti che hanno portato alla realizzazione di una pietra miliare del cinema.