C'è già una forte idea di narrazione nel cinema di Kristen Stewart. A tratti furente, sicuramente ostico, quasi osmotico nei confronti di un'immagine che ragione per colori (il blu, il rosa, il rosso, l'azzurro sono i toni primari, esaltati dalla fotografia a grana grossa di Corey C. Waters), l'esordio alla regia dell'attrice lascia (intra)vedere un fiorente futuro d'autrice. Stewart, con La cronologia dell'acqua, adatta il crudo memoir di Lidia Yuknavitch - inespressa nuotatrice con un passato estremamente drammatico - seguendo una traccia decisamente - e meno male - lontana dai classici biopic.
L'attrice divenuta regista - presentando il film a Cannes nel 2025 - ha trovato forma seguendo la "creazione di un'immagine che ti permette di esistere al suo interno". Parole sue. In un certo senso, e dietro l'aura da film indipendente, questo convincente esordio ha la capacità di esistere sia dentro che fuori dallo spazio cinematografico. E non è cosa da poco.
La cronologia dell'acqua: Kristen Stewart rilegge la storia vera di Lidia Yuknavitch
Al centro del film c'è la storia di Lidia Yuknavitch, interpretata da Imogen Poots. L'interpretazione "della vita", qualcuno potrebbe scrivere, a metà tra sottrazione ed esplosione. Un padre violento e mostruoso, una mamma attaccata alla bottiglia, incapace di reagire. Lidia deve fuggire. Dove? Nell'acqua. Una borsa di studio per il nuoto potrebbe salvarle la vita. Vuole diventare nuotatrice agonistica. Ma il dolore, si sa, fa spesso il giro doppio: Lidia cade giù, affonda stretta da un dolore lacerante. A salvarle la vita, però, c'è la scrittura. E l'acqua, ovviamente.
Una storia perfetta per essere portata al cinema
Quello di Kristen Stewart è un film tosto, nel senso più stretto del termine: non si risparmia, reagisce e ruggisce, ragione di pancia e di rabbia, filtrando il personaggio di Lidia secondo un prospetto in cui la tragedia viene seguita passo per passo, evitando una narrazione cronologica ma, anzi, ideata per mischiare temi, tempi, spazi, volti, odori, lividi. Capitoli divisi, spezzati, volutamente sfasati. E mica è un caso che il film sia stato girato in pellicola 16mm, per poi scivolare progressivamente verso il digitale man mano che Lidia cresce. Già. Avanti e indietro, vasca dopo vasca, gli occhi che bruciano per il cloro, il fantasma di un padre famelico e aberrante.
Dunque è chiaro, e Stewart fa ben poco per nasconderlo: la vita di Lidia Yuknavitch è a portata di cinema - insomma, ci sono tutti gli elementi per una certa novellizzazione -, tanto che la regista prosegue scoprendo volutamente ogni nervo, seguendo la vulnerabilità della protagonista tradotta al meglio dalla bravura di Imogen Poots. Accanto a lei, uno strepitoso Jim Belushi nei panni del professore Ken Kesey - colui che la inoltrerà alla carriera universitaria -, regalandoci una delle poche ancore di bonomia e di calore umano in un mare di tragedie.
Scelta di casting azzeccata che, con intelligenza, misura il prospetto umano di un film che s'aggrappa alla salvezza, declinando il verbo e lo sforzo fisico come elementi di resistenza e sopravvivenza. L'acqua e le parole, per Lidia, saranno l'insieme capace di guarirla, facendole finalmente trovare il pezzo mancate a quell'esistenza disgraziata che trova finalmente compimento (e pace) in una forma inaspettata. Notevole.
Conclusioni
Imogen Poots e Jim Belushi al centro de La cronologia dell'acqua, opera prima di Kristen Stewart. Un dramma estremo (nonché una storia vera, quella di Lidia Yuknavitch), ben scritto secondo una traccia volutamente sconnessa che alterna diverse linee di tempo e di pensiero. Una prova registica di grande efficacia che riesce a far vedere il potenziale autoriale dell'attrice.
Perché ci piace
- Il cast scelto.
- La tenacia registica.
- La storia, ovviamente.
Cosa non va
- A volte c'è una certa ridondanza.