Il cinema che può cambiare il mondo: Marco Bechis e Claudio Santamaria

Il regista e l'attore hanno incontrato la stampa al Lido per parlare di Birdwatchers - La terra degli uomini rossi, una delle pellicole più acclamate di questa edizione della Mostra.

L'incontro con Marco Bechis si apre con due buone notizie. La prima è che i posti per la proiezione del film prevista per il 3 settembre al Cinema Anteo di Milano sono esauriti. L'intero ricavato andrà in beneficenza al Guarani Survival Fund (www.guarani-survival.org), fondo a sostegno dei Guarani-Kaiowà aperto in occasione della release italiana del film. La seconda è che tra novembre e dicembre La terra degli uomini rossi - Birdwatchers verrà distribuito anche in Brasile. 'La decisione di girare Birdwatchers è legata al mio viaggio nel Mato Grosso. Quando sono arrivato in Brasile avevo in mente un'idea completamente diversa da quella che poi ho effettivamente realizzato. Una volta lì l'associazione con cui ero in contatto mi ha indirizzato da un avvocato che mi ha portato a conoscere Ambrosio Vilhalva, il capo tribù, e lui mi ha raccontato la sua storia. Dopo una lunga lotta e numerosi di scontri con la polizia Ambrosio è riuscito a riprendersi un picccolo pezzo di terra per la sua tribù. Così ho deciso di raccontare il suo dramma e il dramma del suo popolo. Non ho avuto bisogno di inventare granché. Nel Mato Grosso ho trovato il microcosmo ideale per ambientare Birdwatchers e per narrare le deleterie conseguenze successive alla conquista del Sud America'.

Nonostante la drammatica situazione in cui vivono gli indios, il film di Marco Bechis è intriso di speranza. Speranza contenuta nel coraggioso finale. Speranza che pervade l'intera pellicola. Dai gesti dei coraggiosi Kiowà trapela l'orgoglio di un popolo indomito che non si lascia piegare dalle avversità. Quando però deve indicare la lezione più grande appresa dagli indios, Marco Bechis parla di curiosità. 'In Italia non proviamo più curiosità per niente. Quando una civiltà si chiude in se stessa ed evita il contatto con le altre è destinata all'estinzione. E' accaduto nei secoli con l'impero romano e con la civiltà medievale. I kiowà sono un popolo giovane, curioso, molto più moderno di noi e pronto ad accogliere gli stimoli che gli giungono dall'esterno. Lo testimonia il fatto che sono qui a Venezia in una realtà che non gli appartiene'. In questo senso vi sono curiosi aneddoti sulla lavorazione del film. Si pensi che i kiowà, prima dell'incontro con Bechis, non avevano alcuna conoscenza del mezzo cinematografico. Per prepararsi alle riprese hanno partecipato a un lungo laboratorio di recitazione insieme a Claudio Santamaria e gli sono stati mostrati spezzoni di pellicole di autori come Hitchcock e Leone per fargli comprendere il senso del cinema. 'La prima volta che gli indios hanno visto il film ho preferito lasciarli da soli' spiega il regista. 'Era il primo lungometraggio che vedevano e hanno riso tutto il tempo. Si sono divertiti molto anche durante la proiezione ufficiale. Il film è stato accolto da un lungo applauso. Quando questo si è interrotto uno dei protagonisti ha lanciato il suo urlo di guerra, lo stesso che si ode ripetutamente nel finale, e l'applauso è ripartito. Qualcuno pensava che fosse una trovata dell'ufficio stampa per fare spettacolo, invece è nato tutto spontaneamente. Gli indios sono stati molto orgogliosi di essere qui a Venezia'.

