Favolacce: il significato del finale

Favolacce, il film dei fratelli D'Innocenzo, è un'opera importante, stratificata e complessa che necessita di un'analisi approfondita per capirne meglio le intenzioni e il messaggio finale.

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Favolacce: una scena del film di Fabio e Damiano D'Innocenzo

Quanto è raro trovarsi di fronte a un film italiano speciale quanto Favolacce, opera seconda dei giovanissimi fratelli D'Innocenzo, disponibile in streaming dall'11 maggio. Complesso, stratificato, coraggioso e fresco, Favolacce rappresenta pienamente il nuovo cinema d'autore, quello che si contamina coi generi creando degli ibridi inaspettati e interessanti. Un tipo di cinema che, almeno in Italia, non siamo abituati a incontrare attraverso le nostre produzioni e che ci lascia sorpresi e meravigliati prima e, ammettiamolo, insicuri e spiazzati poi. Sentimenti che ci spingono ad addentrarci in quest'opera premiata all'ultimo Festival di Berlino con l'Orso d'argento per la migliore sceneggiatura e analizzarne i temi, i rimandi, i contenuti per poter arrivare a una migliore comprensione del significato del finale così enigmatico quanto potente.

Nel limbo

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Favolacce: una sequenza del film

All'apparenza è un quartiere tranquillo quello di Spinaceto. Un quartiere dove le famiglie medio-borghesi vivono una vita serena, si conoscono tra di loro, condividono cene e piscine. I figli sono ben vestiti, ben pettinati, educati, dalle pagelle (quasi) perfette. E anche chi ha qualche insufficienza ha solo bisogno di qualche piccolo sforzo in più (è l'insegnante di sostegno incapace coi "bambini normali"). Eppure già nei primi minuti di film c'è qualcosa che non torna: una famiglia seduta sul divano che ascolta una notizia di cronaca nera (due genitori che, prima di suicidarsi, hanno ucciso il loro neonato annegandolo) senza batter ciglio, una cena tra amici avvolta nel silenzio, la pubblica lettura delle pagelle scolastiche che trasformano i figli in trofei riflessi. E più proseguiamo la visione più ci accorgiamo che le famiglie di questo quartiere vivono in un limbo esistenziale, né ricchi né poveri, né totalmente contenti né completamente infelici. Tutto si basa su un'apparenza fragilissima a cui loro stessi non credono. Un esempio lo troviamo nel personaggio di Bruno Placido (Elio Germano) incapace di essere contento anche quando le pagelle dei suoi due figli sono perfette, alla ricerca continua di qualcosa di cui lamentarsi che sia l'assenza di lavoro, il mal di denti durante la scampagnata, la noia mentre è in vacanza al mare, pronto a tagliare la piscina gonfiabile che usa in giardino solo per non arrivare a un traguardo di benessere troppo ostentato. Meglio rimanere "normali" e continuare a essere amati da tutti gli altri "normali", a commentare in maniera sessista e fascista i corpi femminili, a non distinguersi.

Favolacce, la recensione: la periferia dei fratelli D'Innocenzo

Uomini e bestie

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Favolacce: una foto del film

Se le madri sono figure incapaci di amare, che trovano le soluzioni ai loro problemi attraverso i soldi o interessate unicamente alla loro sfera individuale, capaci di sminuire il valore degli oggetti (il metal detector del mercatino) e dei propri figli ("Tu sei finita" dice la madre in sala mensa alla figlia quando questa le fa notare che è finito il sugo per la pasta), sono i padri le figure centrali, i maestri della misera orchestra famigliare. Sono loro che decidono tutto: cosa mangiare, cosa fare ("A papà non va di tornare a casa"), se ridere o piangere. Capaci di trattarsi con educazione tra loro ma pronti a sparlarsi alle spalle, compagni nel condividere sottovoce fantasie da stupratori, repressi sessualmente tanto da sfogare i loro bisogni alla luce del sole (e senza il bisogno di cancellare la cronologia del cellulare), questi uomini assomigliano alle bestie e ai loro istinti primordiali. L'esempio più chiaro è il padre di Geremia, Amelio (uno straordinario Gabriel Montesi), un uomo che tratta il figlio come un suo pari, con tutti i pro e i contro del caso, che non rende conto a nessuno e che abita fuori dal quartiere preferendo la vita nel verde dell'aria aperta. Un uomo incredibilmente peloso, come un cane, che mangia pure le crosticine di pollo durante una cena e che è l'unico a fiutare il pericolo e il malessere del figlio, tuttavia senza riuscire completamente a capirlo o risolverlo. Nel suo essere una personalità schietta, che non ha bisogno di nascondersi dietro una facciata pulita (porta il cane a morire senza nascondersi da Geremia, si masturba all'aria aperta senza vergognarsi), Amelio riesce in qualche modo a prendersi cura di suo figlio con una certa sincerità, capace addirittura di creare alcuni momenti di sincera gioia.

Favolacce: 5 motivi per non perdere il film dei fratelli D'Innocenzo

Fantasmi di Canterville

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Favolacce: una scena del film

Finisce il primo anno di scuola media e inizia l'estate per Alessia. I professori dicono ai loro alunni di leggere "Il fantasma di Canterville" durante le vacanze, un libro che Alessia già conosce. Scritto da Oscar Wilde, il breve racconto ha come protagonista Sir Simon, un vecchio fantasma inglese che, nel suo castello, non riesce a spaventare i nuovi proprietari americani. A causa di una maledizione antica non può nemmeno andare nell'Aldilà a meno che qualcuno di animo puro non versi lacrime di pietà per lui. La figlia quindicenne Virginia riuscirà a compiere la profezia e dar pace allo spirito tormentato del fantasma. La storia dei bambini del quartiere del film è molto simile. Sono fantasmi, vivono cercando di comunicare il loro disagio senza venire ascoltati, chiusi in una routine apatica dove la felicità avviene solo in piccoli momenti, in brevi gesti: un sorriso, un gavettone, un regalo. Fantasmi perché, al di là dell'immagine esteriore, sono bambini vuoti, anche loro in un limbo che non li rende né infantili né adulti. Affascinati dal sesso e incapaci di sentirne il desiderio, totalmente assuefatti dal modo in cui "i grandi" li plagiano, i bambini del quartiere non sono morti e, allo stesso tempo, non sono nemmeno totalmente vivi. Stanchi del loro limbo, questi giovani Sir Simon desiderano uscirne, anche a costo di morire, per trovare finalmente la pace. La stessa pace che trovano sull'erba ai bordi di una piscina abbandonata.

Questione di nervi

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Favolacce: Justin Korovkin e Giulia Melillo in una scena del film

"La morte dev'essere tanto bella. Poter giacere nella morbida terra bruna, con gli steli d'erba che si agitano leggeri sopra il tuo capo e ascoltare il silenzio. Non avere né ieri né domani. Dimenticare il tempo, perdonare la vita, essere in pace"

(Da "Il fantasma di Canterville" di Oscar Wilde)

Ci provano costruendo una bomba, i bambini di Spinaceto, per uscire dalla loro insoddisfazione esistenziale e quasi ci riescono se non fosse per una cugina di Geremia (quindi un parente più distante, estraneo a quel mondo) che se ne accorge. La bomba stava lì, in bella vista, sopra la scrivania della cameretta di ogni bambino e nessun genitore ci aveva fatto caso. Addirittura, durante l'estate, mentre i bambini sono seduti intorno al tavolo e la stanno progettando, la madre si complimenta con loro che sono bravi a stare tranquilli durante le vacanze ("il sogno di ogni mamma"). Eppure i bambini non sono per niente tranquilli. Continuamente a disagio, si strofinano le mani, si grattano, masticano chewing-gum, deglutiscono. In questo senso acquista valore la scelta di uccidersi con il malatione, un pesticida che, oltre a venire usato per uccidere i pidocchi (un parassita che torna nel film quando Viola è costretta a raparsi a zero e indossare una parrucca quando li prende e che sottintende un legame tra figli e parassiti agghiacciante), blocca le terminazioni nervose. Diventa una morte che blocca definitivamente il loro disagio e il loro malessere per trovare finalmente una pace. Come Sir Simon, muoiono insieme a qualcuno che prova affetti sinceri: loro stessi (e quanto è straziante Dennis che prima di uccidersi deve andare in bagno). È solo quando vengono a mancare i bambini che gli adulti si rendono conto del loro fallimento. Addirittura Bruno non si prende nemmeno la responsabilità di svegliare la moglie nonostante sia il primo a scoprire i cadaveri dei suoi due figli. Torna a letto, finge di dormire, lascia la moglie sola nel suo dolore (e chissà se i fratelli D'Innocenzo hanno pensato a Hereditary - Le radici del male di Ari Aster nel girare questa scena). Genitori che risolvevano i problemi solo attraverso la violenza o piccoli gesti di apparente benevolenza, incapaci nel loro ruolo anche dopo la morte dei loro figli.

Favolacce nelle parole dei fratelli D'Innocenzo: "La cosa più importante è rispettare il testo"

L'insostenibile pesantezza del crescere

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Favolacce: un'immagine del film

Forse Favolacce racconta proprio della difficoltà di crescere o meglio dell'impossibilità delle nuove generazioni di crescere senza covare malessere e rabbia. Se gli adulti sono totalmente indifferenti al mondo che hanno costruito e lasceranno ai figli, la nuova generazione incompresa riconosce l'orrenda realtà in cui vive tanto da scegliere di non crescere più. Non è solo una caratteristica dei bambini, ma di tutte quelle persone che sentono dentro di sé il loro personale fanciullino che li rende estranei e non omologati. La figura del professore di scienze Bernardini è emblematica. Non totalmente inserito nella comunità dei professori (la prima volta lo vediamo lamentarsi in sala mensa perché non intende condividere il suo cibo con gli altri colleghi), Bernardini è il mentore, una sorta di deviata fata madrina delle fiabe, che meglio di tutti comprende i suoi alunni, forse perché lui stesso non appartiene completamente al mondo degli adulti (e il litigio nello studio della preside è indicativo). Ne condivide la rabbia, il senso di soffocamento e li guida verso la soluzione. Non abbiamo certezze della volontarietà per la costruzione della bomba, anche se sappiamo che Dennis gli chiedeva spiegazioni sui testi scientifici, ma è lui durante la sua ultima lezione che fa loro conoscere il malatione ben conscio delle conseguenze. Il secondo personaggio a metà strada tra l'infanzia e l'età adulta è Vilma (quanto è brava Ileana D'Ambra?), la ragazza incinta, ancora legata a sua madre, ancora legata a quel mondo bambinesco (e infatti parla sempre con i bambini, forse per nostalgia) ma desiderosa di iniziare una nuova vita col suo nuovo ragazzo, crescere un figlio, tentare di essere diversa da chi l'ha cresciuta. Per questo è il personaggio più complesso del film, quello che sta in un ulteriore limbo, né bambina né adulta, né coraggiosa né vinta, legata alla responsabilità di crescere una bambina con il rischio di far ripartire un nuovo ciclo, uguale al precedente.

Favolacce: perché rappresenta il futuro del cinema italiano

Sono solo canzonette

Favolacce Sono Solo Canzonette
Ileana D'Ambra in Favolacce

Nell'ultima scena in cui la vediamo, Vilma e il suo ragazzo sono fermi a una stazione di servizio. Non sentiamo la canzone alla radio se non una parola: "Ricominciamo". Vilma e il suo ragazzo si sono allontanati dal quartiere, vogliono iniziare una nuova vita insieme con la bambina appena nata, lontano dai loro genitori ("Con tua madre cresceva già morta la ragazzina" dirà il suo compagno). Ma nel loro DNA, per quanto possano fuggire, rimarrà sempre qualcosa dei loro padri. Il ragazzo non riesce a non fare una battuta maschilista quando Vilma confonde l'abbaiare di un cane con il pianto della bambina ("Già è cagna") e all'invito di fare la persona adulta e seria, di fare il padre, è convinto e fantasticherà in maniera via via sempre più infantile: stanno cambiando quartiere, si troveranno un lavoro, vacanze a Ibiza a ballare... e la bambina non viene già più contemplata nel loro futuro. La sensazione è quella di vedere una nuova coppia formata da Bruno e la moglie, probabilmente un ripetersi di una situazione già vissuta dieci anni prima. Una ragazza incinta forse controvoglia, il desiderio di cambiare e di essere migliori, per poi crescere male i figli e adagiarsi nel limbo. Il personaggio di Elio Germano ha accettato questa vita, Vilma non ce la farà. La canzone Sara di Paolo Meneguzzi che, per casualità viene trasmessa in radio, diventa il grido di rabbia della ragazza: Oh Sara/ Che cammini sotto il sole/ Hai deciso di partire/ Per cercare un'altra vita/ Da seguire/ [...] Contro gli altri contro tutti/ Tu vuoi vivere ogni istante/ Della vita. È la disperazione sincera di Vilma che il suo compagno non riesce a comprendere e che tenta di calmarla ripetendole continuamente che il nome della bambina sarà Sara. D'altronde quella canzone alla radio è solo una canzone, così come il diario ritrovato dal nostro narratore è solo un diario. Brevi parentesi che non possono portare emozioni o cambiare la vita di qualcuno e che appena diventano qualcosa di più vanno cancellate. La storia del diario è troppo amara e pessimistica? Ricominciamo da zero.

Scritto in penna verde

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Favolacce: un momento del film

A conti fatti cos'è Favolacce? Un dramma sociale? Un film d'autore? Un horror? È un po' tutte queste cose, un miracolo che raramente s'incontra nel panorama cinematografico italiano. E certo, è enigmatico nel suo finale che richiama l'inizio del film su un duplice aspetto. Da una parte sappiamo che il diario ritrovato dal nostro narratore è stato scritto da Alessia, in penna verde (e per questo a prima vista non interessante), s'interrompe improvvisamente - sappiamo il perché - e, alla sua lettura, provoca sensazioni strane da parte di questo "annoiato dalla vita": empatia forse? Un leggero risveglio dei sensi dal limbo in cui anche lui si trova? Alla fine, però, si sente il bisogno di fare finta di niente e ritornare al punto di partenza. La stessa cosa che fa il film, anche se il tono diventa meno rassicurante. Perché nel risentire la notizia dell'omicidio di una neonata e del doppio suicidio dei genitori, la sensazione con cui finisce il film è amara. Non si tratta della stessa notizia che la famiglia di Bruno ascolta in silenzio a inizio film (tutto il film, quindi, non è una fantasia del narratore, ma un evento realmente accaduto), ma una nuova, eppure uguale, di cui sappiamo l'identità degli omicidi/suicidi (Vilma e il suo ragazzo). È il ciclo che ricomincia simboleggiato anche dalla situazione finale di Geremia: distante dal quartiere in cui stava per trovare la morte eppure uguale nell'umore, ancora apatico, ancora unito al padre. Il diario in penna verde da non interessante diventa unico: impossibile proseguirlo con la stessa voce sincera della bambina così come è impossibile per Geremia cambiare definitivamente la sua vita. La storia troppo amara e pessimistica si risolve con un "Ricominciamo da zero" che è il tentativo che fa Amelio con Geremia andando a Roma. Ma nel cerchio ciclico dell'esistenza, se si nasce (o, ricominciando, si rinasce) la conclusione rimane sempre la stessa.

Oh come t'inganni
Se pensi che gl'anni
Non hann' da finire
Bisogna morire.