Recensione Comandante (2003)

Fidel Castro, da uomo di grande esperienza ed astuzia qual è, si dimostra un ottimo primo attore, riuscendo a catturare l'attenzione degli spettatori non soltanto grazie a discorsi di indubbio interesse, ma anche grazie ad una gestualità e ad una presenza scenica degna del più consumato interprete.

Hasta siempre Comandante

Prima ancora di dedicarsi anima e corpo ad Alexander, filmone biografico su uno dei più grandi condottieri e leader della storia, Alessandro Magno, Oliver Stone realizzò un documentario su un altro storico leader politico, questa volta maggiormente vicino alla nostra epoca e sensibilità, Fidel Castro.
Messi l'uno accanto all'altro, i due film, l'uno dal budget spropositato, l'altro girato in soli tre giorni con due camere a mano, non potrebbero essere più distanti nella realizzazione e nella concezione, eppure entrambi non fanno altro che analizzare le gesta di carismatici e controversi condottieri che con le loro vittorie e sconfitte, con le loro luci e le loro ombre hanno plasmato la storia dell'umanità. Personaggi ambigui su cui ci si è sempre interrogati e si continuerà a discutere senza trovare una risposta univoca agli interrogativi, e senza poter formulare un giudizio obiettivo.

Con queste permesse, il documentario Comandante, realizzato nel 2002 e passato in sordina prima al Sundance Film Festival (unica apparizione sul suolo americano, che per ovvi motivi è probabile rimanga l'unica) e poi nella sezione Panorama della Berlinale 2003 , arriva sui nostri schermi e ci presenta delle immagini assolutamente inedite e sorprendenti del dittatore cubano e dello stesso regista. Diciamolo subito: dal punto di vista puramente cinematografico, chi si aspetta una nuova opera imponente di un regista che ci ha abituato a grande tecnica, sfarzo nella confezione e cura nei dettagli, o chi si aspetta una delle tante sceneggiature provocatorie e ben calibrate di cui Stone è maestro (ricordiamo che prima ancora che regista di successo Stone è stato lo screenwriter che ci ha regalato fra le altre cose Scarface, L'anno del dragone e Fuga di mezzanotte) sarà certamente deluso. I novanta minuti che compongono la pellicola non sono altro che una selezione di oltre trenta ore di materiale girato nell'isola caraibica, una scaletta di domande e tanta libertà e disinvoltura da parte di Castro nel discutere gli argomenti più vari: dagli inevitabili ricordi della rivoluzione cubana degli anni '50 e del leggendario compagno Ernesto "Che" Guevara, alle riflessioni sulla politica internazionale d'epoca e contemporanea, fino ad arrivare ad argomenti più frivoli come il cinema, gli amori e lo sport.

Fidel Castro, da uomo di grande esperienza ed astuzia qual è, si dimostra un ottimo primo attore, riuscendo a catturare l'attenzione degli spettatori non soltanto grazie a discorsi di indubbio interesse, ma anche grazie ad una gestualità e ad una presenza scenica degna del più consumato interprete; qualità che gli permettono anche di glissare sulle domande e le questioni più spinose con apparente fragilità e sincerità, ma allo stesso tempo lasciando intendere, attraverso uno sguardo, l'entità del non detto.
Altrettanto bravo è Stone nel dirigere non tanto l'andamento della pellicola, quanto quello dei dialoghi, alternando con intelligenza domande più o meno "scomode" e riuscendo sempre a trovare spazio per gli argomenti che per lui sono di maggiore interesse, come ad esempio i rapporti con gli Stati Uniti. Nel provocare Castro e di conseguenza nel produrre reazioni in patria, Stone si dimostra un maestro, e come già fatto per il Vietnam di Platoon, i misteri di JFK - Un caso ancora aperto, e le accuse contenute in Gli intrighi del potere, getta nuova luce su un episodio della storia americana che molti vorrebbero dimenticare, confermandosi, nel bene e nel male, il regista più scomodo d'oltreoceano.

Movieplayer.it

3.0/5