Il nome della rosa

2019

Il nome della rosa, la recensione della serie tv: un nuovo adattamento dal respiro internazionale

La recensione de Il nome della rosa, serie TV Rai ispirata al celebre romanzo di Umberto Eco con John Turturro e Rupert Everett protagonisti.

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Adattare un'opera come Il nome della rosa è già di per se difficile. Farlo una seconda volta in una serie TV, dopo quel film del 1986 apprezzato e conosciuto dal pubblico, è anche un rischio. Una sfida la cui riuscita esamineremo in questa nostra recensione de Il nome della rosa, dopo aver potuto visionare i primi due episodi nel corso della presentazione della fiction in Rai, convinti da diversi aspetti dell'impianto produttivo messo in piedi per portare nuovamente su schermo l'opera di Umberto Eco, perplessi su qualche dettaglio che speriamo sia sviluppato nel modo giusto nelle puntate successive.

Rai Fiction si è gettata con convinzione in questo adattamento de Il nome della rosa, indubbiamente una delle serie più attese del 2019, costruendo un serial di 400 minuti divisi in quattro serate di messa in onda, a partire dal 4 Marzo su Rai 1 (e disponibile su Rai Play), seguendo la strada di coraggio e rinnovamento che ha caratterizzato diverse sue ultime creature, da L'amica geniale a Rocco Schiavone, mettendo in piedi una produzione di alto profilo capace di farsi notare, e affermarsi, anche a livello internazionale (già diversi paesi hanno acquistato l'opera, che sarà trasmessa in Inghilterra dalla BBC e in USA da Sundance TV). Se la lavorazione è stata portata avanti in Italia e da artisti e manovalanza italiana, guidati dalla regia di Giacomo Battiato, il cast presenta alcuni importanti innesti stranieri che fungono da prezioso biglietto da visita al di fuori del nostro paese, da John Turturro nel ruolo del protagonista Guglielmo da Baskerville a Rupert Everett e Michael Emerson.

Non solo mistero nella trama de Il nome della rosa

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La trama de Il nome della rosa è nota già dal romanzo di Umberto Eco e l'adattamento del 1986 di Jean-Jacques Annaud e ci porta nell'Italia del 1327. Seguiamo il frate francescano Guglielmo da Baskerville, che si reca insieme al suo novizio Adso da Melk, che l'ha scelto come guida spirituale, in un'isolata abbazia benedettina sulle Alpi per un'importante disputa. Al loro arrivo, però, si ritrovano nel mezzo del trambusto per l'assassinio del monaco Adelmo, prima di quella che sarà una preoccupante serie di morti, e l'Abate Abbone chiede a Guglielmo di indagare, in virtù della sua intelligenza e perspicacia, per scoprire l'identità del colpevole. Quella condotta da Guglielmo e dal fidato Adso è un'indagine complessa, tra segreti dei frati e misteri celati nella labirintica biblioteca dell'abbazia, da portare a termine prima dell'inizio della disputa tra la delegazione francescana e quella papale.

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Dentro e fuori l'Abbazia: i personaggi de Il nome della rosa

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John Turturro propone un'ottima versione del personaggio che avevamo apprezzato col volto di Sean Connery: l'attore è credibile e magnetico nei panni di Guglielmo da Baskerville, uomo di fede che si affida alla scienza, capace di mettere in scena la sua intelligenza, lo spirito d'osservazione e l'essere una figura fuori dal suo tempo. Tra i personaggi de Il nome della Rosa è ugualmente in parte il tedesco Damian Hardung che tratteggia l'ingenua brillantezza del giovane novizio Adso, figlio di un Generale tedesco che lo vorrebbe soldato, ma contrario alla violenza e gli orrori della guerra. Sono i due protagonisti che ci guidano in un mondo medievale della serie, derivato da quello del romanzo di Umberto Eco, ma arricchito con alcune aggiunte di rilievo: tra i personaggi della serie, infatti, si dà spazio ai Dolciniani, da Dolcino interpretato da Alessio Boni a Margherita, sua compagna bruciata sul rogo, e Anna, la loro figlia. È una brava e intensa Greta Scarano a dare il volto a entrambe le donne, per quella che rappresenta la principale espansione al romanzo, che ci permette di fare corpose incursioni al di fuori dell'Abbazia in cui si svolge il mistero principale.

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Non è l'unica donna nel cast de Il nome della Rosa, perché accanto alla Scarano troviamo Antonia Fotaras che dà vita alla selvaggia ragazza occitana di cui si invaghisce il giovane Adso, che con lei inizia a incontrarsi in segreto. Ma se parliamo di un cast ricco, oltre che internazionale, è perché comprende Rupert Everett nel ruolo della figura storica realmente esistita dell'inquisitore Berbardo Gui, Fabrizio Bentivoglio in quello del cellario dell'abbazia Remigio da Varagine e un irriconoscibile Stefano Fresi celato dietro il trucco pesante usato per il viso deforme di Salvatore. Si tratta di una figura dall'aspetto mostruoso, che parla un misto di lingue e si occupa di produrre la carta usata dalla biblioteca nel suo mulino. Da segnalare anche la presenza di un volto noto della televisione contemporanea, quel Michael Emerson che tutti ricorderanno come Ben in Lost.

La Rai alla conquista del mondo

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Se usiamo l'attributo internazionale nel descrivere Il nome della rosa non è solo per le importanti presenze straniere nel cast, né solo per la scelta di usare l'inglese come lingua originale (Il nome della rosa sarà disponibile in doppio audio sia su Rai 1 che Rai Play), ma per l'impianto generale dell'opera diretta da Giacomo Battiato. Dalla fotografia agli ambienti, dalle location scelte per gli esterni alle scenografie ricostruite a Cinecittà, tutta costruzione visiva della serie Rai non sfigura al confronto delle grandi produzioni che arrivano dall'estero e che con esse può competere. Non stupisce, infatti, che la nuova fiction Rai sia già stata acquistata da molti paesi, Inghilterra e Stati Uniti compresi.

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Un lavoro che evidenzia il rispetto per l'opera originale firmata da Eco e si riflette anche sull'attenta scrittura di Andrea Porporati, coadiuvato dal regista, da Nigel Williams e dallo stesso Turturro che è intervenuto sui propri dialoghi: se da una parte è vero che si prova un senso di spiacevole smarrimento la prima volta che l'azione ci porta in territori esterni all'abbazia e al romanzo di partenza, è ugualmente vero che lo script lavora bene nel tratteggiare la vicenda e costruire il mistero e la tensione.

Valutazioni che restano sospeso nel limbo e ci invitano a una certa prudenza, avendo visto un solo quarto dell'opera completa, ma che ci consentono un iniziale ottimismo sulla resa complessiva di questo nuovo adattamento de Il nome della rosa, sul quale avremo modo di ragionare ancora nelle prossime settimane.

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Antonio Cuomo
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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