Niente corse ad armi spianate, pochissimi cliché e una narrazione che tiene incollati allo schermo grazie a una vicenda complessa ed estremamente umana. Questa è Furious, la serie disponibile su Disney+: un piccolo gioiello nato dalla penna di Elizabeth Meriwether (New Girl, The Dropout, Dying for Sex) ed entrata di diritto tra i titoli più interessanti dell'ultimo periodo.
Grazie a una scrittura granitica e a personaggi profondamente sfaccettati, l'opera della showrunner mette a dura prova la moralità dello spettatore seguendo le vicende della detective Alice Black, intenta a indagare su una serial killer che miete vittime tra gli uomini dell'alta società, un caso che si rivela ben presto legato a un passato di abusi e violenze ai danni di giovanissime ragazze. Abbiamo parlato direttamente con la creator, che ci ha raccontato il processo creativo e le intenzioni dietro una narrazione così intensa.
Oltre gli stereotipi: la forza dell'ascolto e il lavoro dell'FBI
In passato, i personaggi femminili con ruoli investigativi soffrivano spesso di una caratterizzazione rigida, declinata secondo i canoni di una narrazione quasi prettamente maschile. La TV tendeva a evitare la complessa convivenza tra forza e fragilità, preferendo stereotipi più rassicuranti e collaudati. Come sta cambiando oggi questo impianto narrativo e in che modo Elizabeth Meriwether ha scelto di evitare queste trappole? "Ho iniziato a lavorare a questa serie sapendo che una dei protagonisti sarebbe stata un'agente donna dell'FBI. Ho subito cercato un contatto per parlare con delle vere agenti: sentivo di sapere troppo poco di quel mondo e non volevo basarmi su ciò che avevo già visto sul piccolo o grande schermo."
L'incontro con la realtà ha ridefinito la prospettiva della showrunner: "Ho parlato con tre agenti donne e sono rimasta colpita innanzitutto dalla loro ironia e dal loro umorismo nero verso il lavoro. Poi ho capito che gran parte della loro professione non riguarda le rincorse a pistola spianata - anche se l'azione non manca - ma le relazioni umane. Si tratta di mettere le persone a proprio agio per spingerle a raccontarsi. E quando ci si confronta con giovani vittime di violenza, la chiave sta nell'aiutarle a ricostruire i tasselli dei propri ricordi."
Sfumature di grigio: la trappola del giudizio morale
Un altro tema centrale dell'intervista è stato come spingere il pubblico a superare la comfort zone dei facili giudizi morali: "Era il mio obiettivo principale: non volevo mai che il pubblico si adagiasse o dicesse con certezza 'questo è buono, questo è cattivo'. Volevo tenere gli spettatori costantemente sulle spine, lasciando emergere colpi di scena e rivelazioni in modo fluido. Ogni episodio doveva svelare un dettaglio inedito sui personaggi, modificando di continuo il metro di giudizio di chi guarda. Rendere difficile capire per chi tifare è l'aspetto che trovo più affascinante."
La creator ha poi concluso sottolineando la necessità di trattare le tematiche più delicate senza scorciatoie: "Soprattutto quando si parla di donne e violenza, la narrazione deve farsi complessa, dando vita a figure femminili profonde, sorprendenti e ricche di sfumature."