Dopo la conclusione della trilogia dedicata all'Argentina, Bechis guarda ancora al Sud America occupandosi del Brasile. Il suo cinema nomade, per il momento, sembra non dover toccare l'Italia, ma forse la verità è un'altra. 'In realtà l'idea di lavorare in Italia ce l'ho da un po'. Non esiste ancora una trama. E' più un sentimento legato alla necessità di esprimere la nausea per la situazione attuale, per l'imbarbarimento del nostro paese, per la mancanza di attenzione verso gli altri. Ogni volta che torno dai miei viaggi trovo un'Italia sempre più piccola, in cui non mi ritrovo. Io come italiano nato in Cile mi sento già fuori dall'Italia e, proprio per questo, credo di poter narrare la situazione meglio di chi è troppo coinvolto. Quello che rende un film veramente 'italiano' è lo sguardo. Garage Olimpo, per esempio, è una pellicola italiana dedicata alla situazione argentina'. Nel parlare dei vari elementi che caratterizzano Birdwatchers, Marco Bechis si sofferma a lungo sull'importanza della musica nel film, composta da Andrea Guerra e da un compositore del '700. 'Le musiche barocche di Domenico Zippoli sono state composte per gli indios. Il musicista, missionario italiano che ha vissuto a lungo con i Guarani, faceva cantare e suonare gli stessi nativi ritenendoli di molto superiori agli europei. I suoi brani dovevano far parte della colonna sonora di Mission, ma all'epoca erano stati appena scoperti, in quanto fino a tredici anni fa la musica di Zippoli era ignota, e Roland Joffé non ha ottenuto i diritti in tempo'.

Parlando dell'Italia non si possono non menzionare i due interpreti italiani di Birdwatchers, Chiara Caselli e Claudio Santamaria, quest'ultimo presente all'incontro insieme a Bechis. Il regista spiega le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere i due attori. 'Chiara ha interrotto la sua carriera di attrice per perseguire un suo personale progetto di regia che poi si è arenato. Dopo anni di assenza ora ha due film in uscita. Io l'ho voluta nel film per il suo aspetto un po' brasiliano e per il suo sguardo esotico, ma soprattutto perché la trovavo molto adatta alla parte della fazendeira. Come Chiara, anche Claudio è una mia vecchia conoscenza. Lo avevo già provinato per Figli - Hijos e avevo quasi deciso di affidargli il ruolo del protagonista maschile, che inizialmente doveva essere italiano, prima di cambiarne la nazionalità. Questa volta siamo finalmente riusciti a lavorare insieme'.
Claudio Santamaria è particolarmente orgoglioso di aver recitato in una pellicola diretta da Bechis proprio per la grande stima che nutre nei confronti del regista. 'Quando mi è stato proposto di girare Birdwatchers non sapevo molto del dramma dei kiowà. Per prepararmi al ruolo del mandriano sono andato a lavorare in un ranch brasiliano. Avevo bisogno di toccare con mano la vita quotidiana dei lavoratori per entrare nel personaggio. Il fazendeiro non sapeva che tipo di film avrei dovuto girare, pensava a una storia d'amore, altrimenti non mi avrebbe mai preso a lavorare con lui. Il mio personaggio rappresenta l'elemento di unione tra bianchi e indios perché frequenta entrambi, ma non fa parte di nessuno dei due gruppi. I padroni lo trattano quasi come uno schiavo, e lui non disdegna la compagnia dei nativi. E' un emarginato, ma gli indios si abituano alla sua presenza e non ne hanno più paura'.

Partecipare a una pellicola di impegno civile e denuncia come Birdwatchers, per Santamaria, ha rappresentato uno stimolo notevole. 'Qualche anno dopo aver intrapreso la carriera cinematografica, ho avuto una specie di rigetto. Non avevo più fiducia in questo lavoro e mi infastidiva tutto ciò che ruotava attorno al mondo del cinema: la pubblicità, il glamour, la perdita della privacy. Ho dovuto riscoprire il valore del mestiere di attore in quanto veicolo di messaggi e di conoscenza. Per avvicinarmi agli indios ho pensato alla mia terra d'origine. Mia madre viene da un paesino della Basilicata, abitato da gente semplice e all'antica. Mio zio fa il contadino. Per relazionarmi con i kiowà ho pensato proprio alle nostre radici contadine. Il mio primo contatto con loro, però, è stato lacerante perché ho assistito alla loro sofferenza e ho visto le terribili condizioni in cui vivono'. L'incontro con Marco Bechis si chiude, così come il film, ancora una volta con parole di speranza per un futuro migliore per gli indios. 'La mia speranza è grande. Gli indios hanno le idee molto più chiare di noi su come si sta su questa terra e non si arrendono. Ambrosio ha ottenuto un appezzamento di 100 ettari, ma punta ad arrivare a 9000 e sono convinto che lui e il suo popolo ce la faranno'